Allarme della Banca mondiale: “Prezzi energia mai così alti da 4 anni”

Quest’anno i prezzi dell’energia dovrebbero registrare un’impennata del 24%, raggiungendo il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, mentre la guerra in Medio Oriente sta causando un forte shock sui mercati globali delle materie prime. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Commodity Markets Outlook della Banca mondiale, secondo cui, inoltre, i prezzi complessivi delle materie prime aumenteranno del 16% nel 2026, trainati dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dai prezzi record di diversi metalli chiave. L’analisi indica che lo shock “avrà gravi implicazioni per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo”.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, che gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio greggio via mare, hanno innescato il più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato, con una riduzione iniziale dell’offerta globale di petrolio di circa 10 milioni di barili al giorno. Anche dopo essersi attenuati rispetto al picco recente, a metà aprile i prezzi del petrolio Brent sono rimasti superiori di oltre il 50% rispetto a quelli di inizio anno. Si prevede che il petrolio Brent avrà un prezzo medio di 86 dollari al barile nel 2026, in forte aumento rispetto ai 69 dollari al barile del 2025. Queste previsioni presuppongono che le interruzioni più gravi terminino a maggio e che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz torni gradualmente ai livelli prebellici entro la fine del 2026. La previsione è comunque migliore rispetto a quella di Goldman Sachs, secondo cui il prezzo del Brent si attesterà in media a 90 dollari al barile negli ultimi quattro mesi dell’anno rispetto agli 80 dollari previsti in precedenza.

“La guerra sta colpendo l’economia globale a ondate cumulative: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi dei prezzi dei generi alimentari e, infine, attraverso un aumento dell’inflazione, che spingerà al rialzo i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”, spiega Indermit Gill, capo economista e vicepresidente senior per l’economia dello sviluppo del Gruppo Banca Mondiale. “Le persone più povere, che spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburanti, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo già alle prese con un pesante fardello di debiti. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è lo sviluppo al contrario”.

Gli aumenti riguarderanno anche i fertilizzanti: l’analisi prevede un rincaro del 31% nel 2026, trainati da un balzo del 60% dei prezzi dell’urea. L’accessibilità economica dei fertilizzanti scenderà al livello più basso dal 2022, “erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i raccolti futuri”. Se il conflitto dovesse protrarsi, queste pressioni sull’approvvigionamento alimentare e sull’accessibilità economica potrebbero spingere fino a 45 milioni di persone in più verso una grave insicurezza alimentare quest’anno, secondo il Programma Alimentare Mondiale.

Anche i prezzi dei metalli di base, tra cui alluminio, rame e stagno, dovrebbero raggiungere livelli record, riflettendo la forte domanda legata a settori quali i data center, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili. I metalli preziosi continuano a battere record di costo e volatilità, con prezzi medi che dovrebbero aumentare del 42% nel 2026, poiché l’incertezza geopolitica alimenta la domanda di beni rifugio.

La conseguenza sarà un aumento dell’inflazione e il rallentamento della crescita in tutto il mondo. Nelle economie in via di sviluppo, l’inflazione dovrebbe ora attestarsi in media al 5,1% nel 2026 secondo le ipotesi di base: un punto percentuale in più rispetto a quanto previsto prima della guerra e un aumento rispetto al 4,7% dello scorso anno.

 

Tajani frena Lega: No uscite unilaterali patto stabilità. Pnrr e Mes contro caro-energia

Il vicepremier in quota Forza Italia, Antonio Tajani, frena l’idea della Lega di uscire unilateralmente dal patto di stabilità europeo per far fronte all’emergenza legata al caro energia. “Sono assolutamente contrario”, afferma a margine del Forum Italia-America Latina a Prato, pur aprendo a interventi “a tempo” per tener fuori dal patto di stabilità le spese legate alle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz. In ogni caso, per il ministro degli Esteri in questo momento “serve più Europa” e, soprattutto, “più coraggio”.

