Allarme Onu: 95% Paesi ritardano consegna piani su obiettivi climatici

Quasi 200 paesi in tutto il mondo hanno avuto tempo fino ad oggi per presentare all’Onu la loro nuova tabella di marcia sul clima. Ma quasi tutti hanno saltato l’appuntamento, alimentando il timore di un ‘attendismo’ delle principali economie nella loro lotta contro il cambiamento climatico dopo il ritorno di Donald Trump. Secondo un database delle Nazioni Unite, solo 10 firmatari dell’accordo di Parigi hanno presentato le loro strategie aggiornate per ridurre i gas serra entro il 2035 entro la scadenza del 10 febbraio.

Di fatto, mentre il Regno Unito, la Svizzera e il Brasile (che ospiterà la COP30 a novembre) hanno presentato i loro piani, altri mancano all’appello, e non ultimi: Cina, India e Unione Europea, ad esempio. Quanto al piano presentato dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden, è probabile che resti lettera morta, vista la rielezione di Donald Trump, che ha annunciato un nuovo ritiro del suo Paese dall’accordo di Parigi. Questo ritiro è “chiaramente una battuta d’arresto” per la diplomazia climatica e potrebbe spiegare l’atteggiamento attendista di altri paesi, afferma Ebony Holland del think tank International Institute for Environment and Development (IIED). “Sono chiaramente in corso importanti cambiamenti geopolitici che si stanno rivelando complicati per la cooperazione internazionale, soprattutto su grandi questioni come il cambiamento climatico“, ha osservato.

L’accordo di Parigi impone ai firmatari di rivedere regolarmente i propri impegni di decarbonizzazione, denominati “contributi determinati a livello nazionale” (NDC nel gergo delle Nazioni Unite). Questi testi spiegano nel dettaglio, ad esempio, come un paese intende procedere per sviluppare energie rinnovabili o abbandonare il carbone. Tali strategie mirano a riflettere la quota che ciascun Paese sta assumendo per contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C e a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C rispetto all’era preindustriale. Per raggiungere questo obiettivo, le emissioni globali, che non sono ancora in calo, devono essere dimezzate entro il 2030.

Tuttavia, secondo l’Onu, le precedenti tabelle di marcia stanno portando il mondo, già più caldo di 1,3°C, verso un riscaldamento catastrofico compreso tra 2,6°C e 2,8°C. A questo livello, le ondate di calore, la siccità e le precipitazioni estreme, già in aumento, diventeranno estreme, accompagnate da un aumento delle estinzioni delle specie e da un innalzamento irreversibile dei livelli del mare. Il ritardo nella presentazione degli Ndc, i cui obiettivi non sono giuridicamente vincolanti, non comporta alcuna sanzione. Anche l’ONU sui cambiamenti climatici ha riconosciuto queste scadenze: il suo segretario esecutivo Simon Stiell, che descrive gli NDC come “i documenti di politica pubblica più importanti del secolo“, ha ritenuto “ragionevole prendersi un po’ più di tempo per garantire che questi piani siano della massima qualità“.

Secondo un funzionario delle Nazioni Unite, più di 170 paesi hanno dichiarato che intendono presentare i loro piani quest’anno, la maggior parte dei quali prima della COP30. “Al più tardi, il team della segreteria avrebbe dovuto riceverli entro settembre“, ha aggiunto il segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), durante un discorso pronunciato in Brasile. Alcuni paesi devono chiarire la loro visione, riconosce Linda Kalcher, direttrice esecutiva del think tank europeo Strategic Perspectives. Ma “ciò che preoccupa è che se troppi paesi restano indietro, si potrebbe dare l’impressione che non abbiano la volontà di agire“, teme.

