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Alluminio, allarme Face: “Ue azzeri dazi sul primario e protegga rottami per salvare Pmi”

​L’industria europea dell’alluminio vive una fase complessa, stretta tra una geopolitica commerciale sempre più aggressiva e costi strutturali che rischiano di soffocare il comparto a valle. A spiegare le urgenze del settore è Mario Conserva, segretario generale della Federazione Europea Consumatori Alluminio (Face), che in un’intervista a GEA invita Bruxelles a intervenire con una strategia più pragmatica e meno difensiva.

​Secondo Conserva, poiché i dazi statunitensi su alluminio e derivati sono “ormai un dato di fatto consolidato”, l’Unione europea dovrebbe cambiare approccio agendo sulle leve che sono sotto il suo diretto controllo. La priorità assoluta è “l’azzeramento dei dazi sull’importazione di alluminio primario”. Mantenere barriere tariffarie interne sull’import di metallo grezzo, infatti, “significa solo limitare la competitività dei trasformatori europei, senza reali benefici industriali o geopolitici”.

La misura, inoltre, grava pesantemente sulle Pmi, ovvero il cuore pulsante del settore: il segmento a valle rappresenta oltre l’80% della forza lavoro e il 70% del fatturato dell’intera filiera. Senza una riduzione dei dazi sul grezzo da Paesi terzi, avverte l’esperto, le Pmi resterebbero schiacciate “tra l’aumento dei costi della materia prima e una concorrenza extra-Ue che gode di condizioni d’accesso decisamente più vantaggiose”.

Un altro problema riguarda la carenza di materia prima secondaria. Ogni anno, sostiene Conserva, l’Europa esporta circa 1,2 milioni di tonnellate di rottami di alluminio, una fuga di risorse che il segretario generale definisce come una “reale sottrazione” all’industria locale. La proposta di Face a Bruxelles è quindi di riconoscere ufficialmente i rottami di alluminio come materia prima critica. “È essenziale che si valutino opportuni vincoli regolatori all’export”, avverte Conserva. In caso contrario, l’Europa rischia di perdere uno dei suoi pochi vantaggi competitivi rimasti, disperdendo non solo il metallo ma anche il lungo patrimonio di competenze tecniche accumulato negli anni.

​Infine c’è il tema della transizione ecologica. Nonostante la sostenibilità sia l’obiettivo dichiarato dell’Ue, infatti, il contesto attuale rischia di renderla insostenibile economicamente. Con la produzione di alluminio primario in Europa ai minimi storici e i costi energetici fuori controllo, l’alluminio “green” rischia di trasformarsi in un “lusso industriale” per pochi, sostiene Conserva. ​Il futuro dell’alluminio in Europa, sostiene Face, non può quindi prescindere da una visione d’insieme che tuteli l’intera catena del valore. La sfida per la Commissione europea è ora chiara: azzerare i dazi sul primario, blindare le riserve di rottame e calmierare i costi energetici per evitare che il settore europeo venga definitivamente tagliato fuori dai mercati globali.

Boland (Cese) in udienza dal Papa: “Lotta a povertà ed emergenza casa sono priorità Ue”

Lotta alla povertà, soluzioni alle crisi abitative e per una transizione ecologica che non aumenti le diseguaglianze tra le persone. E ancora: incentivi a programmi di benessere mentale per le nuove generazioni. Sono solo alcuni dei punti cardine per il mandato 2025-2028 di Séamus Boland, il nuovo presidente – in carica dallo scorso ottobre – del Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese), l’organo Ue che rappresenta la società civile organizzata. Boland, irlandese di 69 anni, ne ha parlato in Vaticano, ricevuto questa mattina in udienza da Papa Leone XIV. Al centro proprio i temi di giustizia sociale, protezione dei più vulnerabili, azioni per il clima, salute mentale dei giovani ed emergenza dei senzatetto.

La nuova strategia anti povertà europea – spiega Boland a GEA – deve finalmente iniziare a combattere l’esclusione delle persone, riconoscendola come emergenza”. Ci sono grosse fette di popolazione infatti dimenticate, spesso a causa dei luoghi in cui vivono. “Queste persone devono essere raggiunte, ascoltate e portate all’interno delle politiche europee. E’ parte fondamentale del mio mandato portare chi è più in difficoltà al centro delle politiche dell’Unione. Ci sono oltre 90 milioni di europei a rischio esclusione”, ricorda il presidente Cese.

