Stellantis lancia 500 ibrida a Mirafiori. Filosa ed Elkann: “Avanti con governo per rivedere regole Ue”

La produzione è iniziata a metà novembre, con l’obiettivo di raggiungere oltre 6.000 unità entro fine 2025 – con un impatto annuale, a regime, di 100mila – e garantire le prime consegne a gennaio 2026, ma soprattutto la nuova Fiat 500 ibrida è un’auto “pratica, ecologica, sicura, confortevole, versatile e accessibile”, che “risponde alla richiesta del mercato”, non ancora “pronto” a un futuro tutto elettrico. John Elkann, presidente di Stellantis, in occasione di un evento a Mirafiori per il lancio della storica vettura Fiat – ma con motore ibrido – torna a chiarire la posizione del gruppo, che è la stessa dell’intero comparto del Vecchio Continente: le regole europee “sono sbagliate”, cioè “non sono adeguate allo scopo per cui sono state scritte: una transizione efficace e sostenibile da un punto di vista sociale ed economico che i cittadini europei possano abbracciare”. Ecco allora che la city car può rappresentare il rilancio, non solo del gruppo, ma anche di un intero settore, perché la 500 ibrida, spiega il ceo di Stellantis, Antonio Filosa, è “il prodotto di cui l’Europa ha bisogno per ringiovanire il suo parco auto, fatto da 150 milioni di autovetture (quasi il 60% del totale), che hanno più di 10 anni, quindi più inquinanti”.

Perché il nuovo modello ha chiaramente ambizioni continentali e, come dice Elkann, è il segnale “del nostro impegno come Stellantis nei confronti dell’Europa produttrice”. Il 10 dicembre la Commissione europea deciderà sulla revisione degli standard sulle emissioni di CO2 nel settore dell’automotive. E su questo punto, come ricorda a margine dell’evento di Mirafiori, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, c’è una “forte convergenza” tra tutti gli attori sociali, dall’Acea all’associazione della componentistica, dai concessionari ai sindacati, fino ai produttori, Stellantis in primis. “Mi auguro che questa posizione forte e significativa riformista trovi riscontro nella Commissione europea”, spiega il titolare del Mimit, che incassa i ringraziamenti di Elkann e Filosa. Il governo italiano “è stato ed è in prima linea nel sollecitare l’Europa a trovare modi sensati e pragmatici per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che tutti concordiamo essere importanti, ma allo stesso tempo sostenere un ritorno alla crescita di cui l’Europa ha tanto bisogno. Ci è voluto coraggio per farlo, e vi siamo grati per la leadership che avete dimostrato”, dice il ceo del gruppo.

La risalita del gruppo a livello europeo sta dando segnali positivi: a ottobre Stellantis ha immatricolato in Europa (Unione Europea, Regno Unito e Paesi Efta) 157.350 auto, il 4,6% in più dello stesso mese del 2024.

La nuova 500 ibrida rappresenta anche il rilancio di Torino. Per far fronte alle necessità di produzione, da marzo 2026 sarà introdotto un secondo turno. Le assunzioni sono già state 400, come parte di un’iniziativa di ricambio generazionale che il gruppo sta portando avanti in Italia: altri 120 nuovi ingressi nel polo ingegneristico, sempre a Mirafiori, e 120 ad Atessa, dove vengono prodotti veicoli commerciali. “Naturalmente si tratta di un primo passo, ma è un esempio tangibile del nostro impegno qui in Italia”, assicura Filosa, secondo il quale “il rilancio di Mirafiori e la produzione della 500 Hybrid sono la dimostrazione concreta della volontà di Stellantis di investire in Italia e nelle sue eccellenze”. Insomma, avanti con il Piano Italia, “dando priorità alla competitività e alla sostenibilità industriale”.

Piano che, per Urso, sta andando nella giusta direzione, secondo le tempistiche concordate nel tavolo costituito dal ministero. Tanto che la 500 ibrida, “è un segnale di netta inversione di tendenza nei confronti di un’Italia che torna a innovare, a essere competitiva, a guardare con fiducia al futuro, a produrre e ad assumere, quindi a tutelare anche il lavoro”.

Soddisfatto anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, secondo cui “quello di oggi è anche un punto d’arrivo perché non è che tutto questo è arrivato gratis: è arrivato grazie all’ impegno, grazie al rischio, grazie al lavoro, grazie a un confronto serrato con l’azienda e con i sindacati”.

Più prudenti i sindacati. “Chiediamo” che questa “sia l’occasione per superare la cassa integrazione, garantendo una piena ricollocazione di tutti i lavoratori ancora interessati da ammortizzatori sociali”, dicono Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm responsabile del settore auto, e Luigi Paone, segretario generale della Uilm Torino. Per Antonio Spera, segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, “partendo da questo modello, è fondamentale ampliare la gamma di auto prodotte in Italia e incrementare i volumi produttivi anche negli altri stabilimenti italiani, sia di carrozzeria sia di meccanica. Solo così si potrà garantire una reale prospettiva di sviluppo e occupazione per tutto il comparto”.

Ucraina, commercio e terre rare: al via summit Ue-Africa in Angola. C’è anche Meloni

(Photo copyright: Palazzo Chigi)

I leader africani ed europei si riuniscono da oggi in Angola per approfondire le loro relazioni commerciali, discutere di migrazioni e minerali strategici, in occasione di un vertice in cui il piano americano per l’Ucraina sarà oggetto di nuove consultazioni tra gli europei. A margine del vertice e sulla scia di quello delle grandi economie del G20 tenutosi questo fine settimana in Sudafrica, infatti, i leader – tra cui la premier Giorgia Meloni – proseguiranno le loro consultazioni sul piano Usa.
Questa mattina è previsto un incontro sull’argomento a Luanda, su invito del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, per fare il punto sui colloqui in corso a Ginevra tra i responsabili americani, ucraini ed europei. Il vertice, settimo incontro di questo tipo, segna i 25 anni di relazioni tra l’Unione africana e l’Ue.

L’Europa rimane il principale partner commerciale dell’Africa: secondo Bruxelles, gli scambi di beni e servizi hanno raggiunto i 467 miliardi di euro nel 2023. Ma gli europei hanno subito delle battute d’arresto, talvolta alimentate dal risentimento verso il sanguinoso passato delle ex potenze coloniali e dalla concorrenza della Cina, i cui grandi progetti infrastrutturali sono ben accetti nel continente. La Russia, dal canto suo, ha approfittato della perdita di influenza della Francia nel suo ex feudo per diventare il partner di sicurezza di diversi paesi.

