La politica energetica di Trump sotto i riflettori della conferenza di Houston

Diversi membri del governo di Trump sono attesi questa settimana a Houston, in Texas, per precisare gli orientamenti del nuovo presidente americano in materia di energia, in particolare il suo impatto sulle energie rinnovabili.

Appena entrato in carica, il 20 gennaio, Donald Trump ha firmato un decreto intitolato ‘Unleashing American Energy’ (Liberare l’energia americana), destinato a segnare il suo secondo mandato.
Il programma prevede deregolamentazione e liberalizzazione, con misure favorevoli all’estrazione di energie fossili e altre volte a limitare o annullare i vincoli ambientali, nonché sussidi e incentivi fiscali per la transizione energetica.

Di conseguenza, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) statunitense ha tentato di costringere la California, un modello in materia di transizione energetica, a revocare il divieto di circolazione dei veicoli a combustione interna entro il 2035. L’iniziativa è stata tuttavia bloccata giovedì dal Government Accountability Office, un osservatorio indipendente che monitora il Congresso americano.

Tre funzionari del governo Trump hanno annunciato la loro partecipazione alla conferenza CERAWeek, il più importante raduno mondiale in materia di energia, che si aprire oggi. Il ministro dell’Energia, Chris Wright, interverrà in apertura. Fondatore della società Liberty Energy, che fornisce attrezzature all’industria del gas e del petrolio di scisto, questo imprenditore è noto per il suo sostegno all’estrazione di energie fossili. Durante la sua audizione di conferma al Senato, si è detto favorevole alla crescita dell’offerta energetica americana, anche per quanto riguarda le energie fossili.
Chris Wright sarà seguito, nel corso della settimana, dal ministro dell’Interno Doug Burgum, responsabile della gestione dei terreni federali, alcuni dei quali sono affittati a privati del settore energetico. Un altro ospite, Lee Zeldin, avvocato scettico sul clima a capo dell’EPA. Questi tre emissari potrebbero chiarire la struttura della politica energetica di Donald Trump, in particolare per quanto riguarda le fonti rinnovabili.

Il presidente americano ha già promesso di bloccare qualsiasi nuovo progetto eolico negli Stati Uniti durante il suo mandato e di annullare gli incentivi fiscali per la costruzione di parchi eolici, anche se questi dipendono dal Congresso e non dall’esecutivo.
Regna l’incertezza sulla propensione del governo a cambiare la traiettoria energetica degli Stati Uniti, fermamente impegnati nella transizione verso fonti a basse emissioni di carbonio sotto la guida di Joe Biden. Questo contesto dovrebbe “rendere il 2025 un anno bianco, durante il quale ci saranno esitazioni nel portare avanti qualsiasi progetto di decarbonizzazione”, ritiene Dan Pickering, dello studio Pickering Energy Partners.

Per quanto riguarda i combustibili fossili, al momento nulla indica che il segnale inviato da Donald Trump abbia avuto un effetto sulla produzione di petrolio, che era già a livelli record prima dell’investitura del miliardario repubblicano. Il settore del gas, invece, si è animato, con l’annuncio, venerdì, dell’ampliamento del terminale GNL (gas naturale liquefatto) di Plaquemines, a sud di New Orleans, da parte dell’operatore Venture Global, che investirà altri 18 miliardi di dollari.

Siamo già diventati il primo esportatore mondiale” di gas naturale, ha ricordato giovedì Chris Wright su Bloomberg Television. “E penso che nei prossimi anni le esportazioni aumenteranno di oltre il doppio”. Il decreto presidenziale del 20 gennaio ha revocato il moratorio sull’autorizzazione di nuovi terminali di esportazione decretato un anno prima da Joe Biden, che aveva parlato di ‘minaccia’ climatica.

L‘Europa è di gran lunga il primo mercato di esportazione del GNL americano, che “ha svolto un ruolo importantissimo” nell’aiutare il Vecchio continente a ridurre la sua dipendenza dal gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina, ricorda Jonathan Elkind, ricercatore presso il centro di riflessione sulle politiche energetiche mondiali dell’Università di Columbia.
Il grande sconvolgimento diplomatico avviato da Donald Trump in queste ultime settimane, caratterizzato da un riavvicinamento alla Russia e da divergenze con l’Europa sulla questione ucraina, solleva tuttavia interrogativi sull’impegno degli Stati Uniti a rifornire l’Europa di energia. “È difficile dire se Donald Trump sia un partner o un avversario”, osserva Jonathan Elkind. ‘”E questo – ammette – è uno shock dopo 70 anni di stretta alleanza”.