Gli aiuti di Stato proposti dalla Commissione Europea non sarebbero equi, visto lo spazio fiscale limitato di un’Italia in procedura d’infrazione dopo aver sforato la soglia di deficit del 3% del Pil. “E’ una proposta che rischia di far aumentare la concorrenza sleale, rischia di far aumentare i dislivelli, quindi non mi pare una soluzione ottimale”, spiega il titolare della Farnesina. Tajani propone un altro Pnrr, sul modello di quello creato per il Covid, per permettere a tutta l’Europa di poter “superare questo momento complicato”. E torna sulla necessità di utilizzare i 400 miliardi del Mes: “Non vedo perché devono rimanere lì congelati – osserva – invece di aumentare il debito pubblico si potrebbero utilizzare quei soldi per il debito pubblico”.

Di sicuro, si dovrà intervenire. Perché, come mette in allerta il ministro delle Imprese Adolfo Urso, un protrarsi del blocco di Hormuz potrebbe avere “conseguenze gravi” sia sul Pil che sull’inflazione. Con zero crescita e inflazione alta, lo ha messo in chiaro anche Confindustria, l’Europa va incontro alla stagflazione. “Per questo abbiamo chiesto alla Commissione la sospensione del Patto di stabilità, per consentire agli Stati di reagire in tempi e modi adeguati, innanzitutto sul fronte energetico. Non servono pannicelli caldi, ma interventi radicali”, sottolinea Urso dalle colonne del Messaggero. L’inquilino di Palazzo Piacentini si dice consapevole che occorra agire in modo “sistemico e strutturale”, per rendere più competitiva l’Europa anche sul piano dell’autonomia strategica. Ma, esorta, “Dobbiamo agire insieme in direzione della crescita, con più risorse e meno ostacoli”. In sede nazionale per incentivare consumi e investimenti e in sede europea liberando le imprese dai “dazi interni” che pesano.

L’Europa, più che sugli interventi d’emergenza, insiste sulla necessità di ridurre la “forte dipendenza” dai combustibili fossili importati. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, l’Europa ha speso 27 miliardi di euro in più per le importazioni di gas e petrolio senza ricevere una sola molecola di energia aggiuntiva. “Dobbiamo ridurre questa dipendenza e, al contrario, espandere la nostra produzione energetica, più economica, qui in Europa”, scandisce Ursula von del Leyen, a Berlino per la giornata di conclave dell’Unione (Cdu-Csu). Questo, ricorda la presidente della Commissione, significa che ogni kilowattora di energia prodotto in Europa “contribuisce alla stabilità economica, all’accesso a un’energia a prezzi accessibili e, quindi, all’indipendenza dell’Unione”. La ricetta di Bruxelles è insistere su rinnovabili e nucleare, come stanno facendo la Finlandia e la Svezia, fonti che vengono prodotte nel Continente e hanno un impatto climatico molto inferiore: “I nuovi piccoli reattori modulari, in particolare, aprono nuove prospettive”.

Shock energia preoccupa industriali. Pichetto: “Potremmo dover riaprire le centrali carbone”

La crisi in Iran e Medio Oriente non sembra trovare soluzione e il problema energetico, anche in Italia, diventa sempre più serio. Tanto che Gilberto Pichetto Fratin avverte che se la situazione peggiora potrebbe essere necessaria una piena riattivazione delle centrali a carbone.

Sono quattro in tutto in Italia, due delle quali, Brindisi e Civitavecchia, non hanno più l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone dal primo gennaio 2026. Le altre due, in Sardegna, sono entrambe attive.

Il phase out completo ci sarebbe dovuto essere dal 31 dicembre 2025, “ma in realtà le centrali a carbone al 31 dicembre 2024 erano praticamente chiuse sulla parte continentale”, ricorda il ministro dell’Ambiente, che confessa di non averne ordinato lo smantellamento perché davanti a un’emergenza (“una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora“, spiega) potrebbe “essere necessario riattivarle”. Al momento, il gas è a 40 euro MWh, 70 euro è un prezzo molto alto, “ma quello è il punto di caduta”, ribadisce Pichetto.

