Enel e Conio lanciano ebitts: energia rinnovabile a casa senza pannelli o impianti

L’energia green comodamente a casa, senza la necessità di installare un impianto. Di questi tempi sarebbe un sogno. La sorpresa è che diventa realtà, perché Enel e Conio lanciano ebitts, la soluzione che porta su blockchain l’energia da fotovoltaico ed eolico, rendendo le rinnovabili concretamente accessibili a tutti e offrendo maggiore stabilità. La scelta di andare sul mercato è parsa naturale dopo gli ottimi risultati avuti dal progetto pilota.

Ebitts è tra i primi Utility Token Energetico al mondo e consente ai clienti di autoprodurre energia 100% pulita senza dover installare pannelli o impianti fisici nella propria abitazione. La piattaforma ebitts consente ai clienti di acquistare capacità produttiva di due impianti Enel presenti sul territorio italiano, nello specifico il parco fotovoltaico di Piani della Marina (VT) e l’eolico di Barile Venosa (PZ) sotto forma di token. Chi acquista i token può ottenere i benefici della produzione di energia rinnovabile, mediante un risparmio diretto in bolletta. L’eventuale energia prodotta in eccesso viene valorizzata e accreditata al cliente.

Questo meccanismo si rivela particolarmente interessante considerando il progressivo innalzamento delle temperature, e il relativo incremento dei consumi dovuti alla climatizzazione domestica. Il vantaggio di ebitts è duplice: in termini di costi attenua l’impatto dei consumi durante tutto l’anno, in particolare nei picchi estivi, e sul fronte ambientale offre una risposta concreta al surriscaldamento globale attraverso l’uso di energia rinnovabile. Si tratta di un’alternativa pensata soprattutto per chi risiede nei centri urbani e vuole farsi partecipe della transizione energetica, pur non disponendo di spazi idonei per un impianto privato.

Una condizione ampiamente diffusa, se si considera che – secondo gli ultimi dati Eurostat – il 48% dei cittadini dell’Unione europea vive in appartamento, quota che raggiunge il 73% nelle città, dove non è possibile o è molto complesso installare un impianto di energia solare. In un panorama globale segnato da tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati delle fonti fossili (come gas e petrolio), l’autonomia energetica diventa una scelta strategica per la gestione delle spese di casa.

Il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo ha ideato e lanciato il progetto, mentre Conio si occupa della tokenizzazione degli asset, e della messa a disposizione del wallet per la custodia dei token e gestisce la vendita delle Token Box, quest’ultimo nel pieno rispetto della normativa MiCAR. “ebitts nasce dalla convinzione che la tecnologia blockchain possa generare un impatto reale e tangibile nella vita delle persone – ha dichiarato Christian Miccoli, Presidente e Founder di Conio. Il rinnovo della partnership con Enel è per noi un segnale importante perché conferma che il modello funziona, che c’è domanda concreta di soluzioni come questa, e che la tokenizzazione dell’energia è una frontiera su cui vale la pena continuare a investire. Siamo orgogliosi di portare avanti con Enel un progetto che mette la blockchain al servizio della transizione energetica, rendendo l’energia rinnovabile veramente accessibile a tutti”.

In questo ecosistema, la tecnologia blockchain garantisce la tracciabilità dei token e la corrispondenza tra ogni porzione digitale e l’energia prodotta dagli impianti fisici, assicurando in tempo reale trasparenza e verificabilità. L’obiettivo è proseguire nello sviluppo di un modello capace di coniugare produzione rinnovabile, innovazione digitale e semplicità di accesso, mettendo le persone sempre più al centro della transizione energetica.

Enel, attività estere spingono la crescita. Ma il decreto Bollette è ‘macigno’ da 1,2 miliardi

La crescita del Gruppo Enel prosegue anche nel primo semestre 2026, trainata soprattutto dai risultati in Spagna e America Latina, e nonostante il peso degli 1,2 miliardi di oneri dovuti all’ultimo decreto Bollette.

L’utile netto ordinario fa registrare un incremento di 2,8 punti percentuali, raggiungendo quota 3,9 miliardi, circa 106 milioni in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un plus “attribuibile al positivo andamento della gestione operativa a livello di Ebitda – spiega l’azienda -, che ha assorbito integralmente gli effetti negativi legati all’incremento degli oneri finanziari netti, agli ammortamenti dovuti alla costante crescita degli investimenti e al maggior utile di pertinenza delle minoranze azionarie”. Positivo anche l’utile netto ordinario del Gruppo per azione, ch si attesta a 0,40 euro, dunque +5,3% rispetto agli 0,38 euro del 2025.