Anche gli Stati del Golfo e la Turchia hanno ampliato la loro presenza, offrendo alle nazioni africane maggiori opportunità commerciali e, di conseguenza, un maggiore potere negoziale nei confronti dell’Ue, spiega Geert Laporte dell’Ecdpm, un gruppo di riflessione europeo. “Non siamo più nella situazione in cui l’Europa era l’unico partner”, osserva. Le capitali dell’Ue devono ora proporre un’offerta “sufficientemente allettante da battere” la concorrenza.

Questo richiede investimenti in infrastrutture, energia e progetti industriali che generino occupazione e crescita economica in Africa, lontano dalla percezione talvolta negativa lasciata sul continente dai precedenti vertici: belle intenzioni ma pochi fatti concreti. E il Piano Mattei italiano, sposato dall’Ue, dovrebbe andare proprio in questa direzione.

“L’Africa non cerca nuove dichiarazioni, ma impegni credibili e realizzabili”, riassume il portavoce dell’UA, Nuur Mohamud Sheekh. I capi di Stato e di governo discuteranno dei mezzi per frenare l’immigrazione illegale verso l’Europa, un tema che negli ultimi anni ha alimentato il discorso e i guadagni elettorali di molti partiti di estrema destra nel Vecchio Continente.

All’ordine del giorno ci saranno anche le questioni di sicurezza e un’iniziativa diplomatica per dare all’Africa una voce più forte negli organismi di governance globale come il Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Banca mondiale. Si discuterà anche del rafforzamento degli scambi commerciali, in un contesto di dazi doganali imposti dagli Stati Uniti ai membri dei due blocchi. L’Ue dovrebbe offrire la propria esperienza per aiutare a sviluppare il commercio intracontinentale africano, che attualmente rappresenta solo un modesto 15% del commercio continentale totale, secondo i diplomatici intervistati dall’AFP. Cercherà inoltre di garantire l’approvvigionamento di minerali strategici necessari alla sua transizione ecologica e di ridurre la sua dipendenza dalla Cina per le terre rare essenziali per le tecnologie e i prodotti elettronici. Alcuni progetti saranno inclusi nel Global Gateway, un vasto piano infrastrutturale volto a contrastare la crescente influenza della Cina a livello mondiale. “La credibilità dell’Europa dipende ora dalla sua capacità di sostenere la realizzazione di progetti che creano valore in Africa, e non solo dalla visibilità per Bruxelles”, analizza Ikemesit Effiong, della società di consulenza SBM Intelligence in Nigeria.

 

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Oggi Connact Industry & Market 2025: nuova rotta su sostenibilità e competitività industriale

Sostenibilità e competitività industriale sono le parole chiave per lo sviluppo e il rafforzamento del mercato interno in Italia e nell’Ue, in un contesto globale caratterizzato da incertezze, conflitti e tensioni commerciali. Si discuterà di questo e delle linee guida tracciate dal Clean Industrial Deal e dalla Single Market Strategy della Commissione Europea durante il nuovo evento di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Parlamento europeo e sostenuto dai più alti patrocini istituzionali, si terrà a Roma mercoledì 19 novembre presso lo spazio Europa Experience. A Connact Industry & Market 2025 autorevoli rappresentanti delle istituzioni chiamate a dare concretezza normativa ai documenti strategici europei si confronteranno con le più rappresentative aziende e organizzazioni di categoria sulle problematiche da risolvere e le soluzioni da adottare la risposta UE alle sfide globali, con il rafforzamento del Mercato Unito e del commercio estero.

Dopo i saluti istituzionali di Carlo Corazza, Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e Claudio Casini, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione UE, interverranno alla tavola rotonda l’Eurodeputato Brando Benifei, membro della Commissione per il Commercio Internazionale (INTA), della Commissione per gli Affari Costituzionali (AFCO), della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), e della Commissione giuridica (JURI); l’Eurodeputato Stefano Cavedagna, Vicepresidente della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (EUDS) e membro della IMCO e della Commissione per l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare (ENVI); l’Eurodeputata Isabella Tovaglieri, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia ITRE), della INTA, della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (AGRI) e della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea (HOUS); Luca Squeri, Deputato e Segretario della Commissione Attività produttive; Gianfrancesco Romeo, Dirigente generale Consumatori e Mercato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT); Gabriele Scabbia, membro del Dipartimento Politiche per le Imprese del MIMIT; Salvatore D’Acunto, Capo unità della Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI GROW E.2 della Commissione UE; Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese; Carmelo Di Marco, Vice Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato; e infine Paolo Fantoni, Vicepresidente Vicario di FederlegnoArredo e Presidente di Assopannelli.

Modera l’incontro Vittorio Oreggia, Direttore di GEA – Green Economy Agency. L’evento è realizzato da Connact in collaborazione con l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono Confartigianato Imprese, Consiglio Nazionale del Notariato e FederlegnoArredo.

Appello a Europa di Confindustria-Medef-Bdi: “Siamo troppo indietro, rischiamo declino”

Italia, Francia e Germania insieme, per far correre l’Europa più forte. Le tre associazioni degli industriali (Confindustria, Medef e Bdi) si danno appuntamento a Roma per il settimo Forum Trilaterale e firmano una dichiarazione congiunta che è un appello urgente a Bruxelles: “Si rischia il declino industriale”, denunciano.

Con i presidenti Emanuele Orsini, Peter Leibinger e Patrick Martin, nella Capitale, tra le corsie di Santo Spirito in Sassia, arriva anche Stéphane Séjourné. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea promette, presto, decisioni strategiche, su auto, chimica e acciaio: “Dovremo prenderle nelle prossime settimane”, afferma. Dall’inizio del mandato, la Commissione europea ha cambiato radicalmente il suo approccio, ricorda: “Stiamo integrando l’industria ovunque, ci siamo allontanati da questo approccio a compartimenti stagni, stiamo organizzando un dialogo continuo”. La politica di decarbonizzazione, ma anche l’occupazione, la concorrenza e tutte le politiche commerciali estere, rivendica il vicepresidente, “vengono ora esaminate alla luce delle sfide che il settore industriale si trova ad affrontare”.