Due mesi fa, il governo è intervenuto sui costi in bolletta, per ridurli di circa il 20%. I prezzi però, dato lo scenario, oscillano in continuazione. “Certamente è difficile fare una stima – ammette il ministro -. Quindi valuteremo gli interventi di volta in volta”.

L’instabilità manda in tilt il sistema industriale: “L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana – spiega Confindustria nella congiuntura flash di aprile -. Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”. Il Centro Studi degli industriali stima che se la guerra in Iran finisse a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare altri 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026″. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Aziende che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Matteo Salvini lancia una durissima accusa contro l’Unione europea: “Chi governa Bruxelles in questo momento o è un marziano o è in malafede”, denuncia. In settimana, incontrerà gli autotrasportatori, perché si rischia il blocco. Ma, insiste il ministro dei Trasporti, “se non cambiano le regole europee l’Italia rischia di fermarsi”. Quello che chiede il vicepremier è la sospensione del patto di stabilità contro il caro energia: “Non ho nessuna intenzione di fare nuovi lockdown, di chiudere scuole, fabbriche, ospedali – scandisce -. O Bruxelles permette al governo di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani o si blocca il Paese, quindi faremo da soli”. Al momento, la deroga vale solo per le spese militari: “Il governo potrebbe spendere 10 miliardi per comprare armi ma non possiamo mettere 10 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini e delle imprese in difficoltà. E’ una follia”, sostiene il vicepremier. Che precisa di non chiedere “i soldi dei francesi, dei polacchi o dei tedeschi”: “Vogliamo usare per gli italiani i soldi degli italiani. Le regole oggi non me lo permettono e io non chiudo l’Italia perché Bruxelles è comandata da cretini”.

Meloni vola nel Golfo in missione per sicurezza energetica e commerciale

Alla vigilia di Pasqua, dopo il consiglio dei ministri che vara il nuovo Dl Carburanti e il giuramento al Colle del nuovo ministro del Turismo, Giorgia Meloni vola a sorpresa nel Golfo Persico.

Venerdì a Gedda, in Arabia Saudita, la premier incontra il principe ereditario Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, sabato si sposta negli Emirati Arabi e in Qatar.

“Come gli altri paesi europei, aiutiamo le nazioni del Golfo a difendersi dagli attacchi iraniani, lo facciamo chiaramente perché sono paesi strategici per i nostri interessi, sono paesi amici, ma soprattutto lo facciamo a protezione delle decine di migliaia di italiani che sono presenti nella regione. La missione è un gesto di solidarietà verso nazioni che sono amiche, ma ha chiaramente come obiettivo anche quello di garantire all’Italia gli approvvigionamenti energetici che sono necessari”, spiega la premier al Tg1.

Dal punto di vista della sicurezza, il momento non è semplice. Solo oggi sono arrivati sugli Emirati 47 droni e 18 missili balistici. Inizialmente la missione avrebbe dovuto toccare anche il Kuwait, tappa che non è stato possibile affrontare. E infatti Meloni è il primo leader l’Unione Europea e della Nato a essere presente nell’area in queste settimane. Un gesto di prossimità che non esclude comunque tre nodi che finiranno sul tavolo degli incontri: l’energia, le rotte commerciali, le migrazioni.

La sicurezza energetica è un tema già affrontato nella missione in Algeria della scorsa settimana, quando la presidente del Consiglio ha ottenuto di mettere in sicurezza e possibilmente aumentare le forniture di gas a disposizione. Nel Golfo, area da cui proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas, sarà fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire in quest’area, nonostante la situazione del momento. Tra qualche settimana Meloni sarà in visita anche in Azerbaijan, per fare fronte al momento di difficoltà, che resta comunque meno grave e più gestibile rispetto a quello vissuto dal Paese all’indomani dell’aggressione russa in Ucraina. Nel frattempo, infatti, l’Italia ha diversificato molto le sue fonti.