La buona performance dell’azienda guidata da Flavio Cattaneo si riscontra anche nei ricavi, che al 30 giugno sono di 40,9 miliardi, lo 0,3% in più dei 103 milioni dell’anno precedente. Il margine operativo lordo ordinario ordinario, poi, è di oltre 11,8 miliardi (+3,2% su base annua), “da attribuire principalmente alle attività di Enel Grids”, spiega ancora la società. Dai dati emergono “maggiori ricavi dalle attività di distribuzione e generazione di energia elettrica in Spagna e America Latina, solo parzialmente compensati dalla diminuzione dei ricavi in Italia a seguito dei minori prezzi medi applicati alla clientela residenziale e piccole medie imprese con offerte a prezzo bloccato, nonché la riduzione dei volumi relativi al mercato wholesale e a prezzo indicizzato”.

Nelle varie voci con segno positivo c’è anche quella degli investimenti, che nel primo semestre dell’anno ammontano a oltre 5,1 miliardi, ovvero il 13,6 percento in più del 2025. Anche l’energia netta prodotta dal Gruppo cresce a 96,27 Twh (+3,2%) e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, poi, “è stata ampiamente superiore rispetto a quella da fonte termoelettrica.

Dal Consiglio di amministrazione di oggi è, poi, arrivato il via libera a un programma di buyback per 2,6 milioni di azioni, ovvero lo 0,0256% del complessivo in cui è suddiviso il capitale sociale di Enel. Partirà il prossimo 3 agosto e si concluderà il 21 agosto, con un potenziale di circa 26 milioni di euro.

Infine, per quanto concerne la situazione patrimoniale, al 30 giugno Enel ha un capitale investito netto di 110,6 miliardi, coperto da un patrimonio netto, inclusivo delle interessenze di terzi, di 49,6 miliardi. L’indebitamento finanziario netto, invece, è di 61 miliardi circa.

Terna, aumentano utili e ricavi. Monti: “Gruppo solido, genera valore per il Paese”

Anche nel primo semestre 2026 Terna conferma il trend positivo dei propri conti. La società che gestisce la rete italiana di trasmissione dell’energia elettrica, infatti, registra un utile netto di Gruppo di 591,2 milioni, lo 0,6% in più in un anno. Anche i ricavi crescono, addirittura di 11,6 punti percentuali, arrivando a 2,1 miliardi circa grazie soprattutto alle Attività non regolate (+50,1%). Bene anche il Margine Operativo Lordo a 1,46 miliardi (+7,9%) e il risultato operativo (Ebit), a valle di ammortamenti e svalutazioni, di 961,4 milioni (+5,3%). “I risultati del primo semestre ribadiscono la solidità di Terna e la capacità del Gruppo di generare valore per il Paese attraverso investimenti, innovazione e competenze distintive”, commenta il neo amministratore delegato e direttore generale, Pasqualino Monti.

Il ceo rivendica che “in un contesto energetico e tecnologico in rapida evoluzione, continuiamo a investire con determinazione in infrastrutture”, assicurando che l’obiettivo è realizzare “una rete elettrica sempre più moderna, resiliente e digitale”. Il manager non si sbilancia sulle date del prossimo Piano industriale ma traccia un orizzonte al 2027, una volta che il lavoro di aggiornamento della normativa da parte di Arera sarà completato.

Nel frattempo resta tutto confermato anche per quel che concerne gli investimenti. Da gennaio a giugno del 2026, infatti, Terna ha investito oltre 1,58 miliardi di euro, con una crescita del 19,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In particolare nel secondo trimestre dell’anno è stato superato il miliardo di euro (+41,3% in un anno). “La nostra posizione finanziaria è estremamente solida, il nostro piano di investimenti fino al 2028 è pienamente sostenibile dal punto di vista finanziario, come confermato dagli upgrade di rating che abbiamo ricevuto nel 2025 sia da Standard & Poor’s che da Moody’s”, conferma il Cfo, Francesco Beccali. Tra i principali progetti avanzano sia Ramo Est che Ovest del Tyrrhenian Link, il SaCoI3, Elmed e Adriatic Link. Ma proseguono in linea con le aspettative anche i piani nazionali.