Nucleare, accordo Eni-Ukaea: nel regno Unito il più grande impianto mondiale per la gestione del trizio

Sarà localizzato a Culham (Oxfordshire, Regno Unito) e sarà completato nel 2028 l’impianto più grande e avanzato al mondo per la gestione del ciclo del trizio, combustibile chiave nel processo di fusione nucleare. Il progetto è frutto di un accordo di The United Kingdom Atomic Energy Authority (UKAEA), l’organizzazione nazionale del Regno Unito responsabile della ricerca e sviluppo sostenibile dell’energia da fusione, ed Eni, per condurre attività di ricerca e sviluppo nel campo dell’energia da fusione.

L’impianto, denominato ‘UKAEA-Eni H3AT Tritium Loop Facility’, è progettato per essere un centro d’eccellenza mondiale che offrirà all’industria e al mondo accademico l’opportunità di studiare soluzioni innovative per processare, stoccare e riciclare il trizio. UKAEA e Eni collaboreranno inoltre per sviluppare altre soluzioni tecnologiche all’avanguardia nell’ambito dell’energia da fusione, comprese iniziative di trasferimento di competenze tra le parti. “Eni contribuirà al progetto H3AT con la propria esperienza nella gestione e sviluppo di iniziative su larga scala e collaborerà anche a de-rischiare la roadmap di progetto. Questa partnership combina l’ampia esperienza di UKAEA nella ricerca e sviluppo sulla fusione con le consolidate capacità industriali di Eni nell’ambito dell’ingegneria impiantistica, nella messa in atto e nella gestione delle attività”, si legge in una nota.

Il recupero e riutilizzo del trizio giocherà un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento e generazione del combustibile nelle future centrali elettriche a fusione, e sarà determinante nel rendere la tecnologia sempre più efficiente. La fusione è infatti una forma di energia in cui il processo che alimenta il Sole viene replicato sulla Terra: due isotopi di idrogeno, deuterio e trizio, si fondono insieme sotto intenso calore e pressione per formare un atomo di elio, rilasciando grandi quantità di energia a zero emissioni attraverso un processo sicuro, più pulito e virtualmente inesauribile. L’energia da fusione, in prospettiva, è destinata a rappresentare una fonte rivoluzionaria in termini di contributo alla sicurezza energetica e decarbonizzazione.

“Siamo orgogliosi di essere all’avanguardia a livello globale nell’innovazione di tecnologie per l’energia da fusione, e questa collaborazione con Eni segna un avanzamento significativo nello sviluppo del potenziale dell’energia da fusione, supportando i nostri obiettivi di crescita economica, energia pulita e indipendenza energetica”, commenta il ministro per il Clima del Regno Unito, Kerry McCarthy.

Per Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, “l’energia da fusione è destinata a rivoluzionare il percorso globale di transizione energetica, accelerando la decarbonizzazione dei nostri sistemi economici e industriali, contribuendo a diffondere l’accesso all’energia e a ridurre i legami di dipendenza energetica nel quadro di una transizione più equa”. 

 

bollette

Via libera al decreto bollette: 3 miliardi per imprese e famiglie. Le opposizioni: “Una mancetta”

E’ un pacchetto di aiuti da tre miliardi di euro – 1,6 alle famiglie e 1,4 al sistema imprese – quello messo in campo dal governo con il decreto per contrastare il caro bollette. Atteso da giorni dopo la bocciatura della premier Giorgia Meloni perché ritenuto inizialmente non abbastanza efficace, il provvedimento è stato discusso oggi in Consiglio dei Ministri con l’approvazione di “misure urgenti di agevolazione tariffaria per la fornitura di energia elettrica e gas naturale, di riduzione dell’onere fiscale, nonché per la trasparenza delle offerte al dettaglio”. Oltre a dividere le risorse praticamente a metà tra famiglie e imprese, il decreto proroga infatti di due anni l’obbligo per i più vulnerabili di passare al mercato libero.

La misura principale però riguarda l’estensione della platea del bonus sociale bollette, con la soglia Isee che viene alzata a 25mila euro e un meccanismo che assicurerà più risorse ai più vulnerabili. Quindi aiuti per le imprese energivore e per le Pmi, con tagli agli oneri di sistema. “Le risorse – ha chiarito in conferenza dopo il Cdm il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti – vengono dalla Cassa servizi energetici e ambientali”. In questo modo si eviterà di ricorrere a maggiore indebitamento e deficit.