Si parlerà poi delle rotte commerciali, per tutelare l’export che arriva verso quest’area del mondo. L’interscambio vale oltre 30 miliardi, 20 dei quali grazie solo al commercio estero. Al centro del problema c’è la chiusura dello Stretto di Hormuz. L’ambasciata iraniana a Roma domanda con un duro post sui social che l’Italia chieda lo stop alla guerra prima di parlare dello stretto: “Deve opporsi con fermezza alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti!”, si legge su X. Su Hormuz, Roma si è in realtà detta disponibile a una partecipazione per garantire la sicurezza di navigazione solo di fronte a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e in un quadro di cessate il fuoco. Sul tema, Meloni propone un maggiore dialogo tra il GCC e il G7.

Terzo nodo è quello della sicurezza, che intreccia inevitabilmente l’emergenza migratoria. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo.

Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate.

stoccaggio gas

Iran, mercato Gnl sotto pressione: Europa parte già in svantaggio per le scorte

Si profila un’estate calda per i mercati energetici europei, soprattutto per le possibili fiammate dei prezzi del gas. Se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi oltre aprile, i Paesi del Vecchio continente si troveranno a fronteggiare una concorrenza spietata con l’Asia (e la Turchia) per i carichi di Gnl, aumentando la dipendenza da Stati Uniti e Africa occidentale. Gli attacchi all’hub di Ras Laffan hanno cominciato a farsi sentire sui mercati globali fin nei primi giorni di marzo 2026. Il 2 marzo, all’inizio della guerra tra Iran e Israele, il Qatar ha annunciato la sospensione della produzione di Gnl e ha dichiarato lo stato di forza maggiore a causa dei danni subiti.

Le autorità di Doha hanno stimato che ci potrebbero volere fino a 5 anni per ripristinare i volumi normali pre-conflitto. In totale nell’area interessata dal conflitto tra Usa-Israele e Iran fino a 19 milioni di tonnellate di Gnl potrebbero essere fuori servizio entro la fine di maggio, con rischi al ribasso se le valutazioni dei danni dovessero peggiorare. Kpler stima una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate dal Qatar, almeno 3 milioni dagli Emirati Arabi e la quota residuale dall’Oman.

Le conseguenze sul fronte della produzione sono significative. “Ras Laffan è cruciale per l’equilibrio del mercato globale – spiega l’analista di Kpler, Charles Costerousse -. Se la struttura resta chiusa a lungo, chiunque importa gas dovrà rivedere le proprie strategie”. Il complesso industriale, con una capacità annua di circa 77 milioni di tonnellate, ha visto ridurre la produzione di almeno 11-13 milioni di tonnellate. Anche se la guerra finisse domani, la ripresa non sarà immediata. Ogni unità produttiva (treno) richiede settimane per essere riavviata da ferma. E con danni più estesi serviranno mesi.

La domanda globale rende la competizione per il Gnl più intensa che mai, con i contratti spot che hanno registrato un’impennata. Ulteriore pressione potrebbe essere esercitata dalla Turchia che importa dall’Iran circa 8 miliardi di metri cubi all’anno via gasdotto. Possibili interruzioni ai flussi spingerebbero le autorità energetiche a cercare alternative sul Gnl, aumentando la concorrenza.

Non è infatti solo una questione di calo di volumi: il problema è che tutti si contendono il Gnl che resta. Con scorte stagionali in Europa inferiori alla media, molti importatori si sono trovati a competere con buyer asiatici disposti a pagare di più pur di assicurarsi i carichi.

Consumatori forti come Cina, Giappone e Corea del Sud partono da una posizione di vantaggio avendo – a fine marzo – stoccaggi leggermente migliori della media a cui attingere (rispettivamente al 51%, al 45% e al 56%). Di conseguenza, ricorda Kpler, il periodo di picco per il rifornimento delle scorte si sposta da aprile-maggio a giugno-luglio. In Europa, invece, depositi più vuoti e la necessità di rifornirsi in vista dell’estate rendono la competizione sui mercati spot ancora più intensa.