Terna accelera pure sulla transizione energetica, perché allo scorso 30 giugno risulta installata capacità eolica e fotovoltaica per 60,5 GW, a fronte dei circa 107 GW fissati come target al 2030 dal Pniec. Inoltre, nei primi sei mesi del 2026 la richiesta di energia elettrica è aumenta del 2,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e il 43% circa del fabbisogno nazionale di energia elettrica è stato coperto dalle rinnovabili.

I “solidi progressi registrati in tutte le nostre principali aree di attività” nella prima metà dell’anno, portano Terna a confermare pienamente” la Guidance per il 2026.

Enel, è il giorno del dividendo: +4% per gli azionisti, fiducia di mercato e risparmiatori

Lunedì 20 luglio è stata staccata la cedola Enel che verrà messa in pagamento dal 22 luglio, un appuntamento che arriva con un segnale positivo per gli azionisti: il dividendo complessivo riconosciuto dal Gruppo cresce rispetto allo scorso anno, confermando la capacità della società di creare valore e rafforzare la remunerazione degli investitori.

Agli azionisti sarà corrisposto il saldo del dividendo pari a 0,26 euro per azione, che si aggiunge all’acconto di 0,23 euro già distribuito a gennaio. L’ammontare del dividendo complessivo relativo all’esercizio precedente raggiunge così 0,49 euro per azione, in aumento rispetto ai 0,47 euro per azione distribuiti nel 2025. L’incremento è di 2 centesimi per azione, pari a oltre il 4% in più, un risultato che conferma la solidità dell’azienda e la capacità di garantire una crescita della remunerazione agli investitori.

Facendo un’analisi retrospettiva a partire dal 2023, data dell’insediamento dell’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, il dividendo ha registrato un incremento costante passando dai 0,40 euro per azione riferiti all’esercizio 2022 agli attuali 0,49 euro per azione, ovvero in rialzo di oltre il 20%, a testimonianza della strategia di crescita sostenibile e di creazione di valore perseguita dal Gruppo.

La crescita della cedola rappresenta un ulteriore elemento di forza per Enel, che continua a essere uno dei titoli più seguiti a Piazza Affari. L’azienda si presenta a questo appuntamento con il mercato in una fase positiva, con il titolo che negozia intorno quota 10 euro per azione. Si tratta anche in questo caso di un significativo apprezzamento rispetto ai circa 6 euro per azione a cui il titolo quotava nel maggio 2023, inizio del mandato di Flavio Cattaneo come ad.

Un risultato confermato anche dalla capitalizzazione di Enel che, secondo l’analisi di CoMar, la colloca come la partecipata del ministero dell’Economia e delle Finanze con il maggior valore in Borsa.

Un primato che evidenzia il peso strategico del Gruppo nel panorama economico italiano e il ruolo centrale della utility italiana nel settore energetico internazionale. Inoltre, a sostenere le prospettive future c’è il Piano industriale 2026, che punta a rafforzare gli investimenti nelle reti, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche, con l’obiettivo di aumentare efficienza, competitività e redditività.

Enel ha infatti indicato, nel piano strategico presentato lo scorso febbraio, la prospettiva di un ulteriore incremento della remunerazione degli azionisti, con un dividendo per azione stimato in crescita a un tasso medio annuo del 6% circa nel triennio 2026-2028.

L’aumento della cedola si inserisce quindi in un percorso più ampio, basato su una gestione finanziaria equilibrata e su una strategia industriale orientata alla crescita di lungo periodo. Per gli azionisti, lo stacco della cedola rappresenta un segnale di continuità e fiducia nelle prospettive della società.

Con il dividendo in crescita, il titolo intorno ai 10 euro per azione e una posizione di leadership tra le partecipate del Mef, il Gruppo guidato da Flavio Cattaneo conferma il proprio ruolo da protagonista a Piazza Affari e, più in generale, nel comparto energetico a livello globale.