“Oggi l’Europa si trova a un bivio. Il mondo sta cambiando e l’Europa non può restare a guardare”, si legge nel testo sottoscritto dalle organizzazioni. “Ora più che mai, deve affermare la propria indipendenza, proteggere la sicurezza comune e assumere la leadership nello sviluppo delle tecnologie essenziali per i propri interessi strategici”. Gli imprenditori delle prime tre economie dell’Unione europea ritengono sia giunto il momento di riconoscere che l’Europa sta “seriamente rimanendo indietro e che il rischio di declino e deindustrializzazione è oggi più alto che mai”. Gli industriali si richiamano ai Rapporti Draghi e Letta per chiedere che si compia un passo avanti decisivo, per rafforzare la resilienza e l’autonomia strategica del continente, colmare il divario di competitività nelle principali catene del valore e promuovere la ricerca e l’innovazione. Per invertire la rotta, le tre organizzazioni individuano sei priorità: semplificare le regole e completare il mercato unico; fare della decarbonizzazione un motore di competitività; rafforzare la sovranità tecnologica; costruire un bilancio orientato alla crescita; pensare a una strategia per le scienze della vita; investire nell’autonomia strategica con la difesa e lo spazio. Nel documento conclusivo, le tre organizzazioni avvertono che, senza una politica industriale forte, l’Europa rischia di perdere influenza, sicurezza e benessere. In collaborazione con BusinessEurope, si impegnano a promuovere una visione di Europa industrialmente solida, digitalmente autonoma e sostenibile. “La competitività deve diventare la bussola di ogni politica, regolamentazione e investimento europeo”, è l’appello finale degli imprenditori francesi, tedeschi e italiani.

Quelli appena trascorsi, sono stati tre giorni di incontri “molto importanti”, sottolinea Orsini parlando con i cronisti. Il presidente degli industriali italiani lamenta una mancanza di proattività nelle istituzioni comunitarie: “Purtroppo un’Europa che non fa è un’Europa che non serve e lo dico da europeista convinto”, confessa. Il vero problema, per Orsini, è che i tempi dell’industria non sono sincroni con i tempi dell’Europa e il rischio di una deindustrializzazione europea a favore della competitività di altri continenti come la Cina e gli Stati Uniti è “molto forte”. Quindi, insiste: “Abbiamo bisogno di azioni vere, forti e subito”.

Per l’industria francese la priorità è “lavorare insieme”, fa eco Fabrice Le Saché, vicepresidente di Medef. Ricorda che Parigi, Roma e Berlino insieme valgono il 60% del Pil europeo e rivendica la possibilità di ‘guidare’ il vecchio Continente a tre sui dossier più caldi che coinvolgono l’industria. “Siamo 27 Paesi, se dobbiamo sempre avere discussioni molto lunghe non si va avanti”, ribadisce, precisando che “la cosa più importante è che Confindustria, Medef e BDI oggi abbiano deciso lavorare di più insieme a Bruxelles e Strasburgo, perché se vanno d’accordo l’Europa avanza molto più velocemente”. RIB

Decarbonizzazione e competitività: la sfida dell’acciaio green sbarca a Ecomondo

(Photo copyright: AFP)

Oltre 300 mila persone impiegate – ma 2,6 milioni di posti di lavoro tra diretti e indiretti – 500 siti di produzione in 22 Stati membri e un contributo al Pil del continente pari a 80 miliardi di euro: l’Ue è il terzo produttore mondiale di acciaio, ma la situazione non è delle più rosee. A pesare – e molto – è la situazione geopolitica e commerciale internazionale, a cui i dazi hanno dato il colpo di grazia, ma anche la necessità di rendere il settore sempre più sostenibile, in linea con il Green Deal.

LA STRATEGIA EUROPEA. All’inizio di ottobre la Commissione europea ha lanciato la sua strategia per sostenere la siderurgia, che combina misure protezionistiche e un piano d’azione per la decarbonizzazione e la competitività, con l’obiettivo di proteggere l’industria dell’acciaio europea dalla concorrenza globale e sostenere la sua transizione verde.

In un decennio, infatti, da un surplus di 11 milioni di tonnellate, l’Ue è passata a un deficit di 10 milioni di tonnellate. La produzione è in calo, con una perdita di 65 milioni di tonnellate dal 2007 – oltre 30 milioni dal 2018 – e la quantità attuale ammonta a 126 milioni di tonnellate, ma l’utilizzo della capacità produttiva è solo del 67%, ben al di sotto del sano parametro di riferimento dell’80% e dei livelli di redditività. Numeri che si ripercuotono innanzitutto sulle persone, con 18 mila posti di lavoro persi solo nel 2024, quasi 100mila posti di lavoro diretti dal 2008 (circa il 25% della sua forza lavoro) e la chiusura o la riduzione della capacità installata in numerosi stabilimenti in molti Stati membri dell’Unione, mentre “altre economie stanno espandendo rapidamente i loro settori siderurgici”, come spiega la Commissione. E la crisi globale della sovraccapacità sta raggiungendo livelli critici, dato che “si prevede che 602 milioni di tonnellate nel 2024 saliranno a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, cinque volte la domanda annuale dell’Ue.

In questo quadro arriva il piano Ue che – in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e stilato insieme a sindacati e industria – ha lo scopo di “salvare le nostre acciaierie e i nostri posti di lavoro in Europa”. Tecnicamente, la misura andrà a sostituire la ‘clausola di salvaguardia’ introdotta dall’Ue nel 2019 per aiutare i produttori europei, che il 30 giugno 2026. E prevede “una riduzione del 47% del contingente di importazione esente da dazi, da 33 milioni di tonnellate a 18,3 milioni di tonnellate; l’introduzione di un dazio proibitivo del 50% per le importazioni fuori quota; saranno coperte le importazioni da tutti i paesi terzi, ad eccezione dei nostri partner See; gli importatori dovranno invece dichiarare dove l’acciaio è stato fuso e colato”.

LA DECARBONIZZAZIONE DEL SETTORE. Il settore siderurgico ha un forte impatto ambientale. Secondo i dati Ispra, le emissioni di CO2 derivanti da questo tipo di industria decrescono del 68,3% dal 1990 al 2020, ma proprio nell’anno della pandemia sono diminuite del 18,55% rispetto all’anno precedente. Con il ‘Piano d’azione della Commissione per garantire un’industria siderurgica e metallurgica competitiva e decarbonizzata in Europa’ si punta alla riduzione dei rischi della decarbonizzazione: il futuro Industrial Decarbonisation Accelerator Act introdurrà criteri di resilienza e sostenibilità per i prodotti europei negli appalti pubblici, al fine di stimolare la domanda di metalli a basse emissioni di carbonio prodotti nell’UE, creando mercati guida. La Commissione stanzierà 150 milioni di euro attraverso il Fondo di ricerca per il carbone e l’acciaio nel 2026-27 , con ulteriori 600 milioni di euro tramite Horizon Europe destinati al Clean Industrial Deal. Nella fase di ampliamento, la Commissione punta a 100 miliardi di euro attraverso la Banca per la decarbonizzazione industriale, attingendo al Fondo per l’innovazione e ad altre fonti, con un’asta pilota da 1 miliardo di euro nel 2025 incentrata sulla decarbonizzazione e l’elettrificazione dei processi industriali chiave.