Nell’Europa nord-occidentale le scorte sono particolarmente scarse. E nonostante dati di fine marzo migliori del previsto, il fabbisogno di rifornimento estivo rimane considerevole. La piattaforma Gie-Agsi segnala una media di riempimento appena sotto il 29% al 22 marzo, -10 punti percentuali rispetto al 2025. Per rimpinguare i siti serviranno 67 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a circa 700 carichi di Gnl, con un incremento del 35% su base annuale.

Considerando lo scenario più negativo, ovvero il prolungamento della guerra nel Golfo, l’Europa si affaccerà dunque alla stagione di iniezione aumentando notevolmente la richiesta di Gnl da Stati Uniti e Africa, di fatto sostituendo una dipendenza regionale (quella con la Russia) con un’altra.

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Romano (Q8 Quaser): “Carburanti di nuova generazione possono contribuire a riduzione emissioni”

Rendere la mobilità più efficiente e al tempo stesso sostenibile. È questa la missione cruciale a cui sono chiamati oggi il mondo della logistica e dei trasporti. Una vera e propria rivoluzione, che coinvolge tanto gli operatori, quanto i player dell’energia: comparti che dal 10 al 13 marzo sono stati protagonisti a LetExpo, la fiera veronese dedicata a trasporti, logistica, servizi, smart mobility e formazione. Tra le realtà presenti non poteva mancare Q8 Quaser, la società del Gruppo che commercializza prodotti petroliferi, carburanti e combustibili “extra-rete”, ovvero al di fuori dei distributori. Con Giovanni Romano, presidente e AD di Q8 Quaser, abbiamo approfondito la direzione seguita dall’azienda in questa fase, cercando di anticipare quali potranno essere le sfide per il settore in ottica futura.

La presenza di Q8 Quaser a questa fiera è significativa. Quanto è importante per voi creare sinergie con le altre realtà del settore all’interno di eventi come LetExpo?

“La partecipazione a LetExpo è per noi un momento importante di confronto con l’intera filiera della logistica e dei trasporti. Eventi come questo permettono di creare sinergie tra operatori energetici, aziende di trasporto e imprese che ogni giorno lavorano sulla mobilità delle merci. Q8 Quaser opera nel segmento extra-rete fornendo carburanti e soluzioni energetiche a diversi settori produttivi, e il dialogo con gli altri attori del mercato è fondamentale per capire le esigenze delle imprese e sviluppare servizi sempre più efficienti. Occasioni come LetExpo favoriscono proprio questo scambio: condividere esperienze, conoscere nuove tecnologie e lavorare insieme per prendere le decisioni strategiche di medio lungo periodo”.

A dicembre 2025 l’Ue ha tagliato dal 100 al 90% la riduzione delle emissioni nocive delle auto entro il 2035. Quanto i carburanti di nuova generazione possono giocare un ruolo centrale nel garantire un futuro delle auto termiche? Qual è il peso del comparto extra-rete in questo processo di riduzione delle emissioni? (anche fuori dal mondo auto)

“La transizione energetica richiede un approccio pragmatico, concreto e tecnologicamente aperto. In questo percorso i carburanti di nuova generazione possono contribuire alla riduzione delle emissioni, soprattutto nei settori dove l’elettrificazione è più complessa, come il trasporto pesante o alcune applicazioni industriali. In questo contesto il comparto extra-rete ha un ruolo importante perché consente di portare prodotti energetici e carburanti innovativi direttamente alle aziende e alle flotte. Q8 Quaser opera proprio in questo ambito, contribuendo a migliorare l’efficienza energetica delle attività di trasporto e logistica e perseguendo gli obiettivi di diversificazione e neutralità tecnologica”.

Dovendone scegliere una, quale sarebbe la sfida prioritaria che attende Q8 Quaser nei prossimi anni per traghettare la mobilità nel futuro?

