Raddoppiata l’installazione impianti solari in Italia: ingresso nella top 3 europea

Nel 2023 l’energia solare nell’Unione Europea ha registrato un altro record, raggiungendo 55,9 GW installati, una crescita del 40% rispetto all’anno precedente e addirittura un raddoppio del mercato in soli due anni. Un risultato che vede per il terzo anno consecutivo il settore del Vecchio Continente superare il picco precedente, mantenendo un costante trend di crescita annuale di almeno il 40%. I numeri escono dall’ultimo European Market Outlook di SolarPower Europe, l’associazione che rappresenta gli operatori fotovoltaici.

A livello di singoli Paesi, la Germania riemerge come il principale mercato solare, installando 14,1 GW e superando il record italiano stabilito nel lontano 2012. A seguire, la Spagna con 8,2 GW e, in una sorprendente ascesa, l’Italia entra nella top 3 con l’installazione di 4,8 GW. La Polonia (4,6 GW) e i Paesi Bassi (4,1 GW) chiudono la top 5, mentre la Francia esse dalle migliori cinque proprio a causa dell’eccezionale performance italiana. Nel dettaglio, ben 20 Stati membri dell’UE hanno sperimentato il loro miglior anno solare nel 2023 e 25 hanno installato più energia solare rispetto all’anno precedente. Salgono a 14 i Paesi che hanno superato la soglia di 1 GW di installazioni annuali, contrapponendosi ai 10 del 2022, spiega il report.

L’analisi di SolarPower Europe sottolinea che l’Italia è stata uno dei protagonisti di questa crescita, con un aumento significativo da 2,5 GW nel 2022 a notevoli 4,9 GW nel 2023. Questo exploit, quasi il doppio delle installazioni dell’anno precedente. Non tutto però è filato liscio. Il segmento residenziale, tradizionalmente un motore trainante del mercato grazie agli incentivi Superbonus, ha subito una flessione. Le installazioni residenziali sono scese da un picco di 200 MW a marzo a 153 MW a ottobre, anche se mantengono una significativa quota di circa il 40% nella crescita complessiva. E’ il settore C&I (commercio e industria) ad aver assunto un ruolo preponderante, contribuendo con circa il 43% della capacità installata nel 2023. Una tendenza che suggerisce una trasformazione nella dinamica di crescita del mercato solare italiano. E guardando al futuro, le prospettive prevedono un ulteriore aumento della capacità solare, passando da 29,5 GW nel 2023 a 56,7 GW nel 2027, con un tasso medio di crescita annua dell’18% nettamente superiore alla media europea.

Infatti “secondo il nostro scenario medio – sottolinea l’European Market Outlook di SolarPower Europe – il solare continuerà la sua traiettoria ascendente nel 2024, raggiungendo i 62 GW ma con un aumento annuo dell’11%. Questo tasso di crescita moderato è influenzato da una diminuzione della domanda residenziale, che era aumentata nei due anni precedenti a causa della crisi energetica. Allo stesso tempo, si prevede che i miglioramenti legislativi richiederanno 1 o 2 anni o più prima che gli impatti sugli sviluppi di impianti di pubblica utilità possano diventare evidenti. La nostra ricerca – prosegue il report – mostra che l’energia solare su tetto dominerà il mercato, anche se evolverà gradualmente nei prossimi 4 anni”.

C’è poi un ultimo aspetto non incoraggiante per l’Europa, sottolineato dall’associazione europea del fotovoltaico. Mentre la produzione di celle solari e moduli ha registrato un incremento significativo nel 2023, con un aumento del 59% rispetto al 2022, si evidenzia che meno del 2% della domanda europea di energia solare potrebbe essere soddisfatto dalla produzione europea di solare fotovoltaico. Questo solleva interrogativi sulle dinamiche della produzione e sulla dipendenza dal mercato globale per soddisfare la crescente domanda di energia solare nell’Unione Europea.