Nel dettaglio, l’accordo per le famiglie prevede l’estensione della soglia Isee del bonus sociale dagli attuali 9.530 euro a 25mila euro. Attraverso un meccanismo a scaglioni, inoltre, le fasce Isee più basse riceveranno un aiuto più consistente: chi non va oltre i 9.530 euro di Isee riceverà il bonus attualmente in vigore più quello nuovo, mentre dai 9.530 a 25 mila si otterrà solo il nuovo contributo. Il bonus sarà di 200 euro per tutti a valere sulle bollette del prossimo trimestre, di 500 euro per i nuclei fino a 9.530 euro Isee. Per il mercato libero è stato invece prorogato di due anni l’obbligo per i vulnerabili di passare al mercato libero ed è previsto l’obbligo di trasparenza per i gestori.

In un video pubblicato subito dopo il Cdm, Meloni ha salutato il decreto con favore: “Con questo intervento le famiglie con reddito fino a 25mila euro di Isee, quindi la stragrande maggioranza, potranno contare nel prossimo trimestre su un sostegno di circa 200 euro se ne faranno richiesta. È un contributo che salirà fino a 500 euro per chi ha già i requisiti per il bonus sociale quindi i nuclei fino a 9.530 euro”. La premier si dice soddisfatta anche per le risorse alle imprese: “Così assicuriamo una riduzione delle prossime bollette che si aggira intorno al 20%”. Soddisfatto anche il resto dell’esecutivo, a partire dai due vicepremier.

“Risultato importante ottenuto grazie all’impegno della Lega e del ministro Giorgetti”, sostiene Matteo Salvini. Mentre Antonio Tajani sottolinea “la determinazione” con cui il governo ha affrontato il caro energia. “Tre miliardi di misura strutturale, non effimere mancette”, dice il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci. “Risposta concreta per famiglie e imprese”, aggiunge il ministro per gli Affari europei, le politiche di coesione e il Pnrr, Tommaso Foti. Replicano le opposizioni, che lamentano misure poco corpose. Per il Pd si tratta di propaganda meloniana: “Tre milioni sono pochi, la premier prende in giro il Paese”. Mentre il M5S parla di “mancetta contro uno tsunami, questa è l’ennesima presa in giro”. Anche +Europa sul piede di guerra, per il segretario Riccardo Magi “il decreto assomiglia ad uno spot elettorale e non affronta i temi strutturali”.

Calano prezzi legna e pellet: risparmi del 40-50% su caldaie a gas o a gasolio

Col gas e le bollette in salita, conviene scaldarsi con legna e pellet. O almeno così indicano i prezzi delle biomasse legnose, ormai più stabili ed economici dopo l’impennata del 2022. Secondo le ultime rilevazioni di Aiel – Associazione Italiana Energie Agroforestali- le quotazioni per legna da ardere, pellet e cippato restano competitivi nonostante il persistente caos del mercato energetico, soprattutto per il metano.

Il dato più interessante riguarda la legna da ardere, che resta uno dei combustibili più economici per il riscaldamento. Secondo Aiel, il costo per produrre 1 MWh di energia con legna secca (con un contenuto idrico compreso tra il 20% e il 25%) è di 64 euro, il 46% in meno rispetto al metano e il 56% in meno rispetto al gasolio. Riscaldare una casa di dimensioni medie per tutta la stagione termica con la legna da ardere comporta una spesa di circa 640 euro, contro i 1.200 euro per il metano e i 1.480 euro per il gasolio. In molte aree non metanizzate d’Italia, l’uso della legna diventa non solo una scelta obbligata, ma anche una soluzione economicamente vantaggiosa.

Anche il pellet, nella versione certificata ENplus di classe A1, conferma la sua competitività, con un prezzo medio di 5,4 euro per sacco da 15 kg, che segna un risparmio rispetto all’anno precedente. Il costo per produrre 1 MWh con il pellet si attesta sui 76 euro, il 40% in meno rispetto al gas naturale e il 54% in meno rispetto al gasolio. Il pellet continua a rappresentare una scelta ideale per utenze residenziali e piccole imprese, grazie alla possibilità di un rifornimento programmato, anche nella versione sfusa.

Il cippato, infine, si conferma la fonte energetica più vantaggiosa, con prezzi che sono rimasti stabili anche durante la crisi del 2022 e che in alcuni casi sono ancora in calo rispetto all’anno precedente. Il costo medio per la classe di qualità A1 si aggira intorno ai 40 euro/MWh, con una riduzione del 20% per la classe B1, che ha registrato un prezzo di circa 20 euro/MWh. Il cippato è una soluzione particolarmente interessante per edifici bifamiliari e attività produttive, dove la presenza di un deposito ampio per lo stoccaggio è un requisito fondamentale.