“La sfida principale è accompagnare imprese e operatori della mobilità in una fase di trasformazione molto rapida del settore. Questo significa garantire continuità di approvvigionamento, efficienza operativa e allo stesso tempo sviluppare soluzioni alternative e possibilmente sempre più attente all’ambiente. Q8 Quaser è impegnata proprio in questo percorso: ampliare l’offerta di prodotti energetici e carburanti innovativi e supportare le aziende nella gestione dei propri fabbisogni energetici. L’obiettivo è contribuire a una mobilità più efficiente e progressivamente più sostenibile, accompagnando le imprese nella transizione energetica con soluzioni concrete e immediatamente utilizzabili”.

 

 

 

 

Ghidoni (Cefla): “Con soluzione Energy Hub la produzione è studiata sul cliente”

“Una novità importante è la modalità di approccio ai clienti che è quella di progettazione e costruzione degli Energy Hub, che sono dei poli di generazione elettrica e termica a servizio dei processi produttivi che vengono studiati sulle esigenze, sugli obiettivi del cliente. Quindi vengono confezionati in maniera proattiva insieme al cliente, mettendo a disposizione le nostre conoscenze e quelle del cliente in modo tale da arrivare ad avere un prodotto che sia tagliato sulle esigenze ed efficientato nel miglior modo possibile in quel momento”. Così Davide Ghidoni, Sales area manager di Cefla. In merito alla collaborazione con Igor Gorgonzola aggiunge che “Igor ha sposato questa filosofia di approccio e siamo riusciti a pensare e concepire un modello di impianto che è rivolto, appunto, a centralizzare la Power Generation a favore dell’efficientamento e anche della sostenibilità, perché comunque se riesco a efficientare il mio impianto ho anche un impatto sulle emissioni e su tutto quello che è l’utilizzo del metano, che è molto migliore rispetto alle generazioni tradizionali e diffuse”.

Pinori (Fimer): “Il mercato chiede sempre più prodotti italiani per l’energia”

“Quella che noi abbiamo chiamato un’inversione di rotta è una rivoluzione. Fimer ha avuto varie vicissitudini, vari momenti di gloria e anche di difficoltà. Oggi abbiamo un nuovo investitore che ha rilevato il ramo di azienda di Fimer e ci possiamo definire una startup con 50 anni di storia. Perché in fondo abbiamo una conoscenza veramente approfondita del mercato, dei prodotti e da oltre 50 anni facciamo l’eccellenza dei prodotti per le energie rinnovabili”. Così ha affermato Alberto Pinori, Sales & Marketing di Fimer , durante Key – The Energy Transition Expo a Rimini. A Gea ha poi raccontato quali sono state le ultime evoluzioni dell’azienda che rappresenta e quali i progetti presenti e futuri.

“Abbiamo oggi un investitore nuovo, un piano industriale, un progetto di marketing e un piano di marketing e una politica commerciale. Abbiamo le persone, abbiamo i brevetti, abbiamo i prodotti e adesso ci proponiamo di nuovo sul mercato per far vedere che l’Italia c’è. L’ultimo nato è il Pvm che ha quattro versioni, 75, 100, 110, 125, un prodotto quindi di stringa che si combina con una batteria di oltre 200 kW ora di accumulo, quindi una soluzione assolutamente corretta per il commerciale e l’industriale, quello che si chiama in gergo C&I – ha dichiarato, soffermandosi poi sull’importanza di valorizzare l’operato italiano –. I prodotti possono avere varie collocazioni: non esistono solo prodotti asiatici, esistono prodotti anche europei e il mercato oggi nelle automobili non è fatto da soltanto prodotti asiatici. Quindi lo spazio per una posizione di prodotti italiani non solo c’è, ma ce n’è sempre più bisogno. Devo dire che, da quando ho deciso di accogliere questa sfida, ho ricevuto il commento più classico ‘Meno male che sei venuto perché abbiamo bisogno di un prodotto italiano’. Quindi il mercato ne ha bisogno, ne ha voglia. Ne ha voglia perché comunque non è che asiatico vuol dire buono, cinese vuol dire buono o vuol dire economico, può anche voler dire che non è sempre la soluzione migliore”.