Cop28, raggiunto “storico” accordo. Neutralità dal carbonio dal 2050

Un accordo “storico”, “guidato dalla scienza”, “equo” e raggiunto grazie “allo spirito di collaborazione” di tutte le parti. È “orgoglioso” Sultan Al Jaber, presidente emiratino della Cop28, nell’annunciare che alla fine l’intesa è stata trovata e che a Dubai si è seguita la “stella polare” per trovare una nuova strada comune per combattere il riscaldamento globale. Un accordo, ha spiegato in seduta plenaria, che per la prima volta cita esplicitamente i combustibili fossili, anche se la parola “uscita” è stata sostituita da “transizione”.

“Transitare dai combustibili fossili” e accelerare l’azione “in questo decennio cruciale, al fine di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050,  in linea con le raccomandazioni scientifiche” è quanto prevede l’accordo, che esclude quindi l’uscita da petrolio, gas e carbone, ma punta a un percorso più lento verso l’eliminazione di queste fonti di energia inquinanti, proprio come richiesto dai Paesi produttori, guidati dall’Arabia Saudita. Passa quindi la linea più morbida, ma si riconosce “la necessità di riduzioni forti, rapide e sostenute delle emissioni di gas a effetto serra, coerenti con le traiettorie di 1,5°C, e invita le Parti a contribuire ai successivi sforzi globali”. 

Il documento propone la triplicazione delle energie rinnovabili entro il 2030, lo sviluppo dell’energia nucleare e dell’idrogeno “a basse emissioni di carbonio”, nonché le incipienti tecnologie di cattura del carbonio favorite dai Paesi produttori di petrolio. Una fonte vicina alla presidenza emiratina ritiene che il testo sia stato finemente “calibrato” per cercare di conciliare i punti di vista opposti, e in particolare per evitare che l’Arabia Saudita lo bloccasse. Pur lasciando deliberatamente un po’ di ambiguità nella formulazione, in modo che ci sia qualcosa per tutti…

Transizione in “modo giusto, ordinato ed equo” significa assicurare un ritmo diverso per i vari Paesi, a seconda delle loro esigenze di sviluppo e della loro responsabilità storica nel riscaldamento globale.

“Dal profondo del mio cuore – ha detto Al Jaber – grazie. Siamo arrivati molto lontano insieme in poco tempo, abbiamo lavorato duramente perché ci fosse un futuro migliore per il pianeta e dovremmo essere orgogliosi di questo accordo storico”. “Il mio Paese”, cioè gli Emirati Arabi Uniti, ha aggiunto, “è orgoglioso del ruolo che ha avuto nell’aiutarvi ad andare avanti”. “Ora, però – è l’invito – dobbiamo agire, perché siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo”.

“Che vi piaccia o no, l’eliminazione dei combustibili fossili è inevitabile. Speriamo che non arrivi troppo tardi”, ribadisce su X il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’accordo è “una buona notizia per il mondo intero” perché consentirà di accelerare “la transizione verso un’economia più pulita e più sana”. Soddisfatto anche l’invisto Usa per il Clima, John Kerry, secondo cui il via libera al testo è “motivo di ottimismo” in un mondo pieno di conflitti.

Anche il nostro Paese guarda all’accordo con il sorriso. “L’intesa raggiunta a Dubai – dice il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – tiene conto di tutti gli aspetti più rilevanti dell’accordo di Parigi e delle istanze, profondamente diverse tra loro, dei vari Stati, che tuttavia riconoscono un terreno e un obiettivo comune, con la guida della scienza. Per questo, riteniamo il compromesso raggiunto come bilanciato e accettabile per questa fase storica, caratterizzata da forti tensioni internazionali che pesano sul processo di transizione. L’Italia, nella cornice dell’impegno europeo, è stata impegnata e determinata fino all’ultimo per il miglior risultato possibile”.

La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa passa attraverso la decarbonizzazione

Sicurezza energetica e politica climatica vanno di pari passo, quindi per andare più veloci in termini di sicurezza l’Ue deve andare più spedita anche in termini di decarbonizzazione. E’ chiaro il monito che ha lanciato Matthew Baldwin, direttore generale aggiunto della DG ENER della Commissione europea, nel suo intervento alla decima edizione dell’evento ‘How can we govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews e GEA, che si è tenuto a Bruxelles, presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Belgio.