Oltre al ritorno di Donald Trump, i leader di molti Paesi sono alle prese con l’inflazione, il debito o l’avvicinarsi di elezioni importanti, come in Germania. Anche l’Unione Europea si trova ad affrontare l’ascesa di partiti di estrema destra ostili alle politiche sul clima. Tuttavia, il blocco dei 27 paesi intende presentare la propria tabella di marcia “ben prima” della COP30 e intende continuare a essere “una voce preminente per l’azione internazionale sul clima“, ha assicurato un portavoce. Per quanto riguarda la Cina, il più grande inquinatore al mondo e il più grande investitore nelle energie rinnovabili, si prevede che quest’anno presenterà il suo attesissimo piano. Finora, secondo Climate Action Tracker, che critica gli ultimi aggiornamenti provenienti da Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Svizzera, poche strategie si sono rivelate all’altezza. Secondo questo gruppo di ricerca, solo il Regno Unito se la cava bene.

Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

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La Commissione Ue lancia la Bussola della competitività: innovazione, green e semplificazione

Tre aree principali di azione – innovazione, decarbonizzazione e sicurezza – e cinque abilitatori orizzontali – semplificazione, eliminazione delle barriere nel Mercato unico, finanziamenti, competenze, coordinamento. Sono gli elementi su cui la Commissione europea, provando a raccogliere il contenuto del rapporto dall’ex premier Mario Draghi, ha incentrato la Bussola della Competitività, presentata oggi a Bruxelles dalla presidente Ursula von der Leyen.

INNOVAZIONE. Il primo pilastro ha l’obiettivo di colmare il divario di innovazione. Qui, la Commissione proporrà iniziative ‘AI Gigafactories’ e ‘Apply AI’ per guidare lo sviluppo e l’adozione industriale dell’Intelligenza artificiale e presenterà piani d’azione per materiali avanzati, tecnologie quantistiche, biotecnologiche, robotiche e spaziali. A questo si aggiungono una strategia Ue per le start-up e le scale-up e un 28esimo regime giuridico, al posto dei 27 nazionali, per semplificare le norme per le aziende.

DECARBONIZZAZIONE. La seconda area è una tabella di marcia comune per la decarbonizzazione e la competitività, dove il ruolo centrale è giocato dai prezzi dell’energia. Rientrano in questo capitolo il prossimo Clean Industrial Deal, per definire un approccio alla decarbonizzazione basato sulla competitività; un Piano per l’energia accessibile (Affordable Energy Action Plan) per calmierare i costi dell’energia; e l’Industrial Decarbonisation Accelerator Act per estendere i permessi accelerati ai settori in transizione. Inoltre, ci saranno piani d’azione su misura per i settori ad alta intensità energetica, come acciaio, metalli e prodotti chimici.

RIDUZIONE DELLE DIPENDENZE. Terzo pilastro, la riduzione delle dipendenze eccessive e l’aumento della sicurezza per l’Ue, attraverso “partnership efficaci” per il commercio e gli investimenti puliti per aiutare a garantire la fornitura di materie prime, energia pulita, carburanti per il trasporto sostenibili e tecnologie pulite da tutto il mondo. Qui rientra la revisione delle norme sugli appalti pubblici, per introdurre una preferenza europea.

SEMPLIFICAZIONE, COMPETENZE E FINANZIAMENTI. I tre pilastri vengono completati da cinque abilitatori orizzontali. Il primo è quello della semplificazione, che mira ad alleggerire la rendicontazione sulla sostenibilità, la due diligence e la tassonomia. L’obiettivo è il taglio di almeno il 25% gli oneri amministrativi per le aziende e di almeno il 35% per le Pmi, per un risparmio di 37,5 miliardi di euro di costi ricorrenti fino alla fine del mandato. Il secondo punto riguarda l’abbassamento e l’eliminazione delle barriere nel Mercato unico europeo mentre i finanziamenti sono il terzo. Bruxelles presenterà un’Unione europea del risparmio e degli investimenti per creare nuovi prodotti di risparmio e investimento. Il quarto elemento è la promozione delle competenze e di posti di lavoro di qualità con un’iniziativa per costruire un’Unione delle competenze incentrata su investimenti, apprendimento degli adulti e permanente, creazione e mantenimento delle competenze. A concludere, il quinto punto riguarda il miglior coordinamento delle politiche a livello Ue e nazionale. A tal proposito la Commissione introdurrà uno strumento di coordinamento della competitività, che collaborerà con gli Stati per garantire l’attuazione a livello Ue e nazionale di obiettivi politici Ue condivisi, identificare progetti transfrontalieri di interesse europeo e perseguire riforme e investimenti correlati. Inoltre, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, un Fondo per la competitività sostituirà i diversi strumenti finanziari Ue esistenti con obiettivi simili, per sostenere l’attuazione delle misure nello strumento di coordinamento della competitività.

