Draghi all’Ue: “Abbiamo forza di risposta, ma dobbiamo agire come un unico Stato”

Sprona l’Unione europea ad agire, e velocemente, e i Ventisette a muoversi come un solo Stato, perché “non c’è alternativa“. Ruota attorno a un perno preciso il discorso al Parlamento europeo, a Bruxelles, dell’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi: l’unità. “Se uniti, saremo all’altezza della sfida e avremo successo“, conclude il suo discorso.

Il ritmo dei progressi nell’intelligenza artificiale“, che sono rapidi e avvengono per la maggior parte “fuori dall’Europa“; “i prezzi del gas naturale” che “rimangono altamente volatili”; “l’ascesa della Cina” cui si aggiungono le “tariffe da parte della nuova amministrazione Usa”; la vulnerabilità del “nostro sistema di difesa, dove la frammentazione della capacità industriale lungo linee nazionali impedisce la scala necessaria“. I punti fragili emersi da quando il rapporto Draghi sulla competitività è stato pubblicato sono molteplici. “Ma il senso di urgenza di intraprendere il cambiamento radicale che il rapporto sosteneva è diventato ancora più forte“, precisa agli eurodeputati e ai rappresentanti dei Parlamenti nazionali riuniti per la settimana parlamentare europea. In tale contesto, dunque, per l’ex presidente della Banca centrale europea “è sempre più chiaro che dobbiamo agire sempre di più come se fossimo un unico stato” e la risposta deve essere “commisurata alla portata delle sfide” e “focalizzata sui settori che guideranno un’ulteriore crescita“.

Dunque, l’Ue deve creare le condizioni “affinché le aziende innovative crescano in Europa” e “ciò significa abbattere le barriere interne, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sul capitale azionario“. E l’Ue deve “abbassare i prezzi dell’energia“, un “imperativo non solo per le industrie tradizionali, ma anche per le tecnologie avanzate“. Ciò significa riforma del mercato energetico; trasparenza molto maggiore nel commercio di energia; uso più esteso di contratti energetici a lungo termine e acquisti a lungo termine di gas naturale, massicci investimenti in reti e interconnessioni; un’installazione più rapida delle energie rinnovabili; investimenti nella generazione di base pulita e soluzioni flessibili. “Allo stesso tempo, dobbiamo garantire parità di condizioni per il nostro innovativo settore delle tecnologie pulite in modo che possa beneficiare delle opportunità della transizione“, osserva. Mentre sull’automotive specifica che “non si può forzare lo stop ai motori a combustione e, allo stesso tempo, non imporre, con la stessa forza, l’installazione di sistemi di ricarica e non creare le interconnessioni per farlo“.

Draghi promuove la Bussola della Competitività della Commissione – i suoi obiettivi sono “pienamente in linea con le raccomandazioni del rapporto” – ma sottolinea che “ora è importante che alla Commissione venga fornito tutto il supporto necessario” perché “le esigenze di finanziamento sono enormi” e “quella di 750-800 miliardi di euro all’anno è una stima prudente“. Perciò “dobbiamo emettere debito comune e deve essere per definizione sovranazionale“. Un punto su cui l’ex premier non ha dubbi. Così come non ne ha sul welfare: “Per avere una maggiore crescita della produttività, non è necessario distruggere il modello di welfare sociale“.

Su tutto, però, serve volontà politica. “A una riunione dell’Ecofin, tempo fa, ho detto: Dite no al debito comune, dite no al mercato unico, dite no alla creazione dell’unità del mercato dei capitali. Non potete dire di no a tutto”. Di cosa sia meglio fare “non ho idea. Ma fate qualcosa“, incalza.

