Von der Leyen

L’Ue accelera sulla competitività, ma l’ombra dei dazi Usa si allunga sui 27

La “rivalità geostrategica” è “spietata” e l’Europa “deve cambiare marcia se vuole mantenere la sua crescita nei prossimi 25 anni”, anche alla luce del fatto che “le principali economie mondiali si contendono l’accesso alle materie prime, alle nuove tecnologie e alle rotte commerciali globali”. Insomma, “dall’Artico al Mar Cinese Meridionale, la gara è aperta”. Da Davos, in Svizzera, dove si svolge il World Economic Forum, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, preme sull’acceleratore e cerca di scuotere il continente di fronte “all’intensificarsi della concorrenza” e spinge i 27 a “lavorare insieme” per “evitare una corsa al ribasso”.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non è affare da poco e von der Leyen lo sa. L’Unione europea, assicura, sarà “pragmatica” con gli Stati Uniti, e si impegnerà “nel dialogo senza indugio”, ben consapevole degli “interessi comuni” e pronta “a negoziare”. Allo stesso tempo, però, serve una spinta forte e per questo la Commissione europea la prossima settimana presenterà una “tabella di marcia, che guiderà i nostri sforzi nei prossimi cinque anni”. Una roadmap che vede il suo fil rouge nel rapporto sulla competitività firmato da Mario Draghi. Quattro gli obiettivi indicati da von der Leyen: aumentare la produttività “colmando le lacune dell’innovazione”, sviluppare un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività, “affrontare le carenze di competenze e di manodopera e ridurre la burocrazia”. Una strategia, dice la leader dell’esecutivo Ue, che “mira a garantire una crescita più rapida, più pulita e più equa”.

Sullo sfondo, però, l’ombra dei dazi annunciati da Trump smorza gli entusiasmi. Il presidente Usa ha già annunciato che dal 1° febbraio punta ad aumentare del 25% le tasse doganali sui prodotti provenienti dai vicini Canada e Messico, mentre gli effetti delle nuove politiche protezionistiche nei confronti dell’Europa hanno contorni non ancora ben definiti.

Da Strasburgo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, prova a gettare acqua sul fuoco: “Di per sé i dazi non significano nulla – dice – e dobbiamo raccogliere una sfida competitiva dando una risposta adeguata”. Insomma la presidenza Trump può rappresentare “una grande opportunità per l’Europa, perché ci costringe a rispondere con altrettanta assertività”. Anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz invita alla calma: l’Europa, dice a Davos, deve “difendere il libero scambio”, ma è necessario “mantenere il sangue freddo” e puntare su “cooperazione e comprensione reciproca”. Un tema, quello dei dazi, in cui la Cina non può che entrare dalla porta principale: “il protezionismo non porta da nessuna parte e non ci sono vincitori nelle guerre commerciali”, assicura il vice premier Ding Xuexiang. A margine dei lavori dell’Ecofin, anche la Svezia chiede prudenza. “Certamente ci sono preoccupazioni per dazi, ma ancora non siamo in questa situazione quindi restiamo calmi”, dice la ministra delle Finanze, Elisabeth Svantesson.

Meno diplomatico, ca va sans dire, il primo ministro canadese Justin Trudeau, che si dice pronto “ad affrontare tutti gli scenari” e a tutelare gli interessi nazionali se tra 10 giorni le nuove tariffe doganali entreranno ufficialmente in vigore. Già, perché seppur dimissionario, Trudeau spera ancora di convincere Trump a fare dietrofront. Gli economisti sostengono che l’imposizione di dazi innescherebbe una profonda recessione nel Paese, dove il 75% dei beni e servizi esportati è destinato agli Stati Uniti.

Giovedì Trump è atteso in videocollegamento a Davos e il tema degli scambi commerciali con l’Europa potrebbe essere uno dei piatti messi sul tavolo. Il volume tra Usa e Ue ammonta a 1,5 trilioni di euro, pari al 30% del commercio mondiale. “La posta in gioco per entrambe le parti – assicura von der Leyen – è enorme”.