Due diligence e report di sostenibilità: Parigi chiede la sospensione delle direttive Ue

Stop alla direttiva sulla due diligence e a quella relativa alla ‘contabilità verde‘, volta ad armonizzare il modo in cui le aziende pubblicano i report di sostenibilità. La richiesta all’Ue arriva dalla Francia che, attraverso il ministro delegato per l’Europa, Benjamin Haddad, invoca “più semplificazione e meno burocrazia” e si fa portavoce di molte aziende europee “ansiose” di recuperare urgentemente un livello sufficiente di competitività di fronte alla Cina e agli Stati Uniti di Donald Trump. Altri Paesi, tra cui la Germania, chiedono un analogo alleggerimento normativo. La Commissione dovrebbe presentare misure in tal senso alla fine di febbraio, come promesso dalla presidente, Ursula von der Leyen, questa settimana a Davos.

A metà aprile dello scorso anno, il Parlamento europeo ha adottato un testo molto ambizioso che impone la due diligence ai produttori. L’obiettivo è quello di richiedere alle aziende di prevenire, identificare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani e sociali (lavoro minorile, lavoro forzato, sicurezza, ecc.) e ai danni ambientali, come deforestazione e inquinamento. Un “dovere di diligenza” che deve essere applicato a tutta la supply chain, quindi fornitori, subappaltatori e filiali. In base a questa direttiva, le aziende che non la rispettano saranno ritenute responsabili e dovranno risarcire interamente le vittime. In una nota congiunta, l’Associazione francese delle aziende private e il Deutsches Aktieninstitut, il suo equivalente tedesco, hanno chiesto l’“adattamento” e la “semplificazione” di diverse misure verdi di fronte all’“intensificarsi della concorrenza globale”.

Il secondo testo nel mirino di Parigi riguarda la “contabilità verde”, che mira ad armonizzare il modo in cui le aziende pubblicano i loro dati di sostenibilità (ambientale, sociale e di governance) in tutta Europa. È stato adottato durante la precedente legislatura europea sulla scia del Green Deal, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050, ma ha subito un attacco frontale da parte degli ambienti economici europei, ansiosi di recuperare con urgenza una sufficiente competitività di fronte agli Stati Uniti e alla Cina.

Mercoledì, la portavoce del governo francese Sophie Primas si è unita ai numerosi attori economici europei che attaccano la direttiva, denunciata come un peso per la competitività delle imprese. “Credo che l’Unione europea nel suo complesso si sia resa conto di essersi spinta un po’ troppo in là”, ha dichiarato la portavoce del governo francese, descrivendo la direttiva come un ‘inferno’ per le imprese. Il ministro francese per l’Europa, Benjamin Haddad, ha dichiarato che sarà “a Bruxelles questa settimana per far passare questo messaggio”. Lunedì Stéphane Séjourné, vicepresidente della Commissione europea con delega alla strategia industriale, ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la direttiva CSRD “abolirà la rendicontazione” e ha confermato l’avvio, il 26 febbraio, di una “massiccia opera di semplificazione” nell’Ue. Tuttavia, le decisioni su questi temi sono ancora in discussione.

La decisione della Francia è stata fortemente criticata a sinistra e dalle Ong. Attaccare queste due direttive “significa distruggere l’unica legislazione europea concepita per stabilire le regole della globalizzazione”, spiega l’eurodeputata Manon Aubry. Co-presidente del gruppo della sinistra radicale, aveva condotto i negoziati sulla due diligence. “Con questa posizione, il governo francese fa un vero passo indietro rispetto alle sue ambizioni climatiche”, attacca Olivier Guérin di Reclaim Finance.