“Le ultima rilevazioni di Aiel confermano il ruolo centrale del riscaldamento a biomassa nella lotta alla povertà energetica e nella riduzione della dipendenza dai combustibili fossili – spiega Annalisa Paniz, direttrice generale di Aiel –. Come Associazione invitiamo i cittadini a consultare gli strumenti di calcolo disponibili online sul portale energiadallegno.it per confrontare i costi delle diverse fonti di riscaldamento. Inoltre, sottolineo ancora una volta l’importanza di scegliere sempre biocombustibili certificati e generatori a basse emissioni: non tutti lo sanno, ma oggi sostituire impianti vecchi e obsoleti con apparecchi moderni che garantiscono anche un importante risparmio economico è più facile grazie al supporto dell’incentivo nazionale Conto Termico e a bandi regionali dedicati”.

Bollette, Pichetto: “Su nuovo dl per ora no elementi concreti. Cambiare meccanismo Ttf”

Sulle bollette il governo continua a lavorare per trovare una soluzione che allevi il peso dei rincari da famiglie e imprese. Il nuovo provvedimento, annunciato la settimana scorsa dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in Senato non ha ancora visto la luce e difficilmente sarà in Consiglio dei ministri domani. Anzi, per la verità potrebbe non essere pronto nemmeno per la prossima.

Il testo è il più classico dei work in progress, come spiega il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica. “Si sta lavorando, in questo momento non ci sono ancora elementi concreti”, dice Gilberto Pichetto. Sottolineando che il monitoraggio è a 360 gradi: “Stiamo osservando tutto, anche rispetto a ciò che sta accadendo sul gas: quando hai un’oscillazione di 7 euro a Megawattora ogni 3 giorni bisogna avere i fari bene accesi”, avverte.

Per l’esecutivo la situazione va comunque affrontata a livello europeo, se l’obiettivo è quello di avere risultati duraturi. “Si può agire sul gas o sulle bollette, ma visto che il gas pesa per il 70% sulle bollette, questo è uno degli elementi” su cui intervenire. Nel mirino c’è il Ttf di Amsterdam, quella che, semplificando, viene indicata come la ‘Borsa’ europea del gas. Il ragionamento di Pichetto parte dai dati dello scorso anno: “Nel 2024 il gas ha prodotto il 40% dell’energia elettrica, ma il famoso meccanismo europeo determina il prezzo sul peggior impianto e nel momento più critico. Ecco qual è il guaio: questo ‘accoppiamento’ ci è stato molto utile quando il gas era a 10, 12 o 15 euro, adesso invece ci sta tornando addosso come un boomerang”.

Dunque, il problema “non è risolvibile solo dicendo ‘ci metto i miliardi’. È tutta una questione di trattative, trovare i meccanismi rispetto al sistema elettrico che è molto interconnesso, dunque senza correre esageratamente il rischio di metterci i soldi e pagare l’energia agli altri”, mette in luce il responsabile del Mase. Che non si sbottona su una riduzione degli oneri di sistema per abbassare il costo delle bollette: “Sono comunque da pagare, ma questa è una domanda da fare a Giorgetti, non a me”.

In attesa del decreto, le opposizioni tornano ad attaccare. Matteo Renzi ripesca un vecchio post di Giorgia Meloni del 2022, quando criticò aspramente le misure del governo Draghi proprio per alleggerire il peso delle bollette. La premier, ai tempi in cui era capo dell’opposizione, scriveva: “Caro Bollette, aumento dei prezzi, famiglie e attività allo stremo. Problemi che denunciamo da mesi e sui quali il governo non è stato capace di intervenire. La guerra in Ucraina non sia la scappatoia dell’Esecutivo per fingere che i problemi nascano oggi. Hanno fallito”. Il leader di Iv commenta, fingendo volutamente che quelle parole siano attuali: “Giorgia Meloni per una volta dice la verità sul Governo. Sulle Bollette hanno fallito e non è colpa della Guerra. Viva la sincerità”.

Il Movimento Cinquestelle decide di protestare con un flash-mob organizzato da deputati e senatori, con il leader, Giuseppe Conte, davanti Palazzo Chigi. “Bollette alle stelle, caro-vita, salari bassi, produzione industriale in calo consecutivo da 23 mesi. Mentre chiudono ospedali e asili nido. E Giorgia Meloni che fa? Tace, scappando da ogni responsabilità. Gli italiani aspettano risposte subito”, accusa il presidente del M5S. Azione, invece, rimprovera al governo di contraddirsi, dando parere agli ordini del giorno del partito di Carlo Calenda sulla riduzione dei costi dell’energia: “Pubblicamente dichiara di impegnarsi sul tema, mentre al Senato è stato approvato un atto di indirizzo”, dice il capogruppo alla Camera, Matteo Richetti. Nel frattempo i numeri sono negativi. Un’analisi condotta da Facile.it evidenzia che nel 2024, sulla base dei consumi dichiarati di oltre 770mila utenze, “tra luce e gas, lo scorso anno gli italiani hanno pagato, mediamente, 2.130 euro”.