Nuova direttiva Ue: aziende quotate forniranno 1178 dati per rendiconto sostenibilità

Da gennaio è entrata in vigore la Corporate Sustainability Reporting Directive, meglio conosciuta come Csrd, una direttiva europea che obbliga molte aziende a pubblicare una relazione non finanziaria, focalizzandosi su aspetti legati alla sostenibilità, come ambiente, sociale e governance. La Csrd ha sulla carta lo scopo di sostituire la NFRD (Direttiva sull’Informativa Non Finanziaria), che era stata introdotta nel 2014 con la Dichiarazione di Performance ExtraFinanziaria (DPEF). Sebbene la NFRD richiedesse alle aziende di fornire informazioni relative alle loro azioni di sostenibilità, essa è stata giudicata insufficiente dalle autorità europee. La CSRD, al contrario, amplia i requisiti di trasparenza e dettaglio, offrendo un quadro più strutturato che migliora la visibilità per investitori, Ong e consumatori. Con l’introduzione di standard europei di reporting sulla sostenibilità (ESRS), La Csrd punta così – secondo le istituzioni continentali – a garantire che le informazioni siano comparabili, affidabili e utili per chi prende decisioni legate agli investimenti e alle politiche aziendali.

Nel dettaglio la Csrd coinvolgerà una platea molto più ampia rispetto alla Nfrd. Mentre quest’ultima riguardava solo le grandi aziende con più di 500 dipendenti (circa 11.700 aziende in totale), la CSRD si estende a circa 50.000 imprese. In particolare, saranno soggette alla direttiva tutte le aziende con più di 250 dipendenti che soddisfano almeno due di questi criteri: un bilancio di 25 milioni di euro o un fatturato di 50 milioni di euro. Anche le piccole e medie imprese quotate in borsa, nonché le imprese extra-Ue con un fatturato annuale superiore a 150 milioni di euro nel mercato dell’Ue, rientrano nell’ambito di applicazione. Le microimprese, invece, non sono interessate dalla normativa.

La progressiva applicazione della Csrd seguirà un calendario specifico in base alla dimensione e alla natura dell’attività delle aziende. Le società già soggette alla NFRD – in primis banche e assicurazioni – dovranno iniziare a rispettare i nuovi obblighi a partire dal 1° gennaio 2025, mentre le grandi imprese europee ed extraeuropee quotate in mercati regolamentati dovranno adeguarsi dal 1° gennaio 2026. Le pmi europee ed extraeuropee quotate entreranno nel regime della Csrd dal 1° gennaio 2027, mentre le imprese extraeuropee con un fatturato superiore a 150 milioni di euro nel mercato europeo dovranno conformarsi dal 1° gennaio 2028.

Un aspetto fondamentale della Csrd è che il rapporto di sostenibilità deve essere conforme agli ESRS, sviluppati dall’EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group). Gli standard coprono tre principali aree: ambiente, sociale e governance. Gli esempi di informazioni che le aziende dovranno includere nel loro report spaziano dalle emissioni di Co2 (per l’aspetto ambientale), alla diversità all’interno del consiglio di amministrazione (per l’aspetto di governance), fino alle condizioni di lavoro tra subappaltatori e fornitori, e alle politiche di rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena del valore (per l’aspetto sociale). Piccolo particolare: i dati da compilare sono ben 1178.

Ue, Tridico (M5S): Crisi industriale sia priorità della nuova legislatura

Oggi c’è “una crisi comune a livello industriale in Europa. In particolare il settore automotive è colpito da una grave crisi e qui, a mio parere, l’Europa deve concentrare i maggiori sforzi, i maggiori investimenti. Vediamo come la trasformazione tecnologica, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione stiano avanzando velocemente”. Lo ha detto Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles.