Von der Leyen lancia Fondo globale su transizione verde: “Più progetti e investimenti”

Mantenere lo slancio sulla transizione verso l’energia pulita, realizzare progetti di punta e sbloccare più investimenti. Sono gli obiettivi del nuovo Forum globale per la transizione green lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen insieme  al Direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol. “Alla COP28, il mondo si è unito dietro gli obiettivi di triplicare l’energia rinnovabile e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030. La scadenza si avvicina rapidamente”, ha spiegato dal palco del World Economic Forum in corso a Davos. In generale, per von der Leyen, sull’energia pulita “non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente. Si tratta anche di aumentare la produzione. Ogni regione deve essere in grado di produrre le tecnologie di cui ha bisogno”. Quindi si tratta di costruire reti, o aggiornarne 25 milioni di chilometri entro il 2030, di sviluppare la capacità di tenere accese le luci se il vento non soffia o il sole non splende. “Tutto questo richiede investimenti massicci e nessuna azienda, nessun paese e nessuna regione può farlo da sola. Dobbiamo lavorare insieme e dobbiamo agire ora”. Ed è per questo che è nato il Forum globale sulla transizione energetica.

Il Forum riunisce partner da tutto il mondo, dal Brasile, Canada e Repubblica Democratica del Congo, al Kenya, Perù, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e molti altri, nonché aziende e investitori, con 3 obiettivi principali: in primo luogo, sostenere lo slancio dell’accordo energetico globale. “Questi obiettivi energetici globali devono trovare la loro strada nella prossima ondata di contributi determinati a livello nazionale, i famosi NDC – ha spiegato von der Leyen -. Dobbiamo trasformare le promesse collettive in progressi misurabili”. In Europa, ha ricordato, è stato aumentato l’ obiettivo di energia rinnovabile per il 2030 a oltre il 42%. Oggi siamo al 23%, quindi “ci aspetta molto lavoro buono e duro”.

Secondo obiettivo: trasformare tutto questo ​​progetti molto concreti. Ecco perché, sotto la guida della COP30 brasiliana, il Forum si concentrerà su iniziative di punta, ad esempio progetti che portano energia alle comunità svantaggiate o progetti che danno il via a nuove industrie pulite e aumentano l’energia pulita a livello globale. E infine, il Global Energy Transition Forum dovrebbe aiutare a sbloccare più investimenti. “Se vogliamo essere più veloci, abbiamo bisogno di più investimenti”, ha ribadito la presidente europea dicendosi “contenta” che il Regno Unito stia guidando questo cambiamento. L’Europa “intende mantenere la sua strada sull’energia pulita ed è pronta a lavorare con chi è interessato ad accelerare la transizione”. Anche perché, “è evidente che la transizione verso l’energia pulita sta avvenendo, e ci resterà”.

Solo l’anno scorso, la spesa globale per l’energia pulita ha raggiunto un record di 2 trilioni di dollari per ogni dollaro investito in combustibili fossili, mentre 2 dollari sono stati investiti in energia rinnovabile e nel settore energetico. Gli investimenti in energia pulita superano di 10 a 1 i combustibili fossili. Tutto questo non è solo una buona notizia per il pianeta, ha ricordato von der Leyen, ma “è anche una buona notizia per l’innovazione. È una buona notizia per l’indipendenza energetica”, è un bene “per la competitività economica” e, in ultimo, “riduce le bollette energetiche, quindi è un bene per le famiglie e le aziende“. Tuttavia, in questo percorso “nessuno può essere lasciato indietro“. Per questo, nel suo discorso, la presidente von der Leyen ha anche sottolineato la necessità di uno sforzo collettivo per aumentare la produzione di energia rinnovabile in Africa. “Nonostante detenga il 60% delle migliori risorse solari del mondo e punti ad aumentare la sua capacità di energia rinnovabile di cinque volte entro il 2030, il continente riceve attualmente meno del 2% degli investimenti globali in energia pulita“, ha ricordato.