Caldaie a gas in quasi tutte le diocesi. Parte progetto Cei-Enea per risparmi energetici

In diocesi non si spreca nulla, neanche l’energia. A breve, una piattaforma aiuterà a identificare consumi e sprechi delle strutture ecclesiastiche, per realizzare un piano di interventi in grado di produrre risparmi economici, migliorare e valorizzare le architetture.

Il progetto ‘Energie per la Casa Comune‘, ispirato all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, coinvolge per il momento 10 diocesi italiane, con l’obiettivo di promuovere una cultura della sostenibilità.

Nel dettaglio, nella prima fase del progetto sono stati analizzati 34 edifici fra scuole, laboratori, oratori, centri congresso, edifici residenziali, asili e piscine, per una superficie totale di 67.100 metri quadrati, mentre la superficie totale riscaldata è di 57.100 metri quadrati. L’analisi ha evidenziato che il 79% degli edifici è riscaldato con caldaie a gas naturale. I consumi energetici complessivi corrispondono a 4.100 MWh l’anno, equivalenti al consumo di energia elettrica di circa 1.520 famiglie.
Le principali esigenze di riqualificazione riguardano l’isolamento termico dell’involucro edilizio (71%), sostituzione generatore di calore (47%), riqualificazione del sistema di illuminazione (56%), pannelli solari termici per l’acqua calda sanitaria (24%), installazione di impianti fotovoltaici (74%).

Il progetto si inserisce nella campagna nazionale di informazione e formazione ‘Italia in Classe A‘, ideata dal ministero dell’Ambiente e attuata da Enea, con il supporto della Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali e la collaborazione della Conferenza Episcopale Italiana. Presto saranno coinvolti centri ecclesiastici dislocati su tutto il territorio nazionale.

Un “esempio virtuoso” di collaborazione tra istituzioni per il perseguimento di un obiettivo di interesse collettivo che guarda ai valori della solidarietà, della coesione e del bene comune, rivendica il ministro Gilberto Pichetto, che ricorda come ENEA, RENAEL e Cei siano già “preziosissimi partner” del Mase nella diffusione delle Comunità Energetiche Rinnovabili. “Nella ricerca di equilibrio tra etica e tecnologia, tra progresso e rispetto per la tradizione – spiega – questo progetto è un esempio di buone pratiche da seguire e diffondere, un messaggio di speranza e una chiamata all’azione per il bene del nostro ambiente che condividiamo e dobbiamo custodire come la nostra Casa Comune”.

Enea, fa sapere il direttore generale Giorgio Graditi, è impegnata su molti fronti per una transizione energetica “equa e sostenibile, che deve passare necessariamente attraverso un confronto e azioni comuni“. Quella dello sviluppo sostenibile, dell’attenzione agli stili di vita e alla conversione ecologica è “una strada che la Chiesa in Italia ha intrapreso con decisione e consapevolezza, a partire dalle indicazioni emerse dalla Settimana Sociale di Taranto e con la costituzione del Tavolo Tecnico sulle Comunità Energetiche Rinnovabili della Segreteria Generale”, sottolinea l’economo della Cei, don Claudio Francesconi. “Rispondendo alle sollecitazioni contenute nella Laudato si’ e agli appelli di Papa Francesco sul debito ecologico – aggiunge – abbiamo avviato un processo, a livello nazionale e territoriale, che è ormai irreversibile e indispensabile per le comunità: non ci si può pensare se non insieme e non si può ragionare considerando solo il presente e il contingente“.

Con questo percorso, si dimostra come il lavoro sul territorio, di prossimità, sia la “chiave di volta” per realizzare un futuro energetico sostenibile, per il presidente di Renael Piergabriele Andreoli, che si dice “fiero” di aver dimostrato attraverso ‘Energie per la Casa Comune’ come uno dei patrimoni immobiliari più importanti d’Italia possa diventare un “driver culturale per promuovere l’efficienza energetica e favorire un atteggiamento di maggiore attenzione verso l’efficientamento energetico di questi immobili”.

Fukushima

Clima, il Giappone punta a ridurre le emissioni del 60% entro il 2035 rispetto al 2013

Il Giappone si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del 60% entro il 2035 rispetto al 2013, nell’ambito di un piano climatico con obiettivi ambiziosi, accompagnato da una revisione della strategia energetica. La quarta economia mondiale, ancora molto dipendente dai combustibili fossili e accusata di avere il mix energetico più inquinante tra le potenze del G7, si è già posta l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050.