Di fronte alla transizione ecologica e digitale, ha aggiunto, “gli Stati Uniti, i cinesi – partner e allo stesso tempo anche competitor importanti dell’Europa – le stanno affrontando con ingenti investimenti pubblici, con politiche pubbliche e importanti. Ecco io penso che la competitività europea, che certamente rimane il principale obiettivo per fronteggiare i giganti che sono nostri competitor, si possa e si debba a far crescere attraverso politiche pubbliche a partire da investimenti comuni”.

Durante il Covid, ha detto Tridico, “abbiamo affrontato la crisi in un modo comune, anche con investimenti pubblici e ne siamo usciti meglio. La crisi dell’industria e, in particolare, quella dell’automotive, a mio parere si può superare con un approccio europeo che finalizzi gli investimenti pubblici, anche attraverso gli Eurbond e quindi debito comune. Penso che sia una priorità per questa legislatura dell’Unione Europea”.

Bonaccini (Pd): Ue deve diventare un gigante anche politico

“Sul tema della libertà di informazione, l’Europa deve tutelarsi e garantire che il diritto alla privacy, alla libertà di informare, e soprattutto non essere ostaggio di utilizzo dei nostri dati o di piattaforme per influenzare addirittura le decisioni demografiche è un fatto prioritario”. Lo ha detto Stefano Bonaccini, eurodeputato del Pd (S&D), a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles. “Abbiamo visto cosa è accaduto per la prima volta nella storia dell’Unione Europea in Romania – ha aggiunto – dove la Corte ha dovuto bloccare l’elezione del presidente di quel Paese, in quanto pare accertato che vi siano state influenze attraverso l’utilizzo di piattaforme, in questo caso Tik Tok, e non sono e non devono essere consentiti. Nel momento in cui l’uomo più ricco del mondo consigliere persino del nuovo presidente degli Stati Uniti Trump si permette di dire certe cose di minacciare di farle io credo che una certa inquietudine debba arrivare”.

L’Europa, ha aggiunto Bonaccini, “si è dotata di recente dell’European Freedom Act, che è un fatto molto importante, ma deve pretendere reciprocità nel rapporto con gli altri Paesi per evitare che, appunto, ci sia chi utilizza i nostri dati, intervenga sulla nostra privacy e soprattutto – ed è questo il rischio più grande – condizioni i processi di decisione democratica”.

In merito alle priorità dell’Ue, ha detto Bonaccini, “io penso che l’Europa, che oggi ancora il primo spazio commerciale ed economico del mondo, debba diventare un gigante anche politico. Noi abbiamo bisogno di poter avere finanziamenti che servono per migliorare la qualità della vita e la competitività dei propri territori”, risorse che passano dall’Unione Europea”. E’ necessario, ha concluso Bonaccini, “che si lavori per diventare uniti, non solo dalla moneta, ma anche da politiche fiscali, commerciali, di difesa, ambientali comuni, altrimenti rischiamo, tra vecchie e nuove economie, tra vecchie e nuove potenze di soccombere e nessuno Stato, neanche quelli dove i sovranisti volano, da solo può permettersi di competere a livello globale”.

Decaro (Commissione Envi): Ue sostenga aziende per transizione green giusta

“Occasioni come queste servono a tenere insieme un dibattito tra i rappresentanti aziende e chi deve prendere decisioni all’interno del Parlamento europeo. I temi sono quelli legati al Green Deal e alla sicurezza alimentare: sono arrivate tante sollecitazioni da parte delle associazioni di categoria e delle singole aziende in merito alla necessità di tenere insieme la tutela dell’ambiente e la tutela della salute dei consumatori e dei cittadini europei con le esigenze delle aziende, che hanno bisogno anche di un fondo per la competitività”. Lo ha detto Antonio Decaro, presidente Commissione Envi del Parlamento Ue a margine dell’evento ‘Il sistema Italia nella nuova legislatura UE’, primo annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking, che si è svolto a Bruxelles.