L’ultimo panel della giornata di confronto è stato dedicato alla ‘Sicurezza energetica: ridotta la dipendenza dalla Russia, l’Ue è in grado di puntare all’autonomia con fonti rinnovabili?’. Dalla domanda lo spunto per riflettere sugli ultimi due anni che hanno messo alla prova l’Unione europea tra tagli alle forniture di gas da parte della Russia e la necessità di rendersi autonoma (o quasi) dal punto di vista energetico. “Siamo a un punto migliore rispetto a come eravamo un anno fa, ma la crisi ci può colpire ancora”, ha sentenziato, snocciolando i numeri che testimoniano che l’Ue e l’Italia hanno superato o almeno stanno superando la crisi. Come Unione europea “abbiamo deciso rapidamente” di ridurre, nell’ottica di abbandonare totalmente, “la dipendenza dai combustibili fossili russi” attraverso il piano ‘REPowerEu’.

Siamo passati da circa 155 miliardi di metri cubi di gas nel 2021 a 40 miliardi di metri cubi ora” di forniture dal Cremlino. Non solo. La strategia europea punta sul risparmio dei consumi (e l’Italia – ha Baldwin – è riuscita ad andare oltre il target di taglio ai consumi del 18%) e sulla spinta sulle rinnovabili. “Nel 2023 l’Ue si aspetta di installare 70 GigaWatt di capacità rinnovabile, solare ed eolica. L’Italia dovrebbe raddoppiare la capacità installata rispetto all’anno precedente”, ha aggiunto.

Durante la crisi energetica anche Eni si è mossa come azienda e come sistema Paese nel quadro della decisione dell’Ue di ridurre ed eliminare la dipendenza dai combustibili fossili russi. “L’italia in questo è stata un campione, ha portato a termine nel più breve tempo possibile rispetto ad altri Paesi ed è stato fatto grazie a una già esistente diversificazione delle rotte”, ha dichiarato Luca Giansanti, responsabile degli Affari governativi europei di Eni, precisando che il nostro Paese “ha la fortuna di avere gasdotti e di aver deciso di potenziare la capacità di rigassificazione”. A detta di Stefano Verrecchia, rappresentante permanente aggiunto dell’Italia presso l’Ue, durante la crisi l’Italia è stata capace “di rispondere all’emergenza ma come Paese abbiamo sempre cercato di avere un atteggiamento realistico nella transizione, tenendo conto anche della dimensione sociale“, ha aggiunto, sottolineando la necessità di “una soluzione finanziaria importante” per affrontare la transizione.

Nel contesto di riduzione rapida delle emissioni, il rischio, secondo l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Tiziana Beghin, è quello di “sostituire” la dipendenza dell’Ue dalle forniture russe “con altre dipendenza con partner che non sempre sono partner stabili”, ha detto. “Siamo in un periodo storico in cui si sono verificate condizioni critiche contemporaneamente Con il piano per l’indipendenza energetica ‘RepowerEu e il price cap per il gas siamo riusciti a tenere basso il prezzo dell’energia, ma ancora oggi è doppio rispetto ai livelli pre-crisi e questo crea distorsioni molto elevate”.

Al centro del confronto non solo le rinnovabili, ma anche altre fonti energetiche a zero emissioni, come il nucleare, che dividono l’Ue. Dal Green Deal in poi l’Ue “ha declinato una strategia di decarbonizzazione, e in questo quadro il nucleare c’è ma come scelta dei singoli stati membri e non dell’Ue. Da Bruxelles c’è un impegno soprattutto nel campo della ricerca”, ha ricordato l’eurodeputata del Partito democratico, Patrizia Toia. In tempi recenti è nato in Ue “un nuovo interesse nel nucleare di nuova generazione, per i cosiddetti piccoli reattori nucleari”, ha detto, ricordando che al Parlamento europeo di Strasburgo la prossima settimana si voterà una relazione di iniziativa sui piccoli reattori modulari. La relazione è stata votata nelle scorse settimane in commissione Itre e Toia ha ricordato che la delegazione italiana nel gruppo S&D “non ha votato a favore”.