L’impegno annunciato oggi fa parte del nuovo “contributo determinato a livello nazionale” (NDC) che Tokyo, come tutti i Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, avrebbe dovuto presentare all’Onu entro il 10 febbraio. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo dieci dei quasi 200 paesi interessati lo hanno fatto in tempo.

L’obiettivo deve essere raggiunto nel corso dell’esercizio finanziario giapponese 2035, che si concluderà alla fine di marzo 2036. L’arcipelago mira inoltre a ridurre le proprie emissioni del 73% entro il 2040, sempre rispetto al 2013, ha precisato il Ministero giapponese dell’Ambiente. “Questi ambiziosi obiettivi sono in linea con l’obiettivo globale” previsto dall’Accordo di Parigi, che mira a limitare il riscaldamento globale a meno di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, e rientrano nella prospettiva della “neutralità carbonica”, ha sottolineato il ministero.

Nel suo precedente contributo nazionale presentato all’Onu nel marzo 2020, il Giappone si era impegnato a ridurre le proprie emissioni solo del 26% entro il 2030, suscitando aspre critiche da parte di Ong ed esperti del clima. Di conseguenza, un piano più ambizioso, presentato nell’ottobre 2021, ha fissato un obiettivo di riduzione del 46% entro il 2030 rispetto al 2013.

Il nuovo obiettivo “è una grande opportunità mancata per mostrare al mondo la leadership del Giappone nella lotta contro il cambiamento climatico”, ha spiegato all’AFP Masayoshi Iyoda, responsabile per il Giappone dell’Ong ambientalista 350.org. “Gli scienziati hanno avvertito che il Giappone deve ridurre le sue emissioni dell’81% entro il 2035 per allinearsi all’ obiettivo di 1,5 °C. Il primo ministro Shigeru Ishiba ha ceduto alle pressioni dell’industria, che deve molto agli interessi dei combustibili fossili”, si è rammaricato, denunciando “un grave fallimento per una transizione verso un futuro di energia rinnovabile giusto ed equo”.

Le sfide per il Giappone sono enormi. Nel 2023, quasi il 70% del suo fabbisogno di elettricità era soddisfatto da centrali termiche a carbone e idrocarburi. Le importazioni di combustibili fossili, pari al 23% delle importazioni totali del Giappone, costano al Paese l’equivalente di circa 470 milioni di dollari al giorno, secondo i dati doganali giapponesi per il 2024. Per porre rimedio a questa situazione, il governo di Shigeru Ishiba ha annunciato a metà dicembre un progetto preliminare volto a rendere le energie rinnovabili la prima fonte di elettricità del paese entro il 2040, aumentando al contempo il ricorso al nucleare.

Tanto più che Tokyo punta a un aumento del 10-20% della produzione di elettricità del Paese entro il 2040, rispetto al 2023, a fronte di una domanda crescente legata in particolare all’intelligenza artificiale (IA) e alla produzione di semiconduttori. Questo ‘Piano strategico energetico’ è stato perfezionato e dettagliato martedì. Entro il 2040, secondo gli obiettivi adottati, le centrali termiche dovranno rappresentare solo tra il 30 e il 40% del mix elettrico giapponese. Al contrario, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità sarà aumentata fino a raggiungere il 40-50%, rispetto al solo 23% nel 2023. L’obiettivo precedentemente fissato era del 38%. Il contributo del solare al mix elettrico dovrebbe salire al 23-29% entro il 2040, quello dell’eolico al 4-8% e quello dell’idroelettrico all’8-10%, secondo le fasce dettagliate.

Inoltre, il nucleare dovrebbe rappresentare il 20% della produzione elettrica entro il 2040, più o meno l’obiettivo già fissato per il 2030, ma al di sotto del 30% che il nucleare civile rappresentava prima del 2011. Quattordici anni dopo la catastrofe di Fukushima, il Giappone vuole che l’energia nucleare svolga un ruolo importante nel soddisfare il crescente fabbisogno energetico. Il governo aveva chiuso tutte le centrali nucleari dell’arcipelago dopo questa tripla catastrofe (terremoto, tsunami, incidente nucleare) ma le ha gradualmente rimesse in funzione, nonostante le proteste, e prevede che tutti i suoi reattori esistenti saranno attivi entro il 2040.

Cannucce, lampadine e soffioni della doccia: la crociata di Trump per tornare al passato

Fornelli a gas, manopole per doccia, lampadine a incandescenza, cannucce di plastica… Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha nel mirino le norme ambientali che riguardano molti oggetti di uso quotidiano, con il leitmotiv: “Era meglio prima”. Martedì, ad esempio, ha ordinato al suo governo di “tornare immediatamente” alle norme del suo primo mandato su “lavandini, docce, servizi igienici, lavatrici, lavastoviglie”. Il miliardario 78enne si lamenta da molti anni dei soffioni doccia che, secondo lui, hanno una portata d’acqua troppo bassa. “Se siete come me, non potete lavare bene i vostri bei capelli”, aveva detto nel 2020.