“Credo che questa – ha aggiunto Decaro- sarà una legislatura in cui bisognerà dare attuazione alla transizione ecologica e digitale, e sarà una legislatura che dovrà però sostenerle per poter arrivare a una transizione giusta”.

Scordamaglia (Filiera Italia): Ue centrale per sfida sicurezza alimentare

“Oggi abbiamo una sfida globale che è la sicurezza alimentare rispetto alla quale l’Europa ha un ruolo assolutamente centrale a livello internazionale”. Così Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, a margine dell’annual meeting di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni, che si è svolto a Bruxelles. “Non si può quindi non aumentare i fondi della Pac – ha aggiunto – erosi già in buonissima parte dall’inflazione durante l’ultima tornata per oltre 85 miliardi di euro, quindi una Pac che vada solo a chi produce effettivamente e lo fa in maniera sostenibile come abbiamo sempre fatto”. In merito agli accordi bilaterali internazionali, ha detto Scordamaglia, “siamo sempre stati a favore, ma devono essere l’opposto di quelli del Mercosur: non si possono firmare di notte da carbonari, come ha fatto la presidente von der Leyen, bisogna firmarli in maniera unitaria e consapevoli mettendo alla base la reciprocità delle regole nell’interesse di produttori e consumatori. Da ultimo, un impegno per migliorare la dieta alimentare dei nostri cittadini, evitare la diseguaglianza alimentare che è in crescita contrastando sempre i cibi artificiali sintetici a base chimica e dando invece un’educazione alimentare sugli ingredienti dei cibi naturali legati indissolubilmente alla nostra agricoltura”.

“Gli ultimi dati che sono emersi – ha detto Scordamaglia – hanno dimostrato come sia proprio la filiera agroalimentare a trainare il nostro Paese. La produzione alimentare del 2024 è stata +1,7% contro un manufatturiero crollato del 3,3% e previsioni analoghe si possono fare anche per il 2025. Tra l’altro il manifatturiero è trainato a sua volta dall’agrobusiness. Quindi” è necessario “mettere al centro la nostra filiera agroalimentare, sostenerne la competitività a livello internazionale, aumentando il sostegno all’export in contrasto all’italian sounding e formando i nostri cittadini, aumentando il loro potere di acquisto” perché “oggi nel nostro Paese abbiamo un problema di diseguaglianza crescente che se si trasforma in disuguaglianza alimentare con oltre 6 milioni di poveri alimentari è veramente un problema. Quindi più soldi nelle tasche delle famiglie meno abbienti per rilanciare i consumi interni e sostegno all’export che invece è già trainante”.

Alleanza di grandi città chiede all’Ue politiche abitative più sostenibili: ci sono anche Roma, Bologna e Milano

Nove grandi città europee hanno scritto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, chiedendo di svolgere un ruolo di primo piano nella definizione delle politiche abitative dell’Ue e di avere la capacità di gestire direttamente i fondi europei in questo settore. I leader comunali che hanno firmato la lettera sono Jaume Collboni (Barcellona), Roberto Gualtieri (Roma), Femke Halsema (Amsterdam), Matteo Lepore (Bologna), Gergely Karácsony (Budapest), Giuseppe Sala (Milano), Carlos Moedas (Lisbona), Burkhard Jung (Lipsia) e Bruno Bernard (presidente della Metropoli di Lione).

In particolare, citano la crisi abitativa che colpisce le città e le aree metropolitane come una delle sfide “più urgenti” che richiedono una risposta “rapida ed efficiente”. “La scarsità di alloggi sociali a prezzi accessibili – spiegano – la crescita degli affitti e l’aumento dei prezzi degli immobili stanno portando a un problema complesso, che colpisce in particolare i giovani e le classi lavoratrici”.