Inoltre, la Commissione europea prevede di stabilire obiettivi per l’acciaio e l’alluminio riciclati in settori chiave e di valutare se un numero maggiore di prodotti, come i materiali da costruzione e l’elettronica, debba essere soggetto a requisiti di riciclaggio o di contenuto riciclato. Inoltre, la Commissione prenderà in considerazione misure commerciali sui rottami metallici, “un input essenziale per l’acciaio decarbonizzato, per garantire una sufficiente disponibilità di rottami”.

LA SITUAZIONE ITALIANA. Anche la situazione italiana non è delle più semplici. La produzione di acciaio green e a basse emissioni rappresenta una sfida cruciale per la siderurgia italiana ed europea, che l’Ue si è posta l’obiettivo di raggiungere entro il 2050. Per le aziende della filiera questo significa affrontare numerose sfide, che richiedono analisi e approfondimenti per comprendere come affrontare con successo la strada della transizione verde. Nonostante le incertezze, gli alti costi dell’energia e il tema dell’ex Ilva, il settore italiano cresce. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, conferma a Repubblica che a fine 2024, “il settore siderurgico allargato ha fatto registrare un fatturato complessivo di 42 miliardi. Di questi, 18,5 sono riconducibili alla produzione di acciaio (ex Ilva esclusa), salgono a 29 miliardi se si tiene conto dei laminati”. L’ipotesi è di chiudere il 2025 “con un più 3-4% di produzione rispetto al 2024, vale a dire 700-800mila tonnellate in più: passeremo da 20 a 21 milioni di tonnellate. Negli ultimi tre anni il settore ha investito 3 miliardi”.

I nodi da sciogliere restano comunque tanti. A partire dal costo dell’energia che pesa come un macigno sulle industrie, seguito dai vincoli ambientali e dai dazi imposti dall’amministrazione Usa. 

E di acciaio green si parlerà anche a Ecomondo a Rimini in occasione del convegno ‘Europa: verso l’acciaio senza CO2’, organizzato da Siderweb in collaborazione con Ricrea, il Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio. L’evento si svolgerà giovedì 6 novembre dalle 13:45 alle 15:00 presso Agorà stand Conai/Consorzi, pad. B1 stand 211/410.

Economia circolare e responsabilità estesa del produttore: il tessile si fa green

(Photo copryright: European Union 2022 – Source: EP)

Ogni anno, nell’Unione europea si generano 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui 5,2 provengono soltanto da abbigliamento e le calzature, equivalenti a 12 kg a persona. E la stima è che meno dell’1% di tutti i tessili a livello mondiale venga riciclato in nuovi prodotti, mentre il resto è spesso incenerito o collocato in discarica. 

Nel 2022 i cittadini dei 27 paesi dell’Ue hanno consumato in media 19 kg di abbigliamento, calzature e tessili per la casa, rispetto ai 17 kg del 2019, collocando questa categoria tra le prime cinque di consumo domestico per pressione ambientale e climatica nel Vecchio continente. Le conseguenze riguardano l’inquinamento atmosferico, l’uso di sostanze chimiche, l’inquinamento da microplastiche derivanti dalla produzione, dall’uso e dal lavaggio dei tessuti, nonché le pressioni causate dalla gestione dei tessuti che finiscono per essere scartati. 

Nel 2020, secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente, il consumo medio di prodotti tessili per persona ha richiesto 400 mq di terreno, 9 m3 d’acqua, 391 kg di materie prime e ha generato un’impronta di carbonio di circa 270 kg. In Ue sono state generate emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate. Alcune stime indicano che per fabbricare una sola maglietta di cotone occorrano 2.700 litri di acqua dolce, un volume pari a quanto una persona dovrebbe bere in 2 anni e mezzo.

Si stima che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura, e che il lavaggio di capi sintetici rilasci ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari. Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il rilascio di 700.000 fibre di microplastica che possono finire nella catena alimentare.

DISCARICHE A CIELO APERTO. Parte della responsabilità di questa situazione è dovuta al fast fashion, che garantisce una disponibilità costante di nuovi prodotti a prezzi molto bassi, di scarsa qualità e, molto spesso, attraverso una forza lavoro basata sullo sfruttamento, anche minorile. Capi provenienti di frequente dall’Asia e che lì ritornano una volta che non vengono più utilizzati.  Dal 2000, l’ esportazione europea di tessili usati è quasi triplicata, passando da poco più di 550.000 tonnellate nel 2000 a 1,4 milioni di tonnellate nel 2019. Da allora, il volume è rimasto relativamente costante, con 1,4 milioni di tonnellate esportate nel 2023. Ma dove finisce tutto questo materiale? Spesso all’estero, nelle celebri discariche a cielo aperto nei Paesi a basso reddito, in particolare in Africa (con Ghana e Kenya in cima alla classifica) e Asia

LA SITUAZIONE ITALIANA. Dal primo gennaio 2025 tutti i Paesi dell’Unione europea hanno l’obbligo di adottare la raccolta differenziata dei rifiuti tessili; in Italia questo obbligo, rivolto ai Comuni, è già entrato in vigore dall’1 gennaio 2022, con tre anni di anticipo. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il 66% degli italiani ha dichiarato di aver dismesso almeno un capo di abbigliamento, il 57% un paio di scarpe, e il 51% tessuti danneggiati, come gli stracci, secondo quanto emerge dai dati dell’Osservatorio realizzato da Ipsos per Erion Textiles, consorzio no-profit del Sistema Erion, il più importante Sistema italiano di Responsabilità Estesa del Produttore, dedicato alla gestione dei rifiuti di prodotti tessili. Secondo i dati relativi al 2022 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sono 160‏‎mila le tonnellate di rifiuti tessili prodotti in Italia (circa 500 milioni di vestiti), per una media di circa 2,7 kg per abitante, e rappresentano un trend in crescita costante.

FATTURATO EUROPEO DA 170 MILIARDI DI EURO. Nel 2023, il settore tessile e dell’abbigliamento dell’Unione europea ha registrato un fatturato di 170 miliardi di euro, impiegando circa 1,3 milioni di persone in 197.000 aziende (Euratex, 2024). Dopo un temporaneo calo dei volumi di produzione nel 2020, ha nuovamente raggiunto i livelli pre-pandemici nel 2022 (ETC CE, 2025a). La produzione europea è specializzata principalmente nei tessuti tecnici e in abbigliamento e calzature di alto valore. Per quanto riguarda le esportazioni, nel 2022 sono state esportate 4,0 milioni di tonnellate di tessuti finiti, per un valore di 73 miliardi di euro.