Commercio, l’andamento di import ed export Ue nel 2024

Le prime stime del saldo commerciale dell’area dell’euro hanno mostrato un surplus di 15,5 miliardi di euro negli scambi di beni con il resto del mondo a dicembre 2024, rispetto ai +16,4 miliardi di euro di dicembre 2023. Le esportazioni di beni dell’area dell’euro verso il resto del mondo a dicembre 2024 sono state di 226,5 miliardi di euro, con un aumento del 3,1% rispetto a dicembre 2023 (219,7 miliardi di euro). Le importazioni dal resto del mondo sono state di 211 miliardi di euro, con un aumento del 3,8% rispetto a dicembre 2023 (203,3 miliardi di euro). Sono i dati di Eurostat, l’Ufficio statistico europeo. Nell’infografica INTERATTIVA di GEA sono prese in considerazione le variazioni percentuali mese per mese di import ed export, del 2024 sul 2023.
Tajani

Dazi, Ue risponderà ma è aperta a dialogo con Usa. Tajani: “Noi buoni ambasciatori”

L’Unione europea risponderà ai dazi del presidente Usa, Donald Trump. Da giorni e a più livelli, Bruxelles sta sostenendo la stessa posizione e l’ultima a puntellarla è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che da Monaco, dal palco della Conferenza sulla Sicurezza, ha scandito: “Le guerre commerciali e tariffe punitive non hanno senso”. Un concetto ribadito anche dal vice premier, Antonio Tajani. In partenza per Monaco, il ministro degli Affari esteri ha evidenziato che “le guerre commerciali non portano vantaggio a nessuno” e che l’Italia, “in cui il 40% del Pil viene dall’export”, non ha “alcun interesse che ci siano”. Anzi, “dobbiamo scongiurarle”, ha aggiunto. “Vedremo il da farsi” e “tutte le decisioni le prenderemo come Unione europea”. Ma rimanendo aperti al dialogo con Washington e, qui, l’Italia può fare da ponte tra le due sponde dell’Atlantico: “È ovvio che bisogna trattare come Europa. Noi possiamo essere dei buoni ambasciatori dell’Ue”, ha affermato.

La volontà di dialogo c’è. A Monaco, von der Leyen ha osservato che “le tariffe agiscono come una tassa, stimolano l’inflazione” e “i più colpiti sono inevitabilmente i lavoratori, le aziende, i redditi bassi e le classi medie su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Inoltre, “le tariffe possono rapidamente influenzare le catene di fornitura transatlantiche essenziali”. A tutto ciò, che per l’Ue “non è un buon affare”, Bruxelles risponderà. Siamo uno dei mercati più grandi del mondo. Useremo i nostri strumenti per salvaguardare la nostra sicurezza economica e i nostri interessi e proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i consumatori a ogni svolta”, ha dichiarato la presidente della Commissione. Ma, “naturalmente, siamo pronti a trovare accordi che funzionino per tutti per lavorare insieme per renderci reciprocamente più prosperi e sicuri”, ha evidenziato.

E sul piano del dialogo si registra qualche movimento. Nella conferenza stampa quotidiana dell’esecutivo Ue, il portavoce al Commercio, Olof Gill, ha precisato che, “senza entrare nei dettagli di ciò che sarà o meno incluso nell’ambito dei colloqui tra l’Ue e gli Usa per trovare soluzioni ad alcune delle questioni commerciali”, ciò che si può dire è che “i contatti sono in corso: ci sono stati questa settimana a livello di responsabili politici e l’intenzione è di continuare a farlo nei giorni e nelle settimane a venire per trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose”.

Un dialogo che appare complesso. L’Ue – che “mantiene alcune delle tariffe più basse al mondo” e ha “oltre il 70% delle importazioni che entrano a tariffa zero” nel suo mercato unico – considera la politica di Trump “un passo nella direzione sbagliata” e “non vede alcuna giustificazione per l’aumento delle tariffe statunitensi alle esportazioni” europee. Nella dichiarazione ufficiale di venerdì mattina l’esecutivo Ue ricorda che “per decenni l’Ue ha lavorato con partner commerciali come gli Stati Uniti per ridurre le tariffe e altre barriere commerciali in tutto il mondo, rafforzando questa apertura attraverso impegni vincolanti nel sistema commerciale basato su regole, impegni che gli Stati Uniti stanno ora minando”. Nelle righe ufficiali, Palazzo Berlaymont non fa accenno al dialogo, ma piuttosto specifica che “l’Ue reagirà fermamente e immediatamente”. Ma, prima ancora che ai dazi, sembra che Bruxelles si trovi a dover rispondere a una pratica politica ed economica che dice di non comprendere. Ed è da questo punto di partenza che dovrà dialogare.