Nucleare, Pichetto: “Entro Natale decreti legislativi. Referendum? Scontato nel 2028 o 2029”

“Entro Natale vorrei presentare tutti i decreti legislativi” sul ddl nucleare, anche se “è un impegno molto forte perché chiaramente riguarda tutta una procedura in termini di sviluppo di agenzie, delle modalità” di smaltimento “dei rifiuti, le distanze. Sono tanti gli elementi da tenere in considerazione, insomma, ma vogliamo farcela”. Dal palco delle Ogr di Torino – in occasione dell’evento ‘Da Fermi al futuro: dialoghi sull’energia nucleare sostenibile”, promosso dal Mase e da Unioncamere organizzato da La Stampa – il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, fa il punto sull’iter legislativo del provvedimento e sulle prospettive future. Dopo il via libera dell’aula della Camera all’inizio di giugno, il ddl sul nucleare ha iniziato il suo percorso in Senato, attraverso l’assegnazione all’ottava Commissione Permanente (Ambiente, transizione ecologica, energia) e il Governo punta all’approvazione definitiva del disegno di legge prima della pausa estiva dei lavori parlamentari. Poi, comincerà l’iter dei decreti legislativi e del confronto con la Conferenza delle regioni e gli enti locali.

In mezzo, chiarisce Pichetto, servono progetti per rafforzare la comunicazione sul nucleare di nuova generazione “anche con iniziative come quella di oggi” con l’intervento “di una serie di personalità che hanno una conoscenza ed esperienza rilevante di ordine scientifico e tecnico. La divulgazione ha tanti rivoli di percorso, ma l’importante è far che tutti abbiano coscienza di cosa si parla”. E proprio una presa di coscienza nuova, assicura il titolare del Mase, sembra essere emersa negli ultimi anni, “in particolare tra i giovani”, sulla necessità di decarbonizzare il più possibile, “perché le emissioni carboniche hanno un peso notevole anche sul clima” e serve “aggiungere una produzione di energia, da fonte pulita”. E anche se il governo – ribadisce Pichetto in un videomessaggio all’Anev – “è impegnato nel potenziamento degli strumenti di sostegno alle fonti energetiche rinnovabili e nella definizione di un quadro normativo chiaro e uniforme”, il nucleare basato sugli small modular reactor (Smr) è “fondamentale”, perché le fonti green sono per loro natura intermittenti.

Poi, come l’opinione pubblica reagirà alle novità, non è affatto certo. Un nuovo referendum sul nucleare, chiarisce il ministro, “lo do per scontato nel 2028 o nel 2029, è un diritto della nostra costituzione poter partecipare alle decisioni”. Le opposizioni o i comitati civici potranno quindi raccogliere le 500.000 firme necessarie per chiedere un nuovo referendum abrogativo contro le nuove leggi. Nel 1987, a poco più di un anno dal disastro di Chernobyl, la maggior parte degli italiani, si schierò contro l’energia dell’atomo, portando alla chiusura delle centrali attive e bloccando, di fatto, ogni ulteriore iniziativa. Il secondo referendum del giugno 2011 avvenne pochi mesi dopo l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima, causato da un violento tsunami. L’obiettivo era quello di bloccare il “programma di rilancio del nucleare” che il governo Berlusconi aveva approvato tra il 2008 e il 2009, il quale prevedeva la costruzione di nuove centrali di terza generazione. Anche in questo caso gli italiani si opposero al progetto. Ma il nucleare di oggi, assicura Pichetto, è diverso da quello di allora. “E’ cambiata la tecnologia”, perché non si tratta più di grandi centrali, ma di piccoli reattori modulari di quarta generazione che occupano poco spazio, hanno standard di sicurezza più elevati e sono ‘puliti’.

“Non bisogna dividersi in tifoserie che dicono sì al nucleare e no al nucleare. La tifoseria, in questo caso, credo che sia l’approccio sbagliato”, gli fa eco eco il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, nel corso dell’evento. “Invece – aggiunge – serve una discussione che si basi sui dati, sui tempi, sui costi, sulla sicurezza sia nazionale che internazionale. E io credo che noi, come amministratori pubblici, abbiamo il dovere di imporci in questa in questa prospettiva”. Il nucleare, ricorda dallo stesso palco il governatore piemontese, Alberto Cirio, “è una strada che non preclude la possibilità di coltivarne altre”. Negli anni, ricorda, il Paese “è stato fermo, non ha avuto il coraggio di decidere”, invece oggi “finalmente”, ha aggiunto, si può “parlare” di nucleare “senza pregiudizi ideologici, senza situazioni preconcette di un tema così importante come quello energetico”.