Durante il suo primo mandato, la sua amministrazione aveva emanato norme per consentire ai soffioni doccia di utilizzare più acqua, poi revocate dal suo successore Joe Biden. Negli ultimi anni, Donald Trump ha anche fatto campagna sull’idea che i democratici volessero vietare i fornelli a gas o le auto a combustione interna, e ne aveva fatto una questione di libertà di scelta per gli americani. Si oppone spesso anche alle lampadine a LED, che hanno gradualmente sostituito quelle a incandescenza nell’ultimo decennio. “Non sono una persona vanitosa”, aveva dichiarato nel 2019, “ma ho un aspetto migliore sotto una lampada a incandescenza invece che sotto queste luci da pazzi”. Con le nuove lampadine, “sembro sempre arancione”, aveva scherzato il presidente americano. Da qui l’annuncio di martedì di voler firmare un decreto per tornare agli “standard di buon senso sulle lampadine”.

Per Andrew deLaski dell’associazione Asap, le preoccupazioni di Donald Trump “sembrano obsolete”. “Oggi esiste una vasta gamma di prodotti moderni ed efficienti che sono tra quelli che funzionano meglio”, ha dichiarato il responsabile esecutivo di questa organizzazione che si batte per gli standard di efficienza energetica dei prodotti di uso quotidiano. Asap sottolinea, ad esempio, che le lampadine a LED “limitano i costi energetici per le famiglie e le imprese e riducono l’inquinamento”. Allo stesso modo, “gli standard sui soffioni doccia fanno risparmiare denaro ai consumatori sulle bollette dell’acqua e dell’elettricità e aiutano a proteggere l’ambiente”.

Ma la crociata del settantenne presidente, noto scettico del clima, sembra meno legata a ragionamenti ecologici o economici che a un attaccamento malinconico agli oggetti del passato. Dal suo clamoroso ingresso sulla scena politica americana nel 2015, il miliardario usa la nostalgia come una potente arma elettorale. “Donald Trump sembra capire – e forse è lui stesso sensibile a – queste spinte nostalgiche”, ritiene Spencer Goidel, professore di scienze politiche all’Università di Auburn (Alabama). Il ricercatore, che ha studiato la questione della nostalgia in politica, fa un parallelo con i gusti musicali. “La maggior parte degli americani pensa che il periodo migliore nella musica sia stato quello in cui erano giovani adulti”, dice, ricordando le canzoni migliori e dimenticando quelle cattive. “Nella società è la stessa cosa: i grandi uomini e le grandi donne della storia sono immortalati; gli uomini e le donne mediocri (a volte corrotti o incompetenti) sono dimenticati”. Non sorprende quindi che i responsabili politici si approprino del sentimento nostalgico, perché “elaborare un messaggio orientato al futuro è difficile”, sottolinea Spencer Goidel. “È molto più facile invocare un ritorno” alle cose di un tempo, aggiunge il ricercatore.

Lo slogan preferito di Donald Trump, “Make America Great Again”, vuole essere un richiamo al passato, volendo “restituire la grandezza all’America”. Se, secondo Spencer Goidel, “la nostalgia non è intrinsecamente democratica o repubblicana”, il suo lavoro condotto con altri ricercatori mostra che il sentimento è più “associato ad atteggiamenti razzisti e sessisti, a uno stato d’animo autoritario e a un voto repubblicano”. E secondo la sua ricerca, le persone che mostrano forti sentimenti nostalgici tendono maggiormente a “sostenere un uomo forte che infrange le leggi e disgrega le istituzioni”.

La Cina riprende a costruire le centrali a carbone: a rischio obiettivi climatici

Lo scorso anno la Cina ha avviato la costruzione di centrali termiche a carbone che rappresentano la più grande capacità combinata dal 2015, il che mette in dubbio il suo obiettivo di raggiungere il picco di emissioni di carbonio nel 2030. Pechino ha iniziato la costruzione di unità combinate con una capacità di 94,5 gigawatt (GW) nel 2024, pari al 93% del totale mondiale, secondo quanto riportato in un rapporto dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita (Crea), con sede in Finlandia, e dall’organizzazione americana Global Energy Monitor (GEM).