Von der leyen

Von der Leyen: “Spese militari fuori dal patto di stabilità”. Crosetto: “Vittoria italiana”

Più spese per la difesa in Europa. Ursula von der Leyen propone di attivare la clausola di salvaguardia generale dal Patto di Stabilità, proprio come è accaduto negli anni del Covid, per permettere ai Paesi membri di avere più spazio di manovra per le proprie risorse. Un’autorizzazione ad aumentare il debito e sopravvivere in un momento eccezionale di crisi.

Una proposta analoga per affrontare gli investimenti green e non considerarli ai fini del debito è stata però respinta in passato. In altre parole: flessibilità concessa sulle armi, non sulla maxi-sfida della transizione. “Credo che ora siamo in un periodo di crisi che giustifica un approccio simile”, spiega la presidente della Commissione europea da Monaco di Baviera, assicurando che questo aumento di spesa dei singoli Stati sulla difesa sarà “controllato e condizionale”. Per un massiccio pacchetto, a ogni modo, servirà un “approccio europeo nel definire le nostre priorità di investimento“, sottolinea von der Leyen che, nella stessa ottica, promette un lavoro più intenso per accelerare il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione. “Abbiamo già fatto progressi significativi, ma ora è di nuovo il momento di spostare le montagne”, chiosa.

Bene l’approccio per il governo Meloni. L’Europa dovrà “essere protagonista” nel processo di pace in Ucraina, mette in chiaro Antonio Tajani, precisando che l’Unione “dovrà fare ancora di più per quanto riguarda la difesa”. Bisognerà, per l’esecutivo di Roma, aumentare la spesa a livello comunitario, ma anche a livello italiano per rispettare gli impegni con la Nato. L’obiettivo minimo è il 2%, ma, sottolinea il ministro degli Esteri, “sappiamo bene che la Nato poi chiederà ancora di più”. Von der Leyen sta “recependo le nostre proposte”, rivendica.

Di “grande vittoria politica e diplomatica dell’Italia e del governo Meloni” parla Guido Crosetto, che confessa: “L’annuncio della presidente von der Leyen è sempre stata una mia vera ossessione, la necessità di scorporare le spese della difesa dal Patto di Stabilità che impone, alla Ue, e da decenni, rigide regole e vincoli di bilancio per gli Stati che ne sono membri”. Sin dall’inizio del suo mandato, ricorda il ministero della Difesa, Crosetto ha sostenuto la necessità di escludere dal Patto di Stabilità gli investimenti in sicurezza e impedire che possano intaccare o indebolire le spese dei singoli Stati in salute, istruzione, welfare. E’ un primo passo, ma non basta, avverte il titolare della Difesa. L’Italia è “pronta a fare la sua parte”, garantisce, per un’Europa “più sicura e autorevole, ma anche più salda nei suoi principi democratici e di benessere collettivo per i suoi cittadini, nel nostro continente come nel mondo”.

Lo scorporo degli investimenti in Difesa, indica Palazzo Chigi, dovrà essere seguito anche dall’istituzione di strumenti finanziari comuni. “Il Governo italiano è pronto a lavorare costruttivamente con le istituzioni europee e con gli altri Stati membri per raggiungere insieme questi importanti obiettivi, a partire dalla prossima presentazione del Libro bianco della difesa dell’Ue”.

autostrade

Il nodo delle multe nel dialogo Ue sulle auto: i produttori chiedono flessibilità e gradualità target