Nella lettera, i sindaci rilevano “il contesto favorevole per affrontare questa situazione globale”, sottolineando “la decisione di creare la nuova figura di Commissario europeo per l’energia e l’edilizia abitativa, la proposta di creare un Piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili e i piani per istituire un gruppo di lavoro dell’Ue su questo tema”.

In questo scenario, in quanto livello di governo più vicino ai cittadini, le città vogliono iniziare a sviluppare un’agenda di lavoro comune che le metta al centro delle politiche abitative strutturali della Commissione europea. A tal fine, le città stanno collaborando e fissando obiettivi specifici per i leader europei. In primo luogo chiedono “un ruolo permanente per le città nei processi decisionali, dove possono offrire la loro vasta esperienza in materia di esigenze e sfide abitative”. Questo ruolo riconoscerebbe le città come motori dell’innovazione e della crescita e garantirebbe risultati tangibili nel breve termine. Poi, invitano Bruxelles a sviluppare “una corsia preferenziale” per l’accesso delle città ai finanziamenti dell’Ue per le misure volte a mitigare la mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Si chiede, anche, un’accesso diretto a parte dei Fondi di coesione dell’Ue per le amministrazioni locali. “Questa disponibilità diretta di fondi – spiegano i firmatari della lettera – permetterebbe di avere un impatto più immediato sulla vita dei cittadini”.

Questa nuova iniziativa per mettere in rete le principali città europee si basa sul lavoro a livello comunale svolto in reti di organizzazioni come Eurocities e C40, dove le città lavorano insieme per chiedere politiche dell’Unione europea per affrontare collettivamente questo problema.

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Ue, Meloni: Avanti su non paper auto, stop ideologia. Musk? Non prendo ordini da nessuno

Giorgia Meloni va in Europa per ribadire il suo no al Green deal “dettato dall’ideologia”. La presidente del Consiglio, nella replica in aula, al Senato, al termine della discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue di domani, tocca diversi argomenti, in un clima tutt’altro che natalizio, vista la tensione con le forze di opposizione.

La premier non cambia una virgola della sua linea: “Nessuno nega che ci sia un tema legato all’emergenza climatica, né si mettono in dubbio gli obiettivi che si è prefissata l’Unione europea“, semmai “quello che continuiamo a contestare è la strategia con la quale l’Ue ha ritenuto di dover conseguire questi obiettivi”. Il concetto è chiaro: “Va bene la sostenibilità, ma non a prezzo della deindustrializzazione” per un settore produttivo, come quello europeo, che la premier definisce “tra i più verdi al mondo”. Dunque, “se lo massacriamo non solo creiamo un ulteriore problema alla competitività, ma anche all’ambiente, perché altri attori sulla scena globale non seguono i nostri stessi standard”, avverte.

Ogni riferimento all’automotive è puramente voluto. Il tema è ancora caldissimo nel day after il tavolo Stellantis al Mimit. Meloni ricorda a Palazzo Madama che è tutto il comparto europeo a soffrire, non solo l’Italia, ragion per cui “bisogna creare un equilibrio tra la sostenibilità ambientale, economica e sociale” attraverso la neutralità tecnologica, cioè non escludere a priori soluzioni. Come la scelta Ue di puntare sull’elettrico, “una corsa non molto sensata – afferma in aula – visto che non ne deteniamo né la tecnologia, né le materie prime”. Il governo punta molte delle sue fiches politiche sul non paper presentato assieme alla Repubblica Cecaper chiedere di rivedere alcune decisioni, come la fine della produzione dei motori endotermici o le multe alle industrie da miliardi di euro, che stanno causando le chiusure di diverse aziende“. La presidente del Consiglio è “ottimista, perché tanti Paesi ci stanno seguendo su questa strategia”.