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L’Ue accelera sulla competitività, ma l’ombra dei dazi Usa si allunga sui 27

La “rivalità geostrategica” è “spietata” e l’Europa “deve cambiare marcia se vuole mantenere la sua crescita nei prossimi 25 anni”, anche alla luce del fatto che “le principali economie mondiali si contendono l’accesso alle materie prime, alle nuove tecnologie e alle rotte commerciali globali”. Insomma, “dall’Artico al Mar Cinese Meridionale, la gara è aperta”. Da Davos, in Svizzera, dove si svolge il World Economic Forum, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, preme sull’acceleratore e cerca di scuotere il continente di fronte “all’intensificarsi della concorrenza” e spinge i 27 a “lavorare insieme” per “evitare una corsa al ribasso”.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non è affare da poco e von der Leyen lo sa. L’Unione europea, assicura, sarà “pragmatica” con gli Stati Uniti, e si impegnerà “nel dialogo senza indugio”, ben consapevole degli “interessi comuni” e pronta “a negoziare”. Allo stesso tempo, però, serve una spinta forte e per questo la Commissione europea la prossima settimana presenterà una “tabella di marcia, che guiderà i nostri sforzi nei prossimi cinque anni”. Una roadmap che vede il suo fil rouge nel rapporto sulla competitività firmato da Mario Draghi. Quattro gli obiettivi indicati da von der Leyen: aumentare la produttività “colmando le lacune dell’innovazione”, sviluppare un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività, “affrontare le carenze di competenze e di manodopera e ridurre la burocrazia”. Una strategia, dice la leader dell’esecutivo Ue, che “mira a garantire una crescita più rapida, più pulita e più equa”.

Sullo sfondo, però, l’ombra dei dazi annunciati da Trump smorza gli entusiasmi. Il presidente Usa ha già annunciato che dal 1° febbraio punta ad aumentare del 25% le tasse doganali sui prodotti provenienti dai vicini Canada e Messico, mentre gli effetti delle nuove politiche protezionistiche nei confronti dell’Europa hanno contorni non ancora ben definiti.

Da Strasburgo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, prova a gettare acqua sul fuoco: “Di per sé i dazi non significano nulla – dice – e dobbiamo raccogliere una sfida competitiva dando una risposta adeguata”. Insomma la presidenza Trump può rappresentare “una grande opportunità per l’Europa, perché ci costringe a rispondere con altrettanta assertività”. Anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz invita alla calma: l’Europa, dice a Davos, deve “difendere il libero scambio”, ma è necessario “mantenere il sangue freddo” e puntare su “cooperazione e comprensione reciproca”. Un tema, quello dei dazi, in cui la Cina non può che entrare dalla porta principale: “il protezionismo non porta da nessuna parte e non ci sono vincitori nelle guerre commerciali”, assicura il vice premier Ding Xuexiang. A margine dei lavori dell’Ecofin, anche la Svezia chiede prudenza. “Certamente ci sono preoccupazioni per dazi, ma ancora non siamo in questa situazione quindi restiamo calmi”, dice la ministra delle Finanze, Elisabeth Svantesson.

Meno diplomatico, ca va sans dire, il primo ministro canadese Justin Trudeau, che si dice pronto “ad affrontare tutti gli scenari” e a tutelare gli interessi nazionali se tra 10 giorni le nuove tariffe doganali entreranno ufficialmente in vigore. Già, perché seppur dimissionario, Trudeau spera ancora di convincere Trump a fare dietrofront. Gli economisti sostengono che l’imposizione di dazi innescherebbe una profonda recessione nel Paese, dove il 75% dei beni e servizi esportati è destinato agli Stati Uniti.