Scopel (Clivet): “Clivet Smart Living, elemento intelligente per gestire l’energia”

“Abbiamo una novità di prodotto: si tratta della nuova versione della soluzione per l’accumulo di energia elettrica, principalmente pensato per ambito residenziale. Infatti fa parte di una nostra proposta, Clivet Smart Living, che appunto prevede una soluzione sì per portare comfort agli occupanti, ma soprattutto con un occhio di riguardo all’efficienza energetica e al diventare sempre più indipendenti energeticamente, ha dichiarato a Gea Luca Scopel, Product Manager Digital Solutions di Clivet Spa.

“Restando alla novità di prodotto che abbiamo qui, è una gamma completa di soluzioni pensata per l’accumulo di energia elettrica in accoppiamento al sistema fotovoltaico – ha poi approfondito –. Una soluzione disponibile per impianti monofase, per impianti trifase, modulare, che ci permette di andare a fornire la giusta potenza con la giusta capacità a chi, appunto, necessita di avere un valido supporto per andare a ridurre quello che è l’impatto energetico e quello che è appunto uno strumento volto ad aumentarne l’efficienza e l’autonomia energetica. Fa parte di un pacchetto più ampio. Infatti noi, come Clivet Smart Living, abbiamo un elemento centrale che è un coordinatore di impianto Control 4 Energy e di fatto è un dispositivo che ci permette di andare a gestire non solo il comfort degli occupanti delle persone, però coordina proprio il flusso energetico a partire dal sistema di accumulo per arrivare appunto ad efficientare meglio anche la pompa di calore”.

“L’uso dell’energia deve essere fatto in modo intelligente e su questo siamo supportati da soluzioni come Clivet Smart Living, che ci permette di avere un elemento intelligente che sa gestire l’energia giusta per fornire il giusto contributo a quelli che sono gli occupanti”, ha concluso Scopel.

Cattaneo (Manni Energy): “Impegno concreto su efficientamento per ridurre sia costi sia emissioni”

Key– The Energy Transition Expo si conferma anche quest’anno uno dei principali appuntamenti dedicati all’innovazione nel settore energetico. Tra le realtà presenti anche Manni Energy, società del Manni Group attiva nello sviluppo di soluzioni per l’efficienza energetica e la transizione sostenibile.

“Le novità che portiamo a Key riguardano innanzitutto una forte verticalizzazione sulla parte dei servizi di advisory nel mondo del fotovoltaico – ha spiegato ai microfoni di Gea Michele Cattaneo, direttore generale di Manni Energy e Mobility manager di Manni Group –. Assistiamo i clienti nell’ambito dell’owner engineering e della direzione lavori, con l’obiettivo di garantire da una parte un efficientamento della committenza sugli Epc e dall’altra mantenere un elevato livello di qualità e controllo sull’operato degli installatori”.

Accanto ai servizi di consulenza tecnica, l’azienda sta ampliando la propria offerta anche sul fronte delle tecnologie per la gestione dell’energia. “Un’altra importante novità è quella legata allo storage. Abbiamo messo a terra un’offerta di ‘Storage-as-a-service’ che permette oggi di fare arbitraggio energetico sullo stesso impianto e che a breve, ci auguriamo, potrà includere anche la valorizzazione dei servizi di flessibilità sui mercati dei servizi di dispacciamento”.

Secondo Cattaneo, il tema dell’efficienza energetica deve essere interpretato in una prospettiva più ampia rispetto alla sola riduzione dei costi. “L’efficientamento non significa solo abbattere le spese energetiche, ma anche ridurre le emissioni. Si tratta quindi di un impegno concreto verso i requisiti e gli indirizzi della comunità europea in materia di decarbonizzazione”.

Nonostante le complessità del contesto energetico, la direzione del mercato appare chiara. “La domanda rimane e la traiettoria è quella tracciata negli anni precedenti. Le aziende serie con cui ci piace lavorare – e che rappresentano anche la linea che seguiamo come Manni Group – continuano a perseguire la riduzione delle emissioni in linea con obiettivi strutturati, come quelli previsti dal framework dei Science Based Targets”.