Il 2026 – come annunciato lo scorso dicembre dalla Commissione europea – sarà poi l’anno del primo Vertice Ue sulla casa, contestualmente sarà presentato il primo Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile. Obiettivo dei prossimi mesi sarà dunque affrontare l’emergenza abitativa in tutta l’Unione, con l’obiettivo di costruire o ristrutturare circa 650mila abitazioni all’anno. Previsti dei target specifici, con un’attenzione particolare ai gruppi più colpiti dalla crisi come le famiglie monogenitoriali, gli anziani, i giovani e le persone senza fissa dimora.

Si discuterà poi di una nuova Alleanza europea per l’edilizia abitativa per semplificare le norme sugli aiuti di Stato per l’housing sociale e adottare strategie di contrasto alla speculazione e al peso degli affitti brevi nelle città. “Il Vertice – commenta Boland – dovrà stabilire che ogni strategia includa regole e aiuti che assicurino un’abitazione per queste categorie di persone. Molte di loro ora vivono in strada, nelle macchine, negli ostelli, negli ospedali, dove non dovrebbero stare”. Secondo il presidente “è un problema cronico, più serio del Covid. E come furono trovate allora delle soluzioni di emergenza per fronteggiare il Covid, lo stesso dobbiamo fare ora con la casa”.

La transizione ecologica è un altro tema a cuore del presidente Cese. L’Europa ha infatti sposato la transizione ecologica ma il rischio è che i costi ricadano sui più poveri, bisogna quindi evitare che il passaggio alimenti nuove forme di disuguaglianza. “Vengo da una comunità rurale in Irlanda – ricorda Boland – e la mia organizzazione ha lavorato spesso con gli agricoltori per portare avanti una serie di misure per il clima”. Il problema delle tassazioni green è però che “spesso sono lievitate più duramente per le persone che vivono in aree rurali”, bisogna quindi “cambiare il sistema, rendendolo più equo e giusto. Non si deve punire le persone a basso reddito, a cui va dato supporto. Altrimenti le persone a rischio povertà non potranno affrontare le misure per il cambiamento climatico”.

Infine la salute mentale dei più giovani, problema spesso legato alla precarietà lavorativa. “E’ un altro problema cronico”, precisa Boland che sottolinea come pure questo fenomeno sia divampato durante il covid, “coi giovani che hanno dovuto fare quanto di più innaturale, ovvero evitare la socialità. Questo ha sviluppato in loro un senso di solitudine enorme”. E’ uno spazio che va riconquistato. “I giovani possono cambiare il mondo – precisa – ma hanno bisogno dei supporti per poterlo fare. Questo vuol dire che devono essere coinvolti attivamente, in organizzazioni di vita sociale, civile e sportiva”. Boland è certo: “L’unica maniera di aiutare la salute mentale è l’interazione sociale e umana”.

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Ue-Mercosur, via libera all’accordo. La firma il 17 gennaio in Paraguay

Dopo oltre un quarto di secolo di negoziati, l’area di libero più scambio al mondo, che coprirà 700 milioni di persone tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – arriva alla firma definitiva e si avvicina alla sua effettiva realizzazione. Prima gli ambasciatori Ue e, a seguire, formalmente i Ventisette, oggi hanno adottato due decisioni che autorizzano la firma dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur (Empa) e dell’Accordo commerciale interinale (iTa) tra le due parti. L’Empa ha registrato il voto contrario di Francia, Polonia, Austria, Irlanda, Ungheria e l’astensione del Belgio. L’iTa ha avuto Budapest contraria e astenute Vienna e Bruxelles. Ora, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha il sostegno per volare in Paraguay – che ha da poco preso la presidenza di turno del Mercosur, succedendo al Brasile – per firmare l’accordo. La data che si sta prospettando al momento è quella del 17 gennaio.

In un momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questo storico accordo commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile”, ha commentato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Non vedo l’ora di partire per il Paraguay per iniziare insieme questa nuova era”, ha aggiunto.

Soddisfatto anche il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui l’accordo è “positivo per l’Europa” perché “apporta benefici concreti ai consumatori e alle imprese europee; è importante per la sovranità e l’autonomia strategica dell’Ue: con questo accordo l’Ue sta plasmando l’economia globale; rafforza i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e le garanzie per gli agricoltori europei; dimostra che le partnership commerciali basate su regole sono vantaggiose per tutte le parti”. In sostanza, per Costa, “oggi è una buona giornata per l’Europa e per i nostri partner del Mercosur”.