LA STRATEGIA EUROPEA. La strategia tessile dell’Ue mira a ridurre questi impatti e a rendere i prodotti tessili più circolari e sostenibili fin dalla progettazione. Per il suo successo, è necessario un cambiamento sistemico nel sistema tessile , passando alla produzione di beni più circolari e di qualità superiore, che abbiano un valore d’uso più duraturo e possano essere più facilmente riutilizzati, riparati o riciclati. Il nuovo modulo sui tessili del Circularity Metrics Lab dell’Agenzia europea dell’ambiente sta monitorando questi progressi. All’inizio di settembre il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo a nuove misure per prevenire e ridurre i rifiuti alimentari e tessili in tutta l’Ue, che sono entrate in vigore il 16 ottobre. La revisione della legislazione introduce obiettivi da raggiungere a livello nazionale entro il 31 dicembre 2030. I paesi dell’Ue avranno ora 20 mesi di tempo per recepire le norme nella loro legislazione nazionale. Le microimprese beneficeranno di 12 mesi in più per conformarsi.

Secondo la direttiva aggiornata, i produttori che immettono tessili sul mercato europeo dovranno sostenere i costi di raccolta, cernita e riciclo, tramite nuovi regimi di responsabilità estesa, da istituire in ciascuno Stato membro entro 30 mesi dall’entrata in vigore della direttiva. Le nuove regole riguarderanno abbigliamento e accessori, cappelli, calzature, coperte, tende, biancheria da letto e da cucina. Infine, gli Stati membri dovranno considerare le pratiche di ultra-fast fashion e fast fashion nel determinare i contributi finanziari per sostenere i nuovi compiti dei produttori.

IL TESSILE A ECOMONDO. Il tessile sarà uno degli argomenti chiave di Ecomondo, che si apre a Rimini il 4 novembre. Numerosi gli incontri e i workshop previsti. 

  • Tessile Circolare: frontiere tecnologiche per il riciclo, recupero e la valorizzazione dei rifiuti tessili non riutilizzabili (4 novembre, alle 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Ecomondo & Next Technology Tecnotessile.
  • Technological solutions for resources recovery from end-of-life products and materials in the Mediterranean landscape (4 novembre dalle 9.30 presso Sala Tiglio – Hall A6). A cura di Comitato Tecnico Scientifico Ecomondo & Società Chimica Italiana – Divisione CABC, ISWA international, ATIA – ISWA.
  • Le implicazioni operative dell’EPR Tessile: da strumento di politica ambientale a strumento di politica industriale (5 novembre, alle 10.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3).
  • Circular Fashion at Scale: Supply Chains & Storytelling (5 novembre, alle 12.00 presso Textile District – Workshop Area Hall B3).
  • Waste Shipment Regulation and its impact on the global market for post consumer textiles (5 novembre ore 14.00, presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Ecomondo e Unirau. 
  • EPR Tessile: le opportunità oltre la conformità normativa (5 novembre, ore 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Consorzio Rematrix.
  • Premio innovazione riciclo e riuso nel tessile: tecnologie innovative e soluzioni (6 novembre, ore 15.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Chimica Verde Bionet & Federcanapa.
  • EPR tessile: novità normative e progetti circolari della filiera moda (6 novembre, ore 16.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di SAFE – Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari, insieme a Retex.Green e Re.Crea.
  • La trama Etica: come le Norme nel Tessile e Abbigliamento riscrivono il futuro di moda e consumo  (7 novembre, ore 10 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di UNI (Commissione Tecnica Tessile e Abbigliamento).
  • Up Style (7 novembre, alle 11.30 presso Textile District – Workshop Area Hall B3). A cura di Confartigianato Imprese Rimini. 

Ucraina, Orbàn da Meloni: Ue non conta niente. E settimana prossima incontra Trump

Sull’Ucraina, “l’Unione europea non conta nulla“. Non usa mezzi termini Victor Orbàn a Roma, tra l’udienza da Papa Leone XIV in Vaticano e l’incontro con la premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La possibilità di risolvere la guerra, a suo avviso, è stata ormai appaltata agli americani e ai russi: “Purtroppo, non abbiamo un ruolo. L’Europa è totalmente fuori dai giochi’’, spiega, intercettato da La Repubblica.

Tra qualche giorno sarà a Washington da Donald Trump per “risolvere il problema delle sanzioni al petrolio russo“. Ma anche per discutere con il presidente americano di come costruire un “sistema sostenibile” per l’Ungheria. “Senza di loro, i prezzi dell’energia andranno alle stelle, provocando delle carenze nelle nostre scorte’’, denuncia.

La notizia del viaggio negli Stati Uniti viene confermata da Budapest: “Il Primo Ministro incontrerà Trump la prossima settimana a Washington per discutere di questioni energetiche”, annuncia il ministro degli Esteri Peter Szijjarto. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni ai due maggiori produttori di petrolio russi, Rosneft e Lukoil, che potrebbero potenzialmente avere ripercussioni sull’Ungheria, che dipende ancora fortemente dal petrolio e dal gas russi. Secondo l’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, gli Stati Uniti si aspettano che paesi come l’Ungheria “sviluppino e attuino un piano” per “svincolarsi” dalle fonti energetiche russe. Szijjarto fa sapere che l’Ungheria sta analizzando cosa significherebbero “legalmente e fisicamente” le sanzioni statunitensi contro i due giganti russi degli idrocarburi una volta entrate in vigore.

Il premier ungherese pone a Meloni soprattutto il tema dell’economia europea e della perdita di competitività, a suo avviso il problema principale dell’Unione. In particolare, scandisce, “la transizione green e le decisioni sul tavolo dell’Unione, l’Ets2“, la direttiva sulle emissioni, che “aumenterà il prezzo dell’energia per chi ha una casa o per chi possiede un’auto”. In una nota, Palazzo Chigi chiarisce che nel faccia a faccia, durato circa un’ora, i due premier hanno in realtà affrontato anche la situazione in Ucraina e gli sviluppi in Medio Oriente, oltre che l’agenda europea. “I due leader hanno discusso delle opportunità offerte dallo strumento europeo SAFE, valutando possibili sinergie tra Italia e Ungheria a sostegno delle rispettive capacità industriali e tecnologiche“, viene precisato.

Le dichiarazioni del leader ungherese sull’irrilevanza dell’Europa in Ucraina non piacciono alle opposizioni. “Sono sbagliate e non condivisibili”, tuona Piero De Luca, capogruppo del Pd in commissione Politiche europee della Camera. È una posizione che, sostiene, “mina i principi di solidarietà europea, indebolisce il fronte comune contro l’aggressione di Putin e rischia di compromettere la sicurezza e l’autonomia economica, industriale ed energetica del nostro continente”. Il dem domanda alla presidente del Consiglio di prendere le distanze pubblicamente dalla linea dell’alleato sovranista: “Non è più tollerabile che il Governo italiano si mostri indulgente e ambiguo verso chi lavora per distruggere l’Europa dall’interno“. Durante il colloquio a Palazzo Chigi, +Europa organizza un flashmob per contestare il premier ungherese: “E’ il burattino di Putin – scrive sui social Riccardo Magi -, il simbolo della democrazia illiberale, l’uomo che usa i soldi europei per distruggere la libertà in Ungheria. Questa non è la nostra Europa. La nostra è quella della democrazia, dello Stato di diritto, della libertà. Mettiamo il veto a Orbán”.