Il Dialogo strategico sul futuro dell’automotive, lanciato il 30 gennaio dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, entra nel vivo. Mercoledì e giovedì ci saranno due incontri con il settore: il primo è quello del commissario europeo al Clima, Wopke Hoekstra, sul gruppo di lavoro tematico ‘Transizione pulita e decarbonizzazione’, il secondo è quello della vice presidente per i Diritti sociali e le competenze, Roxana Mînzatu. La prossima settimana toccherà, poi, ai vicepresidenti della Commissione europea, Henna Virkkunen, per la Sovranità tecnologica e Stéphane Séjourné, per la Strategia industriale. Una tabella di marcia serrata, dunque, verso il 5 marzo quando il commissario ai Trasporti sostenibili, Apostolos Tzitzikostas, presenterà – su incarico di von der Leyen – il Piano d’azione globale per l’automotive.

Il nodo ora è sulle multe per i produttori che non dovessero rispettare i target di riduzione della Co2 per il 2025: per le automobili di 93,6 g Co2/km tra il 2025 e il 2029 e di 49,5 g Co2/km tra il 2030 e il 2034; per i furgoni di 153,9 g Co2/km tra il 2025 e il 2029 e di 90,6 g Co2/km tra il 2030 e il 2034, verso l’obiettivo del 2035 di emissione di Co2 per l’intera flotta Ue di 0 g Co2/km. L’Acea, l’associazione dei costruttori europei di automobili, ha sottolineato l’urgenza di trovare una “soluzione rapida” al rischio di una diffusa non conformità dei produttori ai nuovi requisiti di Co2 per il 2025 e, potenzialmente per il 2026, che farebbe scattare delle sanzioni, già da quest’anno, stimate in 16 miliardi di euro.

Secondo il settore, ci sono due possibilità. La prima riguarda l’introduzione di una fase graduale che prevede il 90% dei veicoli conformi ai target per il 2025 e il 95% per il 2026. Si tratterebbe di un un meccanismo “già utilizzato in passato – spiega una nota dell’Acea – per consentire una transizione più fluida al successivo periodo di conformità” e che vincolerebbe la Commissione Ue a riaprire il regolamento delle emissioni di Co2 con la revisione già prevista per il 2026. La seconda ipotesi è l’introduzione di un meccanismo di conformità media per il 2025-2029 per garantire “un calcolo flessibile” del rispetto dei target “che rifletta lo sviluppo del mercato e le possibili fluttuazioni e mantenga i requisiti di riduzione complessivi per gli anni dal 2025 al 2029“, spiega Acea. A quanto si apprende a Bruxelles, poi, un altro tema sul tavolo è il ruolo delle auto a tecnologia ibrida plug-in, magari come soluzione ponte da qui al 2035 anche se, secondo alcune indiscrezioni della settimana scorsa di Der Spiegel, la loro vendita post-2035 potrebbe essere presa in considerazione dall’Ue per aiutare il mercato nella transizione.

Infine, va ricordato che, a inizio gennaio, sono state presentate alla Commissione europea due dichiarazioni di intenti a formare ‘pool’ aperti tra case automobilistiche. E’ la possibilità che il regolamento Ue dà alle aziende di raggrupparsi così da essere considerate “alla stregua di un unico costruttore ai fini dell’adempimento dei loro obblighi” sul taglio delle emissioni. Un meccanismo che produce, nei fatti, una sorta di compensazione interna al gruppo tra chi rispetta pienamente i target di riduzione e di vendita di auto elettriche e chi meno, evitando le multe, e un lavoro collettivo per arrivare agli obiettivi. Entrambe le dichiarazioni di intenti – la prima con Tesla capofila e 16 produttori; la seconda con 5 marchi e presentata da Mercedes Benz AG – riguardano il 2025 e le aziende hanno tempo fino al 31 dicembre 2025 per formalizzare i pool.