Enel, Spagna e America Latina trainano crescita: utile 1,9 miliardi, Margine operativo lordo +3,6%

Enel chiude il primo trimestre 2026 con i ricavi in calo del 6,7%, a 20,5 miliardi, compensati ampiamente da un Margine operativo lordo di 6 miliardi (+3,6%), grazie alle ottime performance del Gruppo sia in Spagna che in America Latina. Risultati che portano alla conferma della guidance indicata nel Piano Strategico 2026-2028, prevedendo per quest’anno di raggiungere un Eps compreso tra 0,72 e 0,74 euro.

Più che positivo anche l’utile netto, che sale a 1,94 miliardi, con un aumento di 3,9 punti percentuali sullo stesso periodo del 2025, dunque di 73 milioni in valori assoluti. Un risultato dovuto “all’andamento della gestione operativa ordinaria osservato a livello di Ebitda, al miglior contributo delle Stewardship attive nel settore dell’energia rinnovabile (Grecia, Sudafrica e Australia) e al contenimento del costo del debito, parzialmente compensato dalle maggiori imposte”, spiega l’azienda. Che migliora anche il risultato netto ordinario del Gruppo per azione, passando dallo 0,18 euro dello scorso anno agli attuali 0,20 euro.

Balzo in avanti anche degli investimenti che, al 31 marzo, si attestano a 2,3 miliardi, con un surplus del 10,9% rispetto allo scorso anno, focalizzandosi “principalmente nelle reti e nelle energie rinnovabili”. E’ di Enel Grids la migliore performance del Gruppo, con 1,58 miliardi, circa il 69 percento del totale, soprattutto in Italia, Brasile e Spagna. Enel Green Power investe 427 milioni di euro (19% del totale), grazie principalmente alle attività in Italia e Cile. A completare il quadro è Enel Commercial con “l’acquisizione di un pacchetto clienti in Spagna per un corrispettivo di 91 milioni di euro”. Cala, invece, di due punti percentuali l’Ebit, che arriva così a 3,96 miliardi.

Sul piano dell’energia elettrica, le vendite scendono del 7,2% a 59,2 Terawattora, così come quelle di gas naturale si attestano a 2,4 miliardi di metri cubi (-4%). La produzione, invece, sale di 2,4 punti a 47,80 Twh, dovuto allo 0,09 Twh delle rinnovabili (+0,49 TWh eolico; +0,40 TWh solare; -0,77 TWh idroelettrica; -0,03 TWh altre fonti rinnovabili) e al surplus del termoelettrico (1,35 Twh). “La produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili – rileva Enel – è stata ampiamente superiore rispetto a quella da fonte termoelettrica”.

Al momento confermiamo lo scenario prudente” del Piano industriale “che copre la maggior parte dei rischi che possiamo aspettarci da ora ai prossimi due trimestri, dove inizieremo a capire meglio cosa potrebbe accadere riguardo, in particolare, alle decisioni sul sistema delle Ets a livello Ue”, spiega il Cfo, Stefano De Angelis, nella call con gli investitori. Per quanto il futuro, non ci sono solo i Data center nel mirino di Enel, che guarda a diversi mercati. “Abbiamo molte attività, per cui abbiamo molte opportunità e gli Stati Uniti sono sicuramente il nostro primo obiettivo, ma stiamo facendo offerte non vincolanti e anche nei Paesi europei di primo livello”. L’obiettivo di Enel è chiaro: “Dobbiamo guardare dove ci sono opportunità”.

Meloni a Baku per forniture gas e petrolio: “Avanti con la diplomazia dell’energia”

Giorgia Meloni vola da Yerevan, in Armenia, dove prende parte al vertice della Comunità Politica Europea, a Baku, in Azerbaigian, per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti energetici dell’Italia.

Dopo il viaggio in Algeria, alla fine di marzo e quello nel Golfo, alla vigilia di Pasqua, Baku si inserisce nella “diplomazia dell’energia”, spiega la premier, che “serve a difendere i nostri interessi, non semplicemente sul piano episodico, ma sul piano strutturale di lungo termine“. Nella missione ad Algeri, la prima ministra aveva ottenuto di aumentare le forniture di gas a disposizione proveniente dal Paese nordafricano. Nel Golfo (area da cui proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas), in un blitz a sorpresa all’inizio di aprile, Meloni aveva fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire nella Regione, nonostante la situazione. In Azerbaigian, la presidente del Consiglio raccoglie l’invito di Ilham Aliyev e parla di un “salto di qualità” della cooperazione già importante tra i due Paesi, tanto da trasformarla in una sorta di “coordinamento politico permanente” per programmare le priorità.