Studio Afme, Unione bancaria procede ma restano lacune e frammentazioni

Negli ultimi dieci anni il sistema bancario europeo ha rafforzato la propria resilienza, ma il suo quadro istituzionale rimane profondamente frammentato e la sua integrazione è ancora incompleta. Una ricerca di Afme Finance for Europe dal titolo ‘Banking Union: measuring progress and identifying implementation gaps‘ valuta lo stato attuale del progetto dell’Unione bancaria europea (Bu), evidenziando i risultati raggiunti e le sfide persistenti che richiedono l’attenzione dei responsabili politici. Lo studio fornisce prove delle lacune esistenti nell’attuazione e compila una serie di indicatori chiave di prestazione per misurare dove le sfide legate alla frammentazione sono più problematiche a livello dell’UE e degli Stati membri (Sm).

Prevale l’opinione che l’Ub funzioni bene e che per completarla sia “semplicemente” necessario aggiungere il sistema europeo di garanzia dei depositi (Edis). Tuttavia, la relazione intende mettere in evidenza, ancora una volta, altri ostacoli rilevanti al suo completamento, spesso aggravati da un eccessivo conservatorismo normativo. Tali ostacoli sono dovuti principalmente alle discrezionalità degli Stati membri incorporate nel corpus normativo unico dell’area bancaria e alla tendenza ad armonizzare sulla base di norme nazionali più severe che, sebbene più facili da concordare, spesso non hanno una logica nell’ambito dell’area bancaria e riducono la competitività delle banche dell’UE. Il divario di competitività europeo rende urgente il completamento dell’area bancaria.

Come sottolineato nella relazione di Mario Draghi, un’area bancaria ben funzionante è essenziale per migliorare la competitività dell’UE. Consentendo alle banche di operare in modo più efficiente a livello transfrontaliero, un’area bancaria ben funzionante rafforza il ruolo delle banche nel finanziare la transizione verde, sostenere i mercati dei capitali e migliorare la resilienza economica. L’Fmi stima che la frammentazione e le numerose barriere ai servizi finanziari intra-UE equivalgano a una tariffa interna del 100 per cento sui propri servizi finanziari dell’UE, più del doppio delle barriere intra-Ue al commercio di merci con un equivalente tariffario del 44 per cento. Si tratta di un handicap autoimposto che danneggia solo la competitività dell’UE. Il quadro normativo bancario dell’Ue è anche particolarmente più complesso e oneroso rispetto agli standard internazionali.

Come rileva la relazione, il completamento delle fusioni e acquisizioni bancarie nell’Ue richiede più tempo rispetto a qualsiasi altro grande centro bancario. L’Ue designa un numero di istituzioni di importanza sistemica superiore a qualsiasi altro centro bancario globale (di gran lunga). L’Ue supera il quadro di Basilea con misure come la riserva per il rischio sistemico e impone requisiti Mrel più elevati a un numero maggiore di banche rispetto al Regno Unito o agli Stati Uniti. Anche l’esclusivo quadro di valutazione prudenziale dell’UE e le norme di divulgazione Esg (anche se attualmente in fase di revisione) sono esempi della tendenza dell’Ue a un eccesso di regolamentazione, che aggrava ulteriormente la sfida della competitività del settore bancario. In previsione della relazione della Commissione europea del 2026 sulla competitività bancaria nel mercato unico, lo studio dell’Afme mira anche a sostenere la valutazione della Commissione sulle sfide strutturali nel settore bancario. Il settore bancario ha migliorato significativamente la sua resilienza: dal 2015 le banche hanno aumentato in modo sostanziale i loro coefficienti di capitale e di liquidità, mentre i rischi di credito nel settore si sono ridotti con i crediti in sofferenza che sono scesi da 1.000 miliardi di euro a meno di 400 miliardi di euro nell’ultimo decennio. Gli aiuti di Stato alle banche sono diminuiti in modo significativo, indicando una maggiore autosufficienza e un maggiore utilizzo dei fondi propri da parte delle banche.

La resilienza delle banche ha visibilmente aiutato l’UE a superare diverse crisi importanti (Brexit, Covid-19, guerra in Ucraina, turbolenze delle banche regionali statunitensi e del Credit Suisse all’inizio del 2023). Tuttavia, persiste una frammentazione all’interno dell’Ue: i servizi bancari transfrontalieri rimangono minimi, con aumenti solo marginali dei prestiti e dei depositi transfrontalieri (all’interno dell’Ue). Le fusioni e acquisizioni transfrontaliere delle banche sono diminuite costantemente negli ultimi due decenni, limitando il consolidamento e i guadagni in termini di efficienza. Secondo lo studio le fusioni e acquisizioni bancarie richiedono molto più tempo per essere concluse nella Bu rispetto a tutti gli altri principali centri bancari globali, a causa di processi di autorizzazione complessi che coinvolgono più autorità, uniti alla percezione del mercato della resistenza dei responsabili politici al consolidamento del settore bancario. I quadri di vigilanza rimangono incoerenti e alcuni Stati membri presentano una partecipazione locale relativamente ampia di istituzioni di importanza sistemica limitata (LSI) e quindi non soggette alla vigilanza diretta della BCE. Le stime dell’Afme indicano che i gruppi bancari faticano a realizzare economie di scala superiori a 450 miliardi di euro di attività, probabilmente a causa della frammentazione normativa e delle barriere esistenti che impediscono di cogliere i vantaggi di una maggiore scala all’interno dell’Ue.

La relazione individua una serie di lacune critiche nell’attuazione del quadro della Bu che attualmente ostacolano la competitività e che è fondamentale colmare per facilitare la capacità del settore bancario di sostenere la crescita: A causa della mancanza di deroghe transfrontaliere, oltre 225 miliardi di euro di capitale e 250 miliardi di euro di liquidità sono bloccati nelle filiali dei gruppi bancari dell’UE. Questo isolamento normativo scoraggia le banche dall’intraprendere operazioni transfrontaliere, poiché impedisce il trasferimento di risorse tra la capogruppo e la controllata in periodi di stress. Inoltre, limita visibilmente la dimensione e la competitività delle banche che operano nell’UE. L’assenza di deroghe è spesso attribuita a una mancanza di fiducia tra le autorità di vigilanza nazionali, con il timore che in periodi di stress possano riemergere tensioni tra il paese d’origine e quello ospitante, in cui le autorità di vigilanza del paese d’origine potrebbero dare la priorità alla banca capogruppo e quelle del paese ospitante concentrarsi sulla controllata locale. Tuttavia, affinché l’UB funzioni in modo efficace, secondo la ricerca le autorità di vigilanza nazionali devono sviluppare e mantenere la fiducia e sostenere l’uso del sistema di vigilanza unico e di risoluzione unico di cui esse stesse fanno parte. Le autorità di vigilanza dovrebbero riconoscere i progressi strutturali compiuti nell’ultimo decennio, compreso il quadro di risoluzione rivisto.