Giovedì Trump è atteso in videocollegamento a Davos e il tema degli scambi commerciali con l’Europa potrebbe essere uno dei piatti messi sul tavolo. Il volume tra Usa e Ue ammonta a 1,5 trilioni di euro, pari al 30% del commercio mondiale. “La posta in gioco per entrambe le parti – assicura von der Leyen – è enorme”.

Nuova direttiva Ue: aziende quotate forniranno 1178 dati per rendiconto sostenibilità

Da gennaio è entrata in vigore la Corporate Sustainability Reporting Directive, meglio conosciuta come Csrd, una direttiva europea che obbliga molte aziende a pubblicare una relazione non finanziaria, focalizzandosi su aspetti legati alla sostenibilità, come ambiente, sociale e governance. La Csrd ha sulla carta lo scopo di sostituire la NFRD (Direttiva sull’Informativa Non Finanziaria), che era stata introdotta nel 2014 con la Dichiarazione di Performance ExtraFinanziaria (DPEF). Sebbene la NFRD richiedesse alle aziende di fornire informazioni relative alle loro azioni di sostenibilità, essa è stata giudicata insufficiente dalle autorità europee. La CSRD, al contrario, amplia i requisiti di trasparenza e dettaglio, offrendo un quadro più strutturato che migliora la visibilità per investitori, Ong e consumatori. Con l’introduzione di standard europei di reporting sulla sostenibilità (ESRS), La Csrd punta così – secondo le istituzioni continentali – a garantire che le informazioni siano comparabili, affidabili e utili per chi prende decisioni legate agli investimenti e alle politiche aziendali.

Nel dettaglio la Csrd coinvolgerà una platea molto più ampia rispetto alla Nfrd. Mentre quest’ultima riguardava solo le grandi aziende con più di 500 dipendenti (circa 11.700 aziende in totale), la CSRD si estende a circa 50.000 imprese. In particolare, saranno soggette alla direttiva tutte le aziende con più di 250 dipendenti che soddisfano almeno due di questi criteri: un bilancio di 25 milioni di euro o un fatturato di 50 milioni di euro. Anche le piccole e medie imprese quotate in borsa, nonché le imprese extra-Ue con un fatturato annuale superiore a 150 milioni di euro nel mercato dell’Ue, rientrano nell’ambito di applicazione. Le microimprese, invece, non sono interessate dalla normativa.

La progressiva applicazione della Csrd seguirà un calendario specifico in base alla dimensione e alla natura dell’attività delle aziende. Le società già soggette alla NFRD – in primis banche e assicurazioni – dovranno iniziare a rispettare i nuovi obblighi a partire dal 1° gennaio 2025, mentre le grandi imprese europee ed extraeuropee quotate in mercati regolamentati dovranno adeguarsi dal 1° gennaio 2026. Le pmi europee ed extraeuropee quotate entreranno nel regime della Csrd dal 1° gennaio 2027, mentre le imprese extraeuropee con un fatturato superiore a 150 milioni di euro nel mercato europeo dovranno conformarsi dal 1° gennaio 2028.

Un aspetto fondamentale della Csrd è che il rapporto di sostenibilità deve essere conforme agli ESRS, sviluppati dall’EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group). Gli standard coprono tre principali aree: ambiente, sociale e governance. Gli esempi di informazioni che le aziende dovranno includere nel loro report spaziano dalle emissioni di Co2 (per l’aspetto ambientale), alla diversità all’interno del consiglio di amministrazione (per l’aspetto di governance), fino alle condizioni di lavoro tra subappaltatori e fornitori, e alle politiche di rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena del valore (per l’aspetto sociale). Piccolo particolare: i dati da compilare sono ben 1178.

Ue, Tridico (M5S): Crisi industriale sia priorità della nuova legislatura

Oggi c’è “una crisi comune a livello industriale in Europa. In particolare il settore automotive è colpito da una grave crisi e qui, a mio parere, l’Europa deve concentrare i maggiori sforzi, i maggiori investimenti. Vediamo come la trasformazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione stiano avanzando velocemente”. Lo ha detto Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles.