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Allarme Onu: 95% Paesi ritardano consegna piani su obiettivi climatici

Quasi 200 paesi in tutto il mondo hanno avuto tempo fino ad oggi per presentare all’Onu la loro nuova tabella di marcia sul clima. Ma quasi tutti hanno saltato l’appuntamento, alimentando il timore di un ‘attendismo’ delle principali economie nella loro lotta contro il cambiamento climatico dopo il ritorno di Donald Trump. Secondo un database delle Nazioni Unite, solo 10 firmatari dell’accordo di Parigi hanno presentato le loro strategie aggiornate per ridurre i gas serra entro il 2035 entro la scadenza del 10 febbraio.

Di fatto, mentre il Regno Unito, la Svizzera e il Brasile (che ospiterà la COP30 a novembre) hanno presentato i loro piani, altri mancano all’appello, e non ultimi: Cina, India e Unione Europea, ad esempio. Quanto al piano presentato dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden, è probabile che resti lettera morta, vista la rielezione di Donald Trump, che ha annunciato un nuovo ritiro del suo Paese dall’accordo di Parigi. Questo ritiro è “chiaramente una battuta d’arresto” per la diplomazia climatica e potrebbe spiegare l’atteggiamento attendista di altri paesi, afferma Ebony Holland del think tank International Institute for Environment and Development (IIED). “Sono chiaramente in corso importanti cambiamenti geopolitici che si stanno rivelando complicati per la cooperazione internazionale, soprattutto su grandi questioni come il cambiamento climatico“, ha osservato.

L’accordo di Parigi impone ai firmatari di rivedere regolarmente i propri impegni di decarbonizzazione, denominati “contributi determinati a livello nazionale” (NDC nel gergo delle Nazioni Unite). Questi testi spiegano nel dettaglio, ad esempio, come un paese intende procedere per sviluppare energie rinnovabili o abbandonare il carbone. Tali strategie mirano a riflettere la quota che ciascun Paese sta assumendo per contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C e a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C rispetto all’era preindustriale. Per raggiungere questo obiettivo, le emissioni globali, che non sono ancora in calo, devono essere dimezzate entro il 2030.

Tuttavia, secondo l’Onu, le precedenti tabelle di marcia stanno portando il mondo, già più caldo di 1,3°C, verso un riscaldamento catastrofico compreso tra 2,6°C e 2,8°C. A questo livello, le ondate di calore, la siccità e le precipitazioni estreme, già in aumento, diventeranno estreme, accompagnate da un aumento delle estinzioni delle specie e da un innalzamento irreversibile dei livelli del mare. Il ritardo nella presentazione degli Ndc, i cui obiettivi non sono giuridicamente vincolanti, non comporta alcuna sanzione. Anche l’ONU sui cambiamenti climatici ha riconosciuto queste scadenze: il suo segretario esecutivo Simon Stiell, che descrive gli NDC come “i documenti di politica pubblica più importanti del secolo“, ha ritenuto “ragionevole prendersi un po’ più di tempo per garantire che questi piani siano della massima qualità“.

Secondo un funzionario delle Nazioni Unite, più di 170 paesi hanno dichiarato che intendono presentare i loro piani quest’anno, la maggior parte dei quali prima della COP30. “Al più tardi, il team della segreteria avrebbe dovuto riceverli entro settembre“, ha aggiunto il segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), durante un discorso pronunciato in Brasile. Alcuni paesi devono chiarire la loro visione, riconosce Linda Kalcher, direttrice esecutiva del think tank europeo Strategic Perspectives. Ma “ciò che preoccupa è che se troppi paesi restano indietro, si potrebbe dare l’impressione che non abbiano la volontà di agire“, teme.

Oltre al ritorno di Donald Trump, i leader di molti Paesi sono alle prese con l’inflazione, il debito o l’avvicinarsi di elezioni importanti, come in Germania. Anche l’Unione Europea si trova ad affrontare l’ascesa di partiti di estrema destra ostili alle politiche sul clima. Tuttavia, il blocco dei 27 paesi intende presentare la propria tabella di marcia “ben prima” della COP30 e intende continuare a essere “una voce preminente per l’azione internazionale sul clima“, ha assicurato un portavoce. Per quanto riguarda la Cina, il più grande inquinatore al mondo e il più grande investitore nelle energie rinnovabili, si prevede che quest’anno presenterà il suo attesissimo piano. Finora, secondo Climate Action Tracker, che critica gli ultimi aggiornamenti provenienti da Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Svizzera, poche strategie si sono rivelate all’altezza. Secondo questo gruppo di ricerca, solo il Regno Unito se la cava bene.

Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

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La Commissione Ue lancia la Bussola della competitività: innovazione, green e semplificazione

Tre aree principali di azione – innovazione, decarbonizzazione e sicurezza – e cinque abilitatori orizzontali – semplificazione, eliminazione delle barriere nel Mercato unico, finanziamenti, competenze, coordinamento. Sono gli elementi su cui la Commissione europea, provando a raccogliere il contenuto del rapporto dall’ex premier Mario Draghi, ha incentrato la Bussola della Competitività, presentata oggi a Bruxelles dalla presidente Ursula von der Leyen.

INNOVAZIONE. Il primo pilastro ha l’obiettivo di colmare il divario di innovazione. Qui, la Commissione proporrà iniziative ‘AI Gigafactories’ e ‘Apply AI’ per guidare lo sviluppo e l’adozione industriale dell’Intelligenza artificiale e presenterà piani d’azione per materiali avanzati, tecnologie quantistiche, biotecnologiche, robotiche e spaziali. A questo si aggiungono una strategia Ue per le start-up e le scale-up e un 28esimo regime giuridico, al posto dei 27 nazionali, per semplificare le norme per le aziende.

DECARBONIZZAZIONE. La seconda area è una tabella di marcia comune per la decarbonizzazione e la competitività, dove il ruolo centrale è giocato dai prezzi dell’energia. Rientrano in questo capitolo il prossimo Clean Industrial Deal, per definire un approccio alla decarbonizzazione basato sulla competitività; un Piano per l’energia accessibile (Affordable Energy Action Plan) per calmierare i costi dell’energia; e l’Industrial Decarbonisation Accelerator Act per estendere i permessi accelerati ai settori in transizione. Inoltre, ci saranno piani d’azione su misura per i settori ad alta intensità energetica, come acciaio, metalli e prodotti chimici.

RIDUZIONE DELLE DIPENDENZE. Terzo pilastro, la riduzione delle dipendenze eccessive e l’aumento della sicurezza per l’Ue, attraverso “partnership efficaci” per il commercio e gli investimenti puliti per aiutare a garantire la fornitura di materie prime, energia pulita, carburanti per il trasporto sostenibili e tecnologie pulite da tutto il mondo. Qui rientra la revisione delle norme sugli appalti pubblici, per introdurre una preferenza europea.

SEMPLIFICAZIONE, COMPETENZE E FINANZIAMENTI. I tre pilastri vengono completati da cinque abilitatori orizzontali. Il primo è quello della semplificazione, che mira ad alleggerire la rendicontazione sulla sostenibilità, la due diligence e la tassonomia. L’obiettivo è il taglio di almeno il 25% gli oneri amministrativi per le aziende e di almeno il 35% per le Pmi, per un risparmio di 37,5 miliardi di euro di costi ricorrenti fino alla fine del mandato. Il secondo punto riguarda l’abbassamento e l’eliminazione delle barriere nel Mercato unico europeo mentre i finanziamenti sono il terzo. Bruxelles presenterà un’Unione europea del risparmio e degli investimenti per creare nuovi prodotti di risparmio e investimento. Il quarto elemento è la promozione delle competenze e di posti di lavoro di qualità con un’iniziativa per costruire un’Unione delle competenze incentrata su investimenti, apprendimento degli adulti e permanente, creazione e mantenimento delle competenze. A concludere, il quinto punto riguarda il miglior coordinamento delle politiche a livello Ue e nazionale. A tal proposito la Commissione introdurrà uno strumento di coordinamento della competitività, che collaborerà con gli Stati per garantire l’attuazione a livello Ue e nazionale di obiettivi politici Ue condivisi, identificare progetti transfrontalieri di interesse europeo e perseguire riforme e investimenti correlati. Inoltre, nel prossimo quadro finanziario pluriennale, un Fondo per la competitività sostituirà i diversi strumenti finanziari Ue esistenti con obiettivi simili, per sostenere l’attuazione delle misure nello strumento di coordinamento della competitività.