Per affrontare questo problema, la relazione Draghi suggerisce di creare una serie di norme bancarie transfrontaliere specifiche per le banche più grandi con operazioni intra-BU. Sebbene non sia noto se la Commissione prenderà in considerazione la proposta Draghi, potrebbero essere necessari diversi elementi. Tra questi figurano la garanzia di parità di condizioni tra gli istituti bancari attraverso la creazione di una giurisdizione separata “country blind” dal punto di vista normativo, di vigilanza e di gestione delle crisi, nonché l’esclusione dell’introduzione di ulteriore complessità nel quadro BU, già troppo complesso. Lo studio rileva poi limiti di esposizione intra-gruppo incoerenti: le autorità nazionali competenti fanno uso della loro discrezionalità per applicare limiti variabili alle esposizioni transfrontaliere intra-gruppo, portando a un approccio di vigilanza non armonizzato e incoerente nel Regno Unito, con cui la vigilanza della BCE deve confrontarsi e che impedisce ulteriormente alle banche di utilizzare in modo ottimale il capitale. C’è poi la questione dei contributi al Fondo di risoluzione unico (Srf) opachi e imprevedibili: la metodologia di calcolo dei contributi al SRF è complessa e poco trasparente, rendendo difficile per le banche prevedere gli impegni futuri. Il fondo stesso è stato concepito e il suo livello obiettivo è stato fissato in un momento in cui le banche non avevano alcuna capacità di assorbimento delle perdite. Ora che le banche hanno rafforzato la loro capacità MREL, qualsiasi ulteriore aumento dovrebbe essere attentamente valutato e riesaminato. L’ultima sezione della relazione presenta un quadro di valutazione che esamina l’evoluzione dell’Ub sulla base di una serie di indicatori chiave di prestazione a livello dell’Unione e degli Stati membri. L’evoluzione degli indicatori conferma alcune delle osservazioni precedenti sulla riduzione dei rischi sistemici e su alcune sfide persistenti nell’integrazione e nel consolidamento bancario.

Dopo aver esaminato l’evoluzione del progetto dell’Unione bancaria e aver evidenziato alcune lacune urgenti nella sua attuazione, Afme incoraggia i responsabili politici a prendere in considerazione alcune raccomandazioni mirate: 1. Attuare deroghe transfrontaliere per sbloccare il capitale intrappolato, il Mrel e la liquidità; 2. Armonizzare la discrezionalità degli Stati membri in materia di limiti di esposizione infragruppo; 3. Intraprendere una revisione completa del livello obiettivo del Fondo di riserva di risanamento (Srf) e della metodologia di contribuzione; 4. Rivedere i requisiti Mrel per garantire che le banche europee rimangano competitive a livello globale; e 5. Semplificare il quadro delle riserve macroprudenziali per migliorarne l’utilità e l’efficienza senza aumentare i requisiti patrimoniali. “Se non si affrontano queste lacune nell’attuazione, l’Unione bancaria rischia di rimanere permanentemente frammentata, compromettendo il suo obiettivo”, sottolinea la relazione.

Roma e Bruxelles tentano di schivare maxi-dazio Usa su pasta. Opposizioni all’attacco

La guerra dei dazi con gli Stati Uniti è tutt’altro che scongiurata. Da Oltreoceano arriva la minaccia contro il più italiano dei prodotti più esportati nel mondo: la pasta. Il Dipartimento del Commercio americano accusa i produttori italiani di dumping e minaccia una tariffa del 91,74%, in aggiunta al 15% già in vigore, facendo salire la tariffa complessiva sulla pasta a quasi il 107%.

Il nuovo maxi-dazio potrebbe scattare da gennaio 2026. Contro questo rischio, la Commissione europea, lavora in coordinamento con il governo italiano all’indagine antidumping di Washington e, garantisce il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, “interverrà se necessario”. La proposta americana parte da un’indagine del Dipartimento del Commercio di Washington, dopo una revisione richiesta da alcune aziende concorrenti negli Stati Uniti, che coinvolge La Molisana e Garofalo. Le autorità Usa hanno determinato in via preliminare i margini di dumping medi ponderati stimati per il periodo dall’1 luglio 2023 al 30 giugno 2024 del 91,74% sia per La Molisana Spa che per il Pastificio Lucio Garofalo Spa. L’ad della Molisana, Giuseppe Ferro, sembrava aver aperto questa mattina alla possibilità che il pastificio fosse pronto ad aprire uno stabilimento di produzione negli Stati Uniti. La notizia viene poi smentita dalla stessa azienda poche ore dopo, aggiungendo che è intenzione dell’azienda “proseguire l’iter legale così come intrapreso”.

Intanto, dalle opposizioni parte l’attacco all’esecutivo. “È evidente l’obiettivo di Trump di spingere alla delocalizzazione le nostre produzioni“, rileva la segretaria del Pd, Elly Schlein, che grida all’impoverimento industriale per l’Italia e taccia Giorgia Meloni di “finto patriottismo”: “Anziché difendere gli interessi industriali e occupazionali italiani preferisce difendere le sue amicizie politiche e ideologiche. E dopo aver minimizzato e sottovalutato per mesi gli effetti dei dazi americani il governo Meloni ad oggi non ha ancora proposto alcuna misura per sostenere la domanda interna e le imprese. Si diano una mossa“, tuona la dem.

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte si rivolge direttamente ai cittadini, sui social: “Avete visto almeno un euro dei 25 miliardi di aiuti promessi dalla presidente del Consiglio ad aprile? Per ora abbiamo notizia solo di oltre 20 miliardi di aumenti in 3 anni per armi e difesa”, denuncia, accusando Palazzo Chigi di aver lasciato le imprese vessate dalla trattativa con Trump da sole. Il pentastellato propone di “prendere soldi da extraprofitti energetici e delle banche, dalle risorse concentrate sulla folle corsa al riarmo per metterli sulle emergenze di lavoratori con stipendi da fame e imprese che escono da 30 mesi di crollo della produzione industriale su 33 di Governo”.