L’Italia è il primo mercato di destinazione dell’export azero, con una componente prevalente nel settore energetico, che rappresenta storicamente il pilastro della cooperazione tra le due nazioni. L’Azerbaijan è il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale rispettivamente): il gas arriva attraverso il Corridoio meridionale, di cui il Trans-Adriatic Pipeline (Tap) rappresenta il tratto finale. Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia via Tap circa 45 miliardi di metri cubi. In un contesto internazionale segnato da incertezza e instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento e sulla sicurezza dei flussi energetici, Meloni e Aliyev parlano di come consolidare il rapporto lavorando non solo sui volumi delle forniture, ma, precisa la premier, “soprattutto sulla qualità del partenariato industriale lungo tutta la filiera”, perché energia e connettività sono “due facce della stessa medaglia”. Roma sostiene Baku perché rafforzi il ruolo di “snodo fondamentale” di energia “tra Europa e Asia”. Nella seconda metà dell’anno è previsto un Business Forum a Baku per cercare di far emergere nuove opportunità di investimento. Sul tavolo del colloquio ci sono le principali questioni dell’attualità internazionale, dalla guerra in Ucraina alla situazione in Iran e le relative dinamiche regionali, con attenzione agli sviluppi più recenti e ai possibili impatti sugli equilibri di sicurezza. “Per me è stato molto interessante poter ascoltare il punto di vista del presidente di una nazione che confina con Teheran”, confessa Meloni, auspicando che “questa crisi possa chiudersi nel più tempo possibile” e impegnandosi a sostenere “ogni iniziativa utile all’obiettivo”.

Terminata la visita, che si sarebbe dovuta tenere domani, la premier si prepara al complesso faccia a faccia che terrà l’8 maggio, alle 11.30, quando riceverà a Palazzo Chigi il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio. Con Rubio, che il giorno prima incontrerà in Vaticano Papa Leone XIV, la presidente del Consiglio tenterà di ricucire lo strappo di Donald Trump, che nelle ultime settimane è diventato sempre più importante. Il tycoon è arrivato a minacciare il ritiro delle sue truppe Usa anche dall’Italia: “Sappiamo che da tempo gli Stati Uniti discutono di un loro disimpegno dell’Europa, che è la ragione per la quale penso che noi dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza e dobbiamo crescere nella nostra capacità di dare risposte da questo punto di vista”, glissa Meloni interrogata su questa possibilità. “E’ una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei”, chiarisce, rivendicando che l’Italia “ha sempre mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, particolarmente in ambito Nato e anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti”. Come in Afghanistan e in Iraq: “Alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette”, denuncia, ricordando che non c’è mai stato a livello di patto atlantico una richiesta formale di sostegno degli alleati sulle scelte che Trump stava compiendo.

Allarme della Banca mondiale: “Prezzi energia mai così alti da 4 anni”

Quest’anno i prezzi dell’energia dovrebbero registrare un’impennata del 24%, raggiungendo il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, mentre la guerra in Medio Oriente sta causando un forte shock sui mercati globali delle materie prime. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Commodity Markets Outlook della Banca mondiale, secondo cui, inoltre, i prezzi complessivi delle materie prime aumenteranno del 16% nel 2026, trainati dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dai prezzi record di diversi metalli chiave. L’analisi indica che lo shock “avrà gravi implicazioni per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo”.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, che gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio greggio via mare, hanno innescato il più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato, con una riduzione iniziale dell’offerta globale di petrolio di circa 10 milioni di barili al giorno. Anche dopo essersi attenuati rispetto al picco recente, a metà aprile i prezzi del petrolio Brent sono rimasti superiori di oltre il 50% rispetto a quelli di inizio anno. Si prevede che il petrolio Brent avrà un prezzo medio di 86 dollari al barile nel 2026, in forte aumento rispetto ai 69 dollari al barile del 2025. Queste previsioni presuppongono che le interruzioni più gravi terminino a maggio e che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz torni gradualmente ai livelli prebellici entro la fine del 2026. La previsione è comunque migliore rispetto a quella di Goldman Sachs, secondo cui il prezzo del Brent si attesterà in media a 90 dollari al barile negli ultimi quattro mesi dell’anno rispetto agli 80 dollari previsti in precedenza.