Due diligence e report di sostenibilità: Parigi chiede la sospensione delle direttive Ue

Stop alla direttiva sulla due diligence e a quella relativa alla ‘contabilità verde‘, volta ad armonizzare il modo in cui le aziende pubblicano i report di sostenibilità. La richiesta all’Ue arriva dalla Francia che, attraverso il ministro delegato per l’Europa, Benjamin Haddad, invoca “più semplificazione e meno burocrazia” e si fa portavoce di molte aziende europee “ansiose” di recuperare urgentemente un livello sufficiente di competitività di fronte alla Cina e agli Stati Uniti di Donald Trump. Altri Paesi, tra cui la Germania, chiedono un analogo alleggerimento normativo. La Commissione dovrebbe presentare misure in tal senso alla fine di febbraio, come promesso dalla presidente, Ursula von der Leyen, questa settimana a Davos.

A metà aprile dello scorso anno, il Parlamento europeo ha adottato un testo molto ambizioso che impone la due diligence ai produttori. L’obiettivo è quello di richiedere alle aziende di prevenire, identificare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani e sociali (lavoro minorile, lavoro forzato, sicurezza, ecc.) e ai danni ambientali, come deforestazione e inquinamento. Un “dovere di diligenza” che deve essere applicato a tutta la supply chain, quindi fornitori, subappaltatori e filiali. In base a questa direttiva, le aziende che non la rispettano saranno ritenute responsabili e dovranno risarcire interamente le vittime. In una nota congiunta, l’Associazione francese delle aziende private e il Deutsches Aktieninstitut, il suo equivalente tedesco, hanno chiesto l’“adattamento” e la “semplificazione” di diverse misure verdi di fronte all’“intensificarsi della concorrenza globale”.

Il secondo testo nel mirino di Parigi riguarda la “contabilità verde”, che mira ad armonizzare il modo in cui le aziende pubblicano i loro dati di sostenibilità (ambientale, sociale e di governance) in tutta Europa. È stato adottato durante la precedente legislatura europea sulla scia del Green Deal, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050, ma ha subito un attacco frontale da parte degli ambienti economici europei, ansiosi di recuperare con urgenza una sufficiente competitività di fronte agli Stati Uniti e alla Cina.

Mercoledì, la portavoce del governo francese Sophie Primas si è unita ai numerosi attori economici europei che attaccano la direttiva, denunciata come un peso per la competitività delle imprese. “Credo che l’Unione europea nel suo complesso si sia resa conto di essersi spinta un po’ troppo in là”, ha dichiarato la portavoce del governo francese, descrivendo la direttiva come un ‘inferno’ per le imprese. Il ministro francese per l’Europa, Benjamin Haddad, ha dichiarato che sarà “a Bruxelles questa settimana per far passare questo messaggio”. Lunedì Stéphane Séjourné, vicepresidente della Commissione europea con delega alla strategia industriale, ha dichiarato in un’intervista a France Inter che la direttiva CSRD “abolirà la rendicontazione” e ha confermato l’avvio, il 26 febbraio, di una “massiccia opera di semplificazione” nell’Ue. Tuttavia, le decisioni su questi temi sono ancora in discussione.

La decisione della Francia è stata fortemente criticata a sinistra e dalle Ong. Attaccare queste due direttive “significa distruggere l’unica legislazione europea concepita per stabilire le regole della globalizzazione”, spiega l’eurodeputata Manon Aubry. Co-presidente del gruppo della sinistra radicale, aveva condotto i negoziati sulla due diligence. “Con questa posizione, il governo francese fa un vero passo indietro rispetto alle sue ambizioni climatiche”, attacca Olivier Guérin di Reclaim Finance.