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Energia, niente proroga del mercato tutelato ma prezzi calmierati per 4,5 milioni di famiglie

Anche con la fine del mercato tutelato, per 4,5 milioni di famiglie italiane considerate ‘vulnerabili’ i prezzi della bolletta dell’energia elettrica resteranno calmierati. Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri con il via libera alla nuova disposizione normativa sul mercato tutelato nel settore della fornitura di energia elettrica. La decisione, spiega Palazzo Chini, “è in linea con gli impegni assunti nell’ambito della terza rata del Pnrr, e si è resa necessaria per garantire un graduale e informato passaggio al mercato libero”.

La liberalizzazione del mercato è , infatti, prevista dal Legge n. 124 del 2017 e dagli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza previsti nel 2021 come condizione per il pagamento della terza rata. Per le altre famiglie, attualmente nel mercato tutelato e corrispondenti a circa quattro milioni e mezzo di utenze, vengono introdotte misure per assicurare “la massima informazione e le migliori condizioni nel passaggio al mercato libero dell’energia elettrica”, che già riguarda complessivamente circa 21 milioni di famiglie.

Il governo, con l’approvazione in Cdm del decreto Energia, punta così a disciplinare il passaggio graduale al mercato libero dei nove milioni di utenze domestiche che ancora usufruiscono di quello tutelato, “rafforzando al contempo – spiega in una nota – gli strumenti finalizzati a prevenire ingiustificati aumenti dei prezzi e possibili alterazioni delle condizioni di fornitura di energia elettrica”.

Limitatamente alla fornitura di energia elettrica in favore delle famiglie non vulnerabili, entro il 10 gennaio 2024 saranno individuati gli operatori economici che subentreranno nella fornitura.

Gli utenti interessati dal passaggio, inoltre, saranno destinatari di una specifica campagna informativa, nonché i principali beneficiari di “una costante attività di monitoraggio sulle attività degli operatori e sull’andamento dei prezzi definita da Arera in collaborazione con il ministero dell’Ambiente e della Scurezza energetica e con il coinvolgimento delle associazioni dei consumatori maggiormente rappresentative”.

Nel decreto appena approvato, vengono, inoltre, introdotte delle semplificazioni relativamente al trasferimento della domiciliazione bancaria per il pagamento delle bollette, di cui viene prevista l’emissione con cadenza necessariamente bimestrale, ferma restando, spiega ancora Palazzo Chigi, “la libertà dell’utente di scegliere un fornitore diverso da quello assegnato all’esito delle procedure competitive e una differente modalità di pagamento”.

Nucleare, presidente AIN: E’ energia più pulita e sicura. Ma servono infrastrutture

Nel mondo si torna a parlare di nucleare. Questa volta nella strategia ambientale, di decarbonizzazione necessaria a contenere il riscaldamento globale del Pianeta. Se in Italia siamo in grado di reggere una pianificazione, nonostante due referendum contrari e quasi quarant’anni di stop alle attività, è grazie alle tantissime imprese della Penisola che hanno continuato a occuparsene all’estero. “Sa quanta gente ci lavora in Italia? Ci sono cento industrie nucleari, sono quelle che hanno salvato il nostro parco nucleare”, spiega Stefano Monti, presidente dell’AIN (Associazione Italiana Nucleare).

Non è paradossale che se ne parli in ottica ecologica?

“No, il nucleare è un’energia pulita. Le emissioni di Co2 sono fra le più basse di tutte le possibili sorgenti, abbiamo un record di sicurezza che non ha nessuno. Se si considera tutta l’energia prodotta, il nucleare è quello che ha meno morti. Per il carbone muoiono cinquecentomila persone all’anno nel mondo. E poi attenzione, quando si parla di sicurezza, si parla di fatalità”.

Cioè del rischio di un’altra Fukushima?