“La guerra sta colpendo l’economia globale a ondate cumulative: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi dei prezzi dei generi alimentari e, infine, attraverso un aumento dell’inflazione, che spingerà al rialzo i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”, spiega Indermit Gill, capo economista e vicepresidente senior per l’economia dello sviluppo del Gruppo Banca Mondiale. “Le persone più povere, che spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburanti, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo già alle prese con un pesante fardello di debiti. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è lo sviluppo al contrario”.

Gli aumenti riguarderanno anche i fertilizzanti: l’analisi prevede un rincaro del 31% nel 2026, trainati da un balzo del 60% dei prezzi dell’urea. L’accessibilità economica dei fertilizzanti scenderà al livello più basso dal 2022, “erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i raccolti futuri”. Se il conflitto dovesse protrarsi, queste pressioni sull’approvvigionamento alimentare e sull’accessibilità economica potrebbero spingere fino a 45 milioni di persone in più verso una grave insicurezza alimentare quest’anno, secondo il Programma Alimentare Mondiale.

Anche i prezzi dei metalli di base, tra cui alluminio, rame e stagno, dovrebbero raggiungere livelli record, riflettendo la forte domanda legata a settori quali i data center, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili. I metalli preziosi continuano a battere record di costo e volatilità, con prezzi medi che dovrebbero aumentare del 42% nel 2026, poiché l’incertezza geopolitica alimenta la domanda di beni rifugio.

La conseguenza sarà un aumento dell’inflazione e il rallentamento della crescita in tutto il mondo. Nelle economie in via di sviluppo, l’inflazione dovrebbe ora attestarsi in media al 5,1% nel 2026 secondo le ipotesi di base: un punto percentuale in più rispetto a quanto previsto prima della guerra e un aumento rispetto al 4,7% dello scorso anno.

 

Tajani frena Lega: No uscite unilaterali patto stabilità. Pnrr e Mes contro caro-energia

Il vicepremier in quota Forza Italia, Antonio Tajani, frena l’idea della Lega di uscire unilateralmente dal patto di stabilità europeo per far fronte all’emergenza legata al caro energia. “Sono assolutamente contrario”, afferma a margine del Forum Italia-America Latina a Prato, pur aprendo a interventi “a tempo” per tener fuori dal patto di stabilità le spese legate alle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz. In ogni caso, per il ministro degli Esteri in questo momento “serve più Europa” e, soprattutto, “più coraggio”.

Gli aiuti di Stato proposti dalla Commissione Europea non sarebbero equi, visto lo spazio fiscale limitato di un’Italia in procedura d’infrazione dopo aver sforato la soglia di deficit del 3% del Pil. “E’ una proposta che rischia di far aumentare la concorrenza sleale, rischia di far aumentare i dislivelli, quindi non mi pare una soluzione ottimale”, spiega il titolare della Farnesina. Tajani propone un altro Pnrr, sul modello di quello creato per il Covid, per permettere a tutta l’Europa di poter “superare questo momento complicato”. E torna sulla necessità di utilizzare i 400 miliardi del Mes: “Non vedo perché devono rimanere lì congelati – osserva – invece di aumentare il debito pubblico si potrebbero utilizzare quei soldi per il debito pubblico”.

Di sicuro, si dovrà intervenire. Perché, come mette in allerta il ministro delle Imprese Adolfo Urso, un protrarsi del blocco di Hormuz potrebbe avere “conseguenze gravi” sia sul Pil che sull’inflazione. Con zero crescita e inflazione alta, lo ha messo in chiaro anche Confindustria, l’Europa va incontro alla stagflazione. “Per questo abbiamo chiesto alla Commissione la sospensione del Patto di stabilità, per consentire agli Stati di reagire in tempi e modi adeguati, innanzitutto sul fronte energetico. Non servono pannicelli caldi, ma interventi radicali”, sottolinea Urso dalle colonne del Messaggero. L’inquilino di Palazzo Piacentini si dice consapevole che occorra agire in modo “sistemico e strutturale”, per rendere più competitiva l’Europa anche sul piano dell’autonomia strategica. Ma, esorta, “Dobbiamo agire insieme in direzione della crescita, con più risorse e meno ostacoli”. In sede nazionale per incentivare consumi e investimenti e in sede europea liberando le imprese dai “dazi interni” che pesano.