Su un foglietto Meloni appunta quello che, in fase di discussione, le ha fatto storcere il naso. Poi risponde. Ad esempio, non digerisce i passaggi degli interventi di Mario Monti e Matteo Renzi sul rapporto con Elon Musk. Al senatore a vita, che parla di “protettorato morale” offerto al patron di Tesla e X, replica con durezza: “Non so che film abbiate visto, ma bisogna capirci su una differenza fondamentale tra me e quello che abbiamo visto in questi anni con tanti leader: posso essere amica di Musk e allo stesso tempo essere premier di un governo che per primo in Europa regola l’attività dei privati nello Spazio”, perché “io non prendo ordini da nessuno”. Non è tenera nemmeno col fondatore di Iv: “Renzi è amico di Obama e si metteva il suo stesso cappotto, io sono amica di Milei ma non mi faccio mica crescere le basette”.

Altro argomento delicato è l’accordo tra Ue e Mercosur. Il governo si è messo in stand by, attirando le accuse dell’opposizione. Anche in questo caso i toni si accendono: “E’ giusto rafforzare i rapporti con l’America Latina, ma questi accordi di libero scambio, in quadro europeo già complesso, possono aiutare alcuni ambiti industriali e allo stesso tempo danneggiare alcune filiere agricole”. Perché l’Europa “ha imposto ai nostri agricoltori regole stringenti, ma se poi gli diciamo di importare da Paesi che non hanno le stesse regole, creiamo uno squilibrio che pagheremo”. Dunque, “chiediamo di sapere cosa la Commissione ha intenzione di fare per compensare gli squilibri che si potrebbero creare e la nostra risposta è sottomessa a questa scelta”, sottolinea la premier.

C’è spazio anche per la legge di Bilancio, che domani sarà in aula alla Camera e entro venerdì sarà votata con la fiducia. A chi le contestava di stroncare il dibattito parlamentare, la presidente lancia un’offerta di ‘pace’: “Ho chiesto che ci fosse il massimo tempo possibile, ma abbiamo dei vincoli comunque che sono europei. Se ci fosse un accordo sui tempi senza voto di fiducia sarei più che disponibile”. A proposito di contrapposizioni, Meloni replica anche sulle posizioni europee della Lega. “Ha votato per Raffaele Fitto e non per la Commissione Ue, mentre il Partito socialista europeo, di cui il Partito democratico fa parte, ha chiesto fino all’ultimo minuto, in una lettera a Ursula von der Leyen, di non dare la vicepresidenza al commissario indicato dall’Italia”. Sul punto si sofferma diversi minuti, puntando il dito verso i banchi dem: “Il Pd ha accettato che il commissario italiano fosse preso ostaggio per difendere il commissario spagnolo. E’ gravissimo”. Gli animi si scaldano, il tempo si dilata e così oltre non si va: Meloni fa gli auguri ai senatori, il presidente La Russa ricambia.

Cina leader mondiale pure nella produzione di mele e pere. La Ue perde colpi

Non solo nell’industria o nell’auto. La Cina è leader anche nella produzione di mele e pere. Secondo le previsioni diffuse dall’Usda, il Dipartimento Agricoltura americano, la produzione mondiale di mele per il 2024/25 è prevista in calo di quasi 350.000 tonnellate, raggiungendo i 84 milioni, a causa delle perdite nell’Unione Europea, negli Stati Uniti, in Turchia e in Russia, che compensano ampiamente l’aumento della produzione in Cina. Le esportazioni sono previste in calo di meno di 100.000 tonnellate, a 6,1 milioni, con una riduzione delle spedizioni dagli Stati Uniti e dall’Iran che annulla l’aumento delle esportazioni dalla Cina. La produzione cinese è prevista in aumento di 1,5 milioni di tonnellate, raggiungendo i 48 milioni, mentre quella della Ue è stimata in calo di 1,1 milioni di tonnellate, a quota 11 milioni, per la scarsa impollinazione e delle gelate primaverili dannose in Polonia, il principale produttore. Le esportazioni sono previste stabili a 950.000 tonnellate, nonostante il calo della produzione, grazie alla ripresa delle spedizioni verso l’Egitto, dopo il minimo di sei anni dello scorso anno. Le importazioni sono previste in aumento di quasi il 40%, a 350.000 tonnellate, per compensare il calo della produzione.