“A Fukushima i morti li hanno fatti il terremoto e lo tsunami. Per colpa della centrale nucleare non è morto nessuno, perché le persone sono state rilocate. C’è stato senza dubbio un impatto, perché 150mila persone hanno dovuto abbandonare la loro casa, muoversi altrove per evitare la contaminazione. In questa maniera però non è morto nessuno per l’incidente. Nel Vajont invece sono morte quasi duemila persone in una notte. E c’è un incidente in un impianto idroelettrico cinese che ha fatto 20mila morti. Anche considerando Fukushima, il nucleare dimostra di essere più sicuro rispetto ad altri. Parliamo di reattori che sono ordini di grandezza più sicuri di Fukushima, che è stato progettato negli anni Cinquanta-Sessanta e in terza generazione tra il Novanta e il Duemila, in tutti questi anni le tecnologie sono avanzate. Non sottostimiamo la rilocazione di 150mila persone, ma così facendo non ci sono stati morti, vogliamo adottare una tecnologia ben superiore, che resista a uno tsunami eccezionale”.

Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, ha citato uno studio che parla di un ritorno sull’economia italiana da 45 miliardi e 42mila posti di lavoro. Sono numeri attendibili?

“Sono numeri attendibili. Bisogna poi concretizzarli nella situazione del nostro Paese. Possono diventare reali se iniziamo l’implementazione del nucleare il prima possibile. Diventeranno reali quando si creeranno le condizioni perché un’utility possa prendere la decisione di realizzare un impianto nucleare e vederne l’efficacia sul territorio e sull’economia. Ci sono metodi ben consolidati per fare queste valutazioni di impatto sull’economia e sulla forza lavoro, ma per poter concretizzare è ora di mettere a terra le cose concrete da fare”.

Quali sono le cose da mettere a terra?

“Sono condizioni indipendenti dalle tecnologie. Qualsiasi tecnologia richiede che vengano sviluppate le tecnologie materiali e immateriali nel rispetto dei più alti standard di sicurezza e di salvaguardia, perché bisogna difendersi dai problemi di non proliferazione. Sono quelle infrastrutture che l’International Atomic Energy Agency ha individuato in un milestone approach che accompagna i Paesi che intendono introdurre il nucleare nel proprio mix energetico e vanno sviluppati in maniera armonica durante il progetto. Sono 19, tra queste la legislazione, la regolamentazione di sicurezza e salvaguardia e poi l’infrastruttura principe, cioè le risorse umane. Ci vogliono risorse umane in tutti i campi”.

In quanto tempo in Italia potrebbe iniziare a funzionare una centrale?

“Io chiedo sempre alla politica di dirci quali sono i suoi tempi, quando ha bisogno di avere energia nucleare in quantità apprezzabile dal punto di vista della decarbonizzazione e della sicurezza degli approvvigionamenti. Invece di buttare sempre il cuore oltre l’ostacolo e affaticarlo per nulla, cerchiamo di mettere in fila le cose da fare in maniera che a un certo punto avremo le condizioni per poter produrre in quantità. Ovviamente al 2025 è impossibile. Ma ci reattori già molto avanzati”.

E’ la terza generazione?

“Questa questione delle generazioni è molto ‘misleading’, molto legata alla commercializzazione. Parliamo dei reattori esistenti che sono i più avanzati del mercato, collaudati, provati e operati, connessi alla rete per anni. Questi reattori, volendo si possono comprare oggi. Una utility può comprarla oggi? A mio parere no, perché mancano le infrastrutture di base”.

I tempi per costruirli quali sarebbero?

“Per mettere assieme un programma nucleare, che preveda le infrastrutture di base, la realizzazione di un impianto e la connessione in rete, un periodo di tempo dell’ordine di 10 anni è ragionevole. Lo hanno fatto gli emirati Arabi partendo da zero”.

Per i piccoli reattori di cui parla il governo invece?

“Quanto agli Smr, la Francia, che è il Paese più avanzato da questo punto di vista, ha detto che di quelli ne avrà uno all’orizzonte nel 2030-2032, dunque è ragionevole per noi averlo nel 2035. Ma servono sempre le infrastrutture. Poi se il reattore è piccolo probabilmente si riescono a trovare schemi di finanziamento più semplici. I possibili finanziatori aumentano e i tempi di realizzazione di riducono”.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Energia, come è cambiato il prezzo della luce

Nell’infografica interattiva di GEA si mostra la composizione del prezzo della luce per famiglia tipo con consumo annuo di 2.700 kWh, nei diversi trimestri dal 2020 al III trimestre 2023. Cliccando sulle singole barre si vede il prezzo in centesimo di euro a kWh per capitolo di spesa (energia, trasporto, oneri di sistema e imposte).