Di fronte alla transizione ecologica e digitale, ha aggiunto, “gli Stati Uniti, i cinesi – partner e allo stesso tempo anche competitor importanti dell’Europa – le stanno affrontando con ingenti investimenti pubblici, con politiche pubbliche e importanti. Ecco io penso che la competitività europea, che certamente rimane il principale obiettivo per fronteggiare i giganti che sono nostri competitor, si possa e si debba a far crescere attraverso politiche pubbliche a partire da investimenti comuni”.

Durante il Covid, ha detto Tridico, “abbiamo affrontato la crisi in un modo comune, anche con investimenti pubblici e ne siamo usciti meglio. La crisi dell’industria e, in particolare, quella dell’automotive, a mio parere si può superare con un approccio europeo che finalizzi gli investimenti pubblici, anche attraverso gli Eurbond e quindi debito comune. Penso che sia una priorità per questa legislatura dell’Unione Europea”.

Bonaccini (Pd): Ue deve diventare un gigante anche politico

“Sul tema della libertà di informazione, l’Europa deve tutelarsi e garantire che il diritto alla privacy, alla libertà di informare, e soprattutto non essere ostaggio di utilizzo dei nostri dati o di piattaforme per influenzare addirittura le decisioni demografiche è un fatto prioritario”. Lo ha detto Stefano Bonaccini, eurodeputato del Pd (S&D), a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles. “Abbiamo visto cosa è accaduto per la prima volta nella storia dell’Unione Europea in Romania – ha aggiunto – dove la Corte ha dovuto bloccare l’elezione del presidente di quel Paese, in quanto pare accertato che vi siano state influenze attraverso l’utilizzo di piattaforme, in questo caso Tik Tok, e non sono e non devono essere consentiti. Nel momento in cui l’uomo più ricco del mondo consigliere persino del nuovo presidente degli Stati Uniti Trump si permette di dire certe cose di minacciare di farle io credo che una certa inquietudine debba arrivare”.

L’Europa, ha aggiunto Bonaccini, “si è dotata di recente dell’European Freedom Act, che è un fatto molto importante, ma deve pretendere reciprocità nel rapporto con gli altri Paesi per evitare che, appunto, ci sia chi utilizza i nostri dati, intervenga sulla nostra privacy e soprattutto – ed è questo il rischio più grande – condizioni i processi di decisione democratica”.

In merito alle priorità dell’Ue, ha detto Bonaccini, “io penso che l’Europa, che oggi ancora il primo spazio commerciale ed economico del mondo, debba diventare un gigante anche politico. Noi abbiamo bisogno di poter avere finanziamenti che servono per migliorare la qualità della vita e la competitività dei propri territori”, risorse che passano dall’Unione Europea”. E’ necessario, ha concluso Bonaccini, “che si lavori per diventare uniti, non solo dalla moneta, ma anche da politiche fiscali, commerciali, di difesa, ambientali comuni, altrimenti rischiamo, tra vecchie e nuove economie, tra vecchie e nuove potenze di soccombere e nessuno Stato, neanche quelli dove i sovranisti volano, da solo può permettersi di competere a livello globale”.

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Decaro (Commissione Envi): Ue sostenga aziende per transizione green giusta

“Occasioni come queste servono a tenere insieme un dibattito tra i rappresentanti aziende e chi deve prendere decisioni all’interno del Parlamento europeo. I temi sono quelli legati al Green Deal e alla sicurezza alimentare: sono arrivate tante sollecitazioni da parte delle associazioni di categoria e delle singole aziende in merito alla necessità di tenere insieme la tutela dell’ambiente e la tutela della salute dei consumatori e dei cittadini europei con le esigenze delle aziende, che hanno bisogno anche di un fondo per la competitività”. Lo ha detto Antonio Decaro, presidente Commissione Envi del Parlamento Ue a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles.

“Credo che questa – ha aggiunto Decaro- sarà una legislatura in cui bisognerà dare attuazione alla transizione ecologica e digitale, e sarà una legislatura che dovrà però sostenerle per poter arrivare a una transizione giusta”.