La produzione mondiale di pere per 2024/25 è invece prevista in aumento di quasi 400.000 tonnellate, raggiungendo i 25,9 milioni. E pure in questo caso la crescita della Cina compenserà ampiamente le perdite legate alle condizioni meteorologiche negli Stati Uniti. La produzione cinese è prevista in aumento di 350.000 tonnellate, per un totale di 20,2 milioni, grazie a un raccolto abbondante nella principale regione produttrice di Hebei: sesto anno consecutivo di crescita, nonostante la diminuzione delle superfici coltivate a causa di ritorni negativi, l’invecchiamento degli agricoltori e le politiche governative che mirano a convertire i frutteti in coltivazioni di cereali. Anche in Europa la produzione salirà di circa 60.000 tonnellate, per un totale di 1,9 milioni, poiché la ripresa in Italia compensa ampiamente i cali legati al clima e alle malattie in Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Tuttavia, la produzione rimane al di sotto della media degli ultimi cinque anni.

L’Usda americano ha infine analizzato le prospettive per la prossima stagione dell’uva da tavola. La produzione mondiale è prevista in aumento di quasi 1 milione di tonnellate, arrivando a 28,9 milioni, poiché i maggiori volumi in Cina, India e Stati Uniti compensano ampiamente le perdite nell’Unione Europea. La produzione nell’ex celeste impero è stimata in crescita di 700.000 tonnellate, arrivando a 14,2 milioni, grazie alle nuove varietà e alle condizioni climatiche favorevoli che portano a rendimenti più elevati. Calerà invece di 200mila tonnellate, arrivando a quota 1,1 milioni, la produzione nell’Unione Europea, il livello più basso da almeno 20 anni, poiché in Italia la raccolta è stata danneggiata da escursioni termiche e piogge abbondanti, mentre la Grecia ha vissuto una siccità durante la raccolta estiva.

Difesa, Paganini (ICE-Agenzia Bruxelles): Industria italiana è eccellenza

“L’Italia Defence Industry Day è una due giorni che l’Agenzia Ice ha organizzato in stretta collaborazione con il Ministero della Difesa, nell’ambito della quale abbiamo portato le principali aziende italiane del settore della Difesa – 28 imprese – che in due giorni hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con le principali realtà presenti qui a Bruxelles, quindi le istituzione comunitarie, il mondo diplomatico, i funzionari della NATO e i vari stakeholders”. Lo ha detto Tindaro Paganini, direttore ICE-Agenzia Bruxelles, a margine dell’Italian Defence Industry Day (IDID) – Building the Defence of the Future: Institutional, Industrial and Technological Cooperation in Europe – l’evento promozionale dedicato all’industria italiana della difesa che, organizzato da ICE-Agenzia, Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, in collaborazione con il Ministero italiano della Difesa, si è tenuto a Bruxelles il 10 e 11 dicembre.

“Non dimentichiamo che a Bruxelles – ha aggiunto – sono presenti tantissime aziende del settore della Difesa, le principali direi, almeno a livello europeo. Abbiamo organizzato anche una giornata specifica all’interno della NATO una giornata, durante la quale si stanno portando avanti una serie di incontri che mi auguro porteranno anche un business fruttuoso per le aziende italiane”.

In merito all’impatto dell’industria italiana della difesa “i numeri parlano da soli, siamo i sesti al mondo. L’industria spazia un po’ in tutti gli ambiti, dal navale alla terra all’innovation. Abbiamo tantissimi settori nei quali siamo veramente all’avanguardia. E’ importante in questi giorni fare delle fare networking, farsi conoscere, entrare sempre meglio e di più in contatto con chi decide e con chi è responsabile degli acquisti”.