Nucleare, sindaco Trino: “Deposito scorie è necessario, noi pronti ad accoglierlo”

Poco meno di 7mila abitanti, proprio dove inizia la provincia di Vercelli. Non lontano dal capoluogo piemontese, ma vicino alle colline del Monferrato. Trino è uno di quei comuni come ce ne sono tanti, da nord a sud, ma la sua storia è di quelle che si fa ricordare. Qui, a metà degli anni ’60 del secolo scorso, entrò in servizio una delle quattro centrali nucleari italiane, la Enrico Fermi. Attiva fino al 1987 – quindi poco dopo il disastro di Chernobyl – fu chiusa dopo il referendum con cui gli italiani dissero ‘no’ a questa forma di energia. Alla fine degli anni ’90 la proprietà della centrale fu trasferita a Sogin, con il compito di bonificare l’area e procedere allo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Da allora sono successe molte cose, ma l’Italia non ha ancora un deposito nazionale destinato alle scorie, cioè un’infrastruttura ambientale di superficie in cui mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi prodotti in Italia, sia quelli relativi alle vecchie centrali ormai dismesse sia quelli prodotti, ad esempio, dal mondo sanitario.

E Trino che ruolo ha? Nel decreto Energia approvato una manciata di giorni fa dal governo è stata introdotta una norma che permette ai siti militari e ai comuni di autocandidarsi come sede del deposito. Già, perché nessuna delle aree idonee individuate da Sogin ha dato la propria disponibilità. E Trino non è stato nemmeno considerato adatto. Ora, però, il sindaco Daniele Pane (FdI) si dice pronto a rimettersi in gioco e apre a questa possibilità perché, dice a GEA, “c’è un problema serio e va risolto”.

Sindaco, nonostante le critiche ricevute da più fronti, lei vorrebbe rilanciare Trino come sede del deposito nazionale delle scorie. Perché lo fa?
“Per due motivi molto semplici, innanzitutto il deposito unico nazionale è necessario a tutta Italia, è un obbligo previsto dalla normativa europea, e in particolare è indispensabile per noi che tra Trino e Saluggia deteniamo la maggior quantità di radioattività italiana lungo il Po. Da lì vanno spostati subito. Il secondo motivo è determinato dal fatto che nessuno dei siti attualmente individuati si è dato disponibile e quindi rischiamo di trasformare i depositi temporanei in definitivi lì dove sono”.

Crede che il provvedimento del governo sia stato fatto proprio per agevolare la sua posizione?
“Assolutamente no, credo semplicemente che questo governo, come tutti gli altri che l’hanno preceduto, si sia accorto che senza la condivisione con i territori sarà impossibile realizzare il deposito e quindi aprono a questa possibilità, un po’ come avvenuto in Spagna dove è stata fatta una gara pubblica. Sono certo che non sarò l’unico a darsi disponibile quando e se la norma verrà approvata anche dal Parlamento”.

Il governatore Alberto Cirio dice che il Piemonte ha già fatto la sua parte e quindi è contrario a ospitare il futuro deposito. Come gli risponde?
“Guardi, io la vedo un po’ come è stato per i vaccini anti Covid: credo nella scienza e nella tecnologia. Rispetto il presidente Cirio, un grande uomo che ha saputo guidare la Regione egregiamente in un momento difficilissimo, ma su questa partita ci troviamo in disaccordo. Il ‘Not in my backyard’ oppure quell’“abbiamo già dato” non fanno parte del mio vocabolario. C’è un problema, anche serio, va risolto e io farò la mia parte per mettere in sicurezza i miei cittadini, la mia famiglia e il futuro della mia città. Al presidente e ai media mi permetto di suggerire di incontrare e parlare con chi di impresa e scienza si occupa di continuo: le università piemontesi e le associazioni industriali e vedere loro cosa ne pensano”.