Oggi, per l’esponente di Alleanza Verdi Sinistra Angelo Bonelli,assistiamo ai risultati dell’amicizia del Governo Meloni con gli Usa”. L’ecologista parla di una politica “totalmente asservita a Washington, che non difende gli interessi delle imprese italiane ma li sacrifica per compiacere i suoi alleati d’oltreoceano”. Dov’è Giorgia Meloni “che si era fatta pontiera nei suoi viaggi a Washington?”, domanda. “Ha capito che per essere più forte negli scenari che contano deve essere con Trump. Forte con i deboli e debole con i forti”.

A Chicago per il Vinitaly.Usa, Francesco Lollobrigida fa il punto sulla tutela dell’export con l’ambasciatore Marco Peronaci, assicurando che i dossier legati alla presunta azione anti dumping sono seguiti con attenzione. Farebbero comunque scattare, per il ministro dell’Agricoltura, un meccanismo “iper protezionista del quale non vediamo né la necessità né alcuna giustificazione”. Il Governo i diplomatici italiani lavorano per affrontare questo e altri dossier (vino, pecorino romano, olio extravergine) utili a garantire rapporti commerciali “floridi e sempre più proficui”, commenta.

I super-dazi sulla pasta italiana sono “ingiusti, con una forzatura strumentale che in questo caso è data proprio dall’entità del dazio che si vuole applicare”, commenta con GEA Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia. Secondo il manager “il comportamento omissivo va prima di tutto dimostrato”. E su questo, comunque, le aziende coinvolte hanno “già dichiarato di aver fornito la documentazione che smentisce” il dumping. E poi “non sono state interpellate tutte le aziende. E’ evidente quindi che la questione sia strumentale”. Scordamaglia si dice comunque “fiducioso”. La decisione definitiva non è stata presa, le aziende hanno ancora 120 giorni di tempo per presentare ufficialmente la loro difesa. In questo periodo, prevede l’ad di Filiera Italia, “la pronta reazione del governo, del ministero degli Esteri, dell’Agricoltura, dell’ambasciata a Washington e le documentazioni che saranno presentate porteranno a cancellare il dazio, o di portarlo come è stato in passato in situazioni analoghe al 4-5%”.

ambiente

L’Ue avverte l’Italia: “Fare di più per contrastare cambiamento climatico e povertà energetica”

Positivi l’agricoltura biologica, la crescita delle fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni a gas serra. Problematici la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la povertà energetica. E’ la fotografia dell’Italia scattata dall’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea) nel suo Rapporto sullo stato dell’ambiente.

“L’Italia sta compiendo passi significativi verso la sostenibilità, ma deve affrontare numerose sfide”, evidenzia. Più nel dettaglio, vanno bene “lo sviluppo dell’agricoltura biologica, la crescita delle fonti rinnovabili, che supera il traguardo 2020 e punta al 38,7% entro il 2030, e la riduzione delle emissioni di gas serra”, elenca il documento. “Ampia” è anche l’estensione delle aree protette, sebbene “per contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei sarà necessario compiere ulteriori passi avanti”.

Sul fronte dell’economia circolare, “l’Italia registra un tasso elevato di utilizzo dei materiali”, ma “occorre ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, rafforzando il riciclo e il riutilizzo delle risorse già presenti sul territorio nazionale”. Dunque, per l’Agenzia, “restano aperte questioni importanti” per l’Italia che vanno “dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici alla gestione dei rifiuti, fino alle sfide socio-economiche legate al divario generazionale, alla scarsa mobilità sociale e alla diffusa povertà energetica”. In particolare, “le sfide ambientali si intrecciano con quelle sociali ed economiche, richiedendo un approccio integrato capace di coniugare tutela ambientale, innovazione e benessere collettivo”, precisa il report e, sotto questa luce, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è visto come “strumento decisivo per sostenere sostenibilità, innovazione e competitività”, mentre “la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in coerenza con l’Agenda 2030, resta il quadro di riferimento per garantire politiche coerenti e di lungo periodo”.

Allargando lo sguardo, il report dell’Agenzia – il settimo quest’anno, dato che viene pubblicato ogni cinque anni a partire dal 1995 – descrive come “non buono” lo stato di salute dell’ambiente europeo perché “continua a subire degrado, sfruttamento eccessivo e perdita di biodiversità”. Non solo: le prospettive per la maggior parte delle tendenze ambientali sono “preoccupanti” e “comportano gravi rischi per la prosperità economica, la sicurezza e la qualità della vita in Europa”.

All’indice ci sono cambiamenti climatici e degrado ambientale che rappresentano una “minaccia diretta per la competitività dell’Europa”. Circa l’81% degli habitat protetti si trova in condizioni mediocri o pessime, dal 60 al 70% dei suoli è degradato e il 62% dei corpi idrici non è in buone condizioni ecologiche. Il cambiamento climatico sta aggravando la scarsità di risorse idriche e, sul fronte energetico, si registra l’impossibilità per il 19% degli europei di mantenere una temperatura confortevole nelle proprie case.

E mentre la frequenza delle ondate di calore estreme è in aumento, solo 21 dei 38 Paesi membri dell’Aea (i Ventisette Ue a cui si aggiungono Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Turchia, Svizzera e i 6 dei Balcani occidentali) dispongono di piani d’azione per la salute in caso di ondate di calore. Inoltre, gli eventi climatici e meteorologici estremi (ondate di calore, alluvioni, frane, incendi boschivi) hanno causato oltre 240 mila morti tra il 1980 e il 2023 nell’Ue, con perdite economiche medie annue che sono state 2,5 volte superiori tra il 2020 e il 2023 rispetto al periodo compreso tra il 2010 e il 2019.

Per queste ragioni, il Rapporto – che arriva in un momento in cui i Paesi Ue hanno approvato un compromesso minimo sulla riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2035 e non sono riusciti a raggiungere un accordo su sulla proposta della Commissione europea di ridurre le emissioni del 90% entro il 2040 rispetto al 1990 – esorta ad accelerare l’attuazione di politiche e azioni, per una sostenibilità a lungo termine, già concordate nell’ambito del Green deal europeo. Un invito subito rimarcato dalla vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la Transizione, Teresa Ribera: “Ritardare o rinviare i nostri obiettivi climatici non farebbe altro che aumentare i costi, aumentare le disuguaglianze e indebolire la nostra resilienza. Proteggere la natura non è un costo ma un investimento, nella competitività, nella resilienza e nel benessere dei nostri cittadini”, ha affermato. Mentre per Leena Ylä-Mononen, direttrice esecutiva dell’Aea, “non possiamo permetterci di ridimensionare le nostre ambizioni in materia di clima, ambiente e sostenibilità”.