L’Europa, più che sugli interventi d’emergenza, insiste sulla necessità di ridurre la “forte dipendenza” dai combustibili fossili importati. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, l’Europa ha speso 27 miliardi di euro in più per le importazioni di gas e petrolio senza ricevere una sola molecola di energia aggiuntiva. “Dobbiamo ridurre questa dipendenza e, al contrario, espandere la nostra produzione energetica, più economica, qui in Europa”, scandisce Ursula von del Leyen, a Berlino per la giornata di conclave dell’Unione (Cdu-Csu). Questo, ricorda la presidente della Commissione, significa che ogni kilowattora di energia prodotto in Europa “contribuisce alla stabilità economica, all’accesso a un’energia a prezzi accessibili e, quindi, all’indipendenza dell’Unione”. La ricetta di Bruxelles è insistere su rinnovabili e nucleare, come stanno facendo la Finlandia e la Svezia, fonti che vengono prodotte nel Continente e hanno un impatto climatico molto inferiore: “I nuovi piccoli reattori modulari, in particolare, aprono nuove prospettive”.

Shock energia preoccupa industriali. Pichetto: “Potremmo dover riaprire le centrali carbone”

La crisi in Iran e Medio Oriente non sembra trovare soluzione e il problema energetico, anche in Italia, diventa sempre più serio. Tanto che Gilberto Pichetto Fratin avverte che se la situazione peggiora potrebbe essere necessaria una piena riattivazione delle centrali a carbone.

Sono quattro in tutto in Italia, due delle quali, Brindisi e Civitavecchia, non hanno più l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone dal primo gennaio 2026. Le altre due, in Sardegna, sono entrambe attive.

Il phase out completo ci sarebbe dovuto essere dal 31 dicembre 2025, “ma in realtà le centrali a carbone al 31 dicembre 2024 erano praticamente chiuse sulla parte continentale”, ricorda il ministro dell’Ambiente, che confessa di non averne ordinato lo smantellamento perché davanti a un’emergenza (“una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora“, spiega) potrebbe “essere necessario riattivarle”. Al momento, il gas è a 40 euro MWh, 70 euro è un prezzo molto alto, “ma quello è il punto di caduta”, ribadisce Pichetto.

Due mesi fa, il governo è intervenuto sui costi in bolletta, per ridurli di circa il 20%. I prezzi però, dato lo scenario, oscillano in continuazione. “Certamente è difficile fare una stima – ammette il ministro -. Quindi valuteremo gli interventi di volta in volta”.

L’instabilità manda in tilt il sistema industriale: “L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana – spiega Confindustria nella congiuntura flash di aprile -. Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”. Il Centro Studi degli industriali stima che se la guerra in Iran finisse a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare altri 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026″. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Aziende che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Matteo Salvini lancia una durissima accusa contro l’Unione europea: “Chi governa Bruxelles in questo momento o è un marziano o è in malafede”, denuncia. In settimana, incontrerà gli autotrasportatori, perché si rischia il blocco. Ma, insiste il ministro dei Trasporti, “se non cambiano le regole europee l’Italia rischia di fermarsi”. Quello che chiede il vicepremier è la sospensione del patto di stabilità contro il caro energia: “Non ho nessuna intenzione di fare nuovi lockdown, di chiudere scuole, fabbriche, ospedali – scandisce -. O Bruxelles permette al governo di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani o si blocca il Paese, quindi faremo da soli”. Al momento, la deroga vale solo per le spese militari: “Il governo potrebbe spendere 10 miliardi per comprare armi ma non possiamo mettere 10 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini e delle imprese in difficoltà. E’ una follia”, sostiene il vicepremier. Che precisa di non chiedere “i soldi dei francesi, dei polacchi o dei tedeschi”: “Vogliamo usare per gli italiani i soldi degli italiani. Le regole oggi non me lo permettono e io non chiudo l’Italia perché Bruxelles è comandata da cretini”.