La seconda economia mondiale è il principale emettitore di gas serra, all’origine del cambiamento climatico, ma è anche all’avanguardia nel settore delle energie rinnovabili. Nel 2024 ha aggiunto 356 GW di nuova capacità eolica e solare, ovvero 4,5 volte di più dell’Unione Europea, secondo i dati ufficiali. Se il carbone è stato una fonte di energia essenziale in Cina per decenni, l’esplosiva crescita delle sue capacità eoliche e solari negli ultimi anni ha fatto sperare che il Paese possa abbandonare questo combustibile fossile altamente inquinante. La Cina ha annunciato di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060.

“La rapida espansione delle energie rinnovabili in Cina ha il potenziale per rimodellare il suo sistema elettrico, ma questa opportunità è compromessa dalla contemporanea espansione su larga scala dell’energia derivata dal carbone”, ammette tuttavia Qi Qin, autore principale del rapporto. Questo aumento si verifica nonostante l’impegno assunto dal presidente cinese Xi Jinping nel 2021 di “controllare rigorosamente” i progetti di centrali a carbone e l’aumento del consumo di carbone prima di “ridurlo gradualmente” tra il 2026 e il 2030.
La produzione di carbone è aumentata costantemente negli ultimi anni, passando da 3,9 miliardi di tonnellate nel 2020 a 4,8 miliardi di tonnellate nel 2024. “In assenza di urgenti cambiamenti politici, la Cina rischia di rafforzare un modello di energia aggiuntiva piuttosto che di transizione, limitando così il pieno potenziale del suo boom nel settore dell’energia pulita”, afferma il rapporto.

Le nuove autorizzazioni per progetti di centrali a carbone sono diminuite dell’83% nella prima metà del 2024, infondendo ottimismo per il ritmo della transizione energetica in Cina. Ma da allora la tendenza si è invertita. A novembre, un gruppo di esperti del Crea e del think tank australiano International Society for Energy Transition (ISETS) stimava al 52% che il consumo di carbone cinese avrebbe raggiunto il picco nel 2025.

Ma l’elettricità prodotta dal carbone è aumentata alla fine del 2024, nonostante un aumento delle capacità di energia rinnovabile sufficienti in linea di principio a coprire la crescita della domanda di elettricità. Questa evoluzione suggerisce che l’energia derivata dal carbone è preferita rispetto alle fonti rinnovabili in alcune regioni, secondo il rapporto.

Energia, avviata posa primo cavo sottomarino Tyrrhenian Link: opera pronta dal 2028

Un passo avanti per garantire la sicurezza energetica del Paese. A Fiumetorto, nel territorio di Termini Imerese, nel Palermitano, ha preso il via la posa del primo cavo sottomarino del ramo est dell’impianto Tyrrhenian Link, che collegherà Sicilia e Campania con due linee elettriche sottomarine in corrente continua a 500 kV, per un totale di 970 km di cavo e una capacità di trasporto di 1.000 MW per ciascuna tratta.

Si tratta di uno degli investimenti più importanti previsti dal piano industriale di Terna, che per l’opera ha stanziato 3,7 miliardi di euro e avrà anche un ramo ovest tra la Sicilia e la Sardegna. Il Tyrrhenian Link, peraltro, risponde alle esigenze previste dal nuovo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima per alimentare il percorso di decarbonizzazione dell’Italia. Grazie all’infrastruttura, infatti, potrà essere incrementata la capacità di trasporto, favorendo così la transizione energetica, migliorando la sicurezza, l’adeguatezza e la flessibilità della rete elettrica di trasmissione nazionale.

Da un punto di vista industriale, poi, l’opera mette insieme due eccellenze del nostro Paese, perché la società guidata da Giuseppina di Foggia, lavorerà a stretto contatto con la Prysmian, azienda leader globale nel settore dei sistemi in cavo per l’energia e le telecomunicazioni, che avrà il compito di portare a termine la posa del cavo sottomarino lungo la tratta che va da Termini Imerese a Battipaglia, in provincia di Salerno. Passaggio che avverrà grazie all’ausilio della nave Leonardo da Vinci. Sarà una installazione da record per Prysmian, perché per la prima volta un cavo Hvdc verrà posato a una profondità di 2.150 metri, fissando nuovi standard di mercato.

Il ramo est del Tyrrhenian Link, inoltre, può contare sul finanziamento di 500 milioni di euro, che rientrano nel RePowerEu, il capitolo aggiuntivo del Pnrr dedicato proprio all’energia. Sul progetto sono puntate molte delle fiches dell’Europa, al punto che proprio un anno fa Terna siglò con la Banca europea per gli investimenti un contratto per l’ultima tranche del finanziamento da 1,9 miliardi di euro, destinato a supportare la costruzione e la messa in esercizio del collegamento. L’opera sarà operativa nel 2028, con l’entrata in servizio del primo polo del ramo est prevista per il 2026.