Von der Leyen lancia Fondo globale su transizione verde: “Più progetti e investimenti”

Mantenere lo slancio sulla transizione verso l’energia pulita, realizzare progetti di punta e sbloccare più investimenti. Sono gli obiettivi del nuovo Forum globale per la transizione green lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen insieme  al Direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol. “Alla COP28, il mondo si è unito dietro gli obiettivi di triplicare l’energia rinnovabile e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030. La scadenza si avvicina rapidamente”, ha spiegato dal palco del World Economic Forum in corso a Davos. In generale, per von der Leyen, sull’energia pulita “non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente. Si tratta anche di aumentare la produzione. Ogni regione deve essere in grado di produrre le tecnologie di cui ha bisogno”. Quindi si tratta di costruire reti, o aggiornarne 25 milioni di chilometri entro il 2030, di sviluppare la capacità di tenere accese le luci se il vento non soffia o il sole non splende. “Tutto questo richiede investimenti massicci e nessuna azienda, nessun paese e nessuna regione può farlo da sola. Dobbiamo lavorare insieme e dobbiamo agire ora”. Ed è per questo che è nato il Forum globale sulla transizione energetica.

Il Forum riunisce partner da tutto il mondo, dal Brasile, Canada e Repubblica Democratica del Congo, al Kenya, Perù, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e molti altri, nonché aziende e investitori, con 3 obiettivi principali: in primo luogo, sostenere lo slancio dell’accordo energetico globale. “Questi obiettivi energetici globali devono trovare la loro strada nella prossima ondata di contributi determinati a livello nazionale, i famosi NDC – ha spiegato von der Leyen -. Dobbiamo trasformare le promesse collettive in progressi misurabili”. In Europa, ha ricordato, è stato aumentato l’ obiettivo di energia rinnovabile per il 2030 a oltre il 42%. Oggi siamo al 23%, quindi “ci aspetta molto lavoro buono e duro”.

Secondo obiettivo: trasformare tutto questo ​​progetti molto concreti. Ecco perché, sotto la guida della COP30 brasiliana, il Forum si concentrerà su iniziative di punta, ad esempio progetti che portano energia alle comunità svantaggiate o progetti che danno il via a nuove industrie pulite e aumentano l’energia pulita a livello globale. E infine, il Global Energy Transition Forum dovrebbe aiutare a sbloccare più investimenti. “Se vogliamo essere più veloci, abbiamo bisogno di più investimenti”, ha ribadito la presidente europea dicendosi “contenta” che il Regno Unito stia guidando questo cambiamento. L’Europa “intende mantenere la sua strada sull’energia pulita ed è pronta a lavorare con chi è interessato ad accelerare la transizione”. Anche perché, “è evidente che la transizione verso l’energia pulita sta avvenendo, e ci resterà”.

Solo l’anno scorso, la spesa globale per l’energia pulita ha raggiunto un record di 2 trilioni di dollari per ogni dollaro investito in combustibili fossili, mentre 2 dollari sono stati investiti in energia rinnovabile e nel settore energetico. Gli investimenti in energia pulita superano di 10 a 1 i combustibili fossili. Tutto questo non è solo una buona notizia per il pianeta, ha ricordato von der Leyen, ma “è anche una buona notizia per l’innovazione. È una buona notizia per l’indipendenza energetica”, è un bene “per la competitività economica” e, in ultimo, “riduce le bollette energetiche, quindi è un bene per le famiglie e le aziende“. Tuttavia, in questo percorso “nessuno può essere lasciato indietro“. Per questo, nel suo discorso, la presidente von der Leyen ha anche sottolineato la necessità di uno sforzo collettivo per aumentare la produzione di energia rinnovabile in Africa. “Nonostante detenga il 60% delle migliori risorse solari del mondo e punti ad aumentare la sua capacità di energia rinnovabile di cinque volte entro il 2030, il continente riceve attualmente meno del 2% degli investimenti globali in energia pulita“, ha ricordato.