Quali sono i prossimi passaggi che intende fare in merito al deposito delle scorie?
R. “Come dicevo, se e solo se dopo la pubblicazione della Cnai nessuno dei territori dovesse darsi disponibile e se il decreto verrà convertito in legge, discuteremo del tema in Consiglio comunale e daremo ampia informazione imparziale alla cittadinanza, organizzando incontri pubblici per chiarire ai cittadini tutti gli aspetti relativi a cosa sarà il deposito. A quel punto se il Consiglio mi autorizzerà a presentare l’autocandidatura lo farò e attenderemo le valutazioni degli esperti e dei ministeri. Come vede, ci sono ancora molti ‘se’ al momento, è ancora tutto prematuro. Vedremo”.

Alla Cop28, 22 Paesi hanno chiesto di triplicare l’energia nucleare entro al 2050. Qual è la sua posizione in merito a questo?
“Personalmente sono sempre stato a favore del nucleare, manifestando il mio pensiero in molte occasioni anche pubbliche, ma da ben prima che tornasse centrale nel dibattito. Mi davano del matto anche allora, era il 2009/2010, come fanno ora per il deposito… Ora si sta dicendo a livello mondiale che non si potrà mai decarbonizzare il mondo senza il contributo del nucleare… quello che dicevo 14 anni fa… vedremo come andrà per il deposito, ma spero di non dover aspettare altri 14 anni. Serve per la sicurezza di tutti, e siamo già terribilmente in ritardo”.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA La produzione di energia nucleare nel mondo

In questa infografica interattiva, elaborata da GEA su dati Aiea, sono mostrati i dati sulla produzione mondiale di energia elettrica. In particolare, sono messi a confronto la produzione totale di energia nucleare (in GWh) e il suo peso nel mix energetico. È interessante notare come gli Stati Uniti, primo produttore mondiale per volume, siano solo al 16° poso nel dato sull’incidenza. Per passare da una visualizzazione all’altra, cliccare sulla legenda

Governo, Ciafani: Su transizione sta rallentando, stop dittatura delle fossili

“Sulle politiche energetiche questo governo sta andando in continuità con quello precedente, ma più in generale, sulla transizione ecologica, questo governo sta rallentando il processo”. Lo dice, intervistato da GEA, il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, in occasione dell’apertura del congresso Cigno verde, a Roma. “Perché non si può fare sia l’azione per liberarci dalla dipendenza delle fossili, sviluppando le rinnovabili, sia autorizzare nuovi impianti di rigassificazione, come quelli fissi che si vorrebbero realizzare a Gioia Tauro in Calabria o a Porto Empedocle in Sicilia – osserva -. Si deve decidere in quale direzione si vuole andare. Noi vogliamo la direzione della liberazione dell’Italia dalla dittatura delle fossili. C’è purtroppo chi nel Paese che queste due visioni, della transizione e del vecchio modello produttivo, possano continuare a coesistere”.

Amicarelli (Allen & Overy): Contributo per rinnovabili avrà impatto su produttori

“Nel decreto energia si introduce un contributo che diventerà voce di spesa importante per chi si accingerà a sviluppare un progetto rinnovabile, che avrà un impatto anche sui modelli di business e di finanziamento i quali dovranno essere discussi con le banche. Tanto più grande sarà l’impianto, tanto più grande sarò il contributo”. Lo dice a GEA Luca Amicarelli, Counsel e responsabile del team italiano di diritto amministrativo e ambientale di Allen & Overy, studio legale internazionale con una presenza in oltre 40 Paesi. Parliamo del contributo che i produttori dovranno versare al Gse per incentivare le regioni a ospitare impianti a fonti rinnovabili: 10mila euro per ogni megawatt di potenza dell’impianto nei primi tre anni dalla data di entrata in esercizio.

Avvocato, è solo l’ennesima tassa o qualcosa di incentivante?
“La norma, come tante altre iniziative, porta ‘in nuce’ un intento che vuole essere positivo o propositivo che però si scontra col muro dell’implementazione. Ad oggi rimangono una serie di incertezze, per entrare a regime serviranno un decreto ministeriale che andrà a regolare le modalità di contribuzione e di riparto tra le regione e una convenzione che il Gse dovrà sottoscrivere col Mase”.

Tempi lunghi?
“Il provvedimento in via prioritaria è in favore delle regioni che però stanno già conseguendo gli obiettivi di potenza e hanno già stabilito un documento con le aree idonee per nuove rinnovabili, tuttavia il decreto ministeriale recante i criteri per tale individuazione non è ancora stato approvato. Per cui la norma contenuta nel decreto energia è del tutto programmatica di fatto, perché appunto servirà implementazione”.

Intanto si paga.
“La norma dovrebbe incentivare le regioni ad approvare più velocemente progetti rinnovabili, mentre la realtà vede un proliferare di pareri delle sovrintendenze, ricorsi al Tar e regioni che spesso non sono amiche di eolico e fotovoltaico anche in zone dove c’è molto vento o molto sole. Il governo prova così a dire: ‘Cara Regione, se tu acconsenti a far installare questi impianti, lo Stato ti conferirà un contributo pagato da produttori e Stato nella misura dei profitti delle aste’. A oggi non è ancora stato esplicitato come verranno raccolti questi soldi. E’ vero, il produttore non deve pagare nulla oggi, ma quelli che teoricamente acquisiranno autorizzazione per costruzione impianto da gennaio 2024 a dicembre 2030 dovranno versare questi 10 euro/kw”.

Non c’erano altri metodi veloci e semplici per velocizzare la transizione?
“Ci sono limiti costituzionali, l’energia è una materia concorrente tra stato centrale e regioni. Queste ultime devono definire i siti idonei dove concentrare impianti rinnovabili. C’è anche una sostanziale lentezza per interessi di natura politica locale. Insomma, l’intento incentivante della norma è per gli enti locali e non per i produttori. Il privato non è incentivato, ma si incentivano le regioni a non fare muro”.

Le cifre in ballo non sembrano tuttavia essere così incentivanti per le regioni.
“Sono circa 10 milioni di euro l’anno a Regione, non un grande incentivo. Ma visto che è previsto un riparto fra regioni si rischia una competizione fra di loro, che potrebbero non aiutare l’aumento di produzione rinnovabile allargando invece le disparità tra i vari territori”.

Se c’è questo effetto ‘Nimby’ per le rinnovabili, un tema comunque ampiamente digerito a livello socio-mediatico, cosa potrà succedere eventualmente col nucleare? Soprattutto: ripartirà effettivamente il nucleare in Italia?
“Avrebbe rappresentato una grande opportunità per l’Italia, e ci auguriamo che possa esserlo in futuro grazie alle nuove tecnologie. La Francia ha profuso sforzi enormi affinché il nucleare fosse incluso tra le fonti green: il nucleare è alla base dell’idrogeno verde, che sarà un volano per la transizione francese. Anche l’Inghilterra però, molto attiva nell’eolico off shore, ha riavviato il programma nucleare”.

La Germania invece l’ha spento.
“La Germania ha lasciato il nucleare ma ha una cultura diffusa nelle rinnovabili e nel finanziamento o nelle autorizzazioni di impianti fotovoltaici ed eolici. Passa meno di un anno tra la richiesta di autorizzazione e l’inizio dell’attività. E i via libera saranno ancora più celeri dopo l’introduzione di nuove norme per velocizzare le pratiche”.

Da noi invece quanto tempo passa dall’autorizzazione all’avvio della produzione rinnovabile?
“Per legge si parla di poco più di un anno, nella pratica sono due anni. E’ una questione di fissazione degli obiettivi: la normativa statale spesso impone dei termini che, di fatto, non sono rispettati a causa delle molte questioni che, nella pratica, tendono a rallentare il procedimento.

Per un investitore in rinnovabili in questo momento fanno più paura i tassi o la burocrazia?
“La burocrazia, il credito comunque è favorevole. La transizione rinnovabile è un business profittevole e in trend, le banche difficilmente si tirano indietro nei finanziamenti. E poi con la tematica Esg sono le banche stesse che collocano bond con obiettivi specifici ambientali. Ci sono istituti internazionali che si stanno dotando addirittura di società controllate al 100% le quali hanno come ragione sociale quella di sviluppare impianti. Il trend sono i contratti Ppa o le cessione di energia alla rete. Cercano terreni e ingegneri, anche in Italia”.