A sostegno delle due decisioni è andato il voto di Roma. “Abbiamo migliorato un accordo che portava indubbi vantaggi per il sistema italiano industriale e agricolo ma che per alcuni settori rappresentava criticità”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida che ha celebrato il risultato ottenuto oggi “di abbassare la soglia del meccanismo di salvaguardia dall’8% al 5%, e il rafforzamento del sistema dei controlli per le merci all’ingresso nell’Unione europea”. Dunque, “gli agricoltori avranno un meccanismo di protezione più efficace qualora vi fossero perturbazioni sui prezzi dei prodotti agricoli e potranno contare su una applicazione effettiva del principio di reciprocità”, ha precisato.

Quello a cui fa riferimento il ministro è il cosiddetto freno d’emergenza. La misura prevede che per i prodotti sensibili – come la carne bovina, pollame, riso, miele, uova, aglio, etanolo, zucchero – la Commissione faccia una indagine nel caso di aumento del 5% delle importazioni o di un calo del 5% dei prezzi all’importazione. Se dall’indagine emergesse un rischio per il mercato Ue, la Commissione potrà revocare l’annullamento dei dazi e reimpostare i precedenti. Inizialmente la soglia era stata fissata all’8% da Paesi membri e Parlamento, ma è stata abbassata oggi su richiesta dell’Italia.

L’accordo permetterà alle aziende europee di accedere a un mercato di 270 milioni di persone e rimuoverà circa il 91% degli attuali dazi – attualmente sono al 35% sui ricambi di auto, al 20% sui macchinari, al 18% sulla chimica, al 18% sulla farmaceutica, ad esempio – e il 92% di quelli sull’export del Mercosur nel mercato unico (tra cui carne bovina, pollame e zucchero), portando a un risparmio stimato di 4 miliardi annui per gli esportatori europei. “Rafforzerà inoltre la nostra sicurezza economica proteggendo e diversificando le nostre catene di approvvigionamento, anche nel settore delle materie prime essenziali. Creerà enormi opportunità commerciali, aprendo opportunità di esportazione per miliardi di euro non solo per le 30 mila Pmi” sulle 60 mila aziende europee “che già esportano nella regione, ma anche per le numerose aziende per le quali l’accordo aprirà nuovi mercati di esportazione, sostenendo così centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa”, ha commentato un portavoce della Commissione.

L’accordo ha portato i trattori e il settore agricolo in piazza. Su questo punto, la Commissione, attraverso un suo portavoce, è tornata a sottolineare che “l’accordo offre nuove opportunità, con un potenziale aumento del 50% delle esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione e la protezione dei prodotti alimentari e delle bevande tradizionali (IG) di alta qualità dell’UE dalle imitazioni”. Tra queste anche 58 IG italiane: dall’Aceto balsamico di Modena al Gorgonzola, dalla Mozzarella di Bufala Campana al Parmigiano Reggiano, passando per il Pecorino Romano al pomodoro S. Marzano, fino al Prosciutto di Parma, il San Daniele, la Grappa e oltre 30 vini: dal Barolo al Chianti, dal Lambrusco al Prosecco.

Il percorso non si conclude, però, oggi. Gli accordi richiederanno l’approvazione del Parlamento europeo prima di poter essere formalmente conclusi dal Consiglio e sarà, inoltre, necessaria la ratifica di tutti gli Stati membri dell’Ue affinché l’Empa entri in vigore, andando a sostituire l’iTa che sarà effettivo nel frattempo.

Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

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Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.

Ue-Mercosur, Pe approva salvaguardie agricole. Weber: “Facciamo il massimo”. FI, FdI e Lega divise

Possibilità di sospendere le preferenze tariffarie per prodotti agricoli sensibili come pollame e carne bovina; soglie più rigorose per attivare le misure di salvaguardia e tempi di indagine più brevi; monitoraggio del mercato da parte della Commissione e analisi ogni tre mesi. I deputati del Parlamento europeo hanno adottato, in plenaria, l’introduzione di una clausola di salvaguardia per l’accordo commerciale Ue-Mercosur. L’obiettivo è evitare che le importazioni dai Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) danneggino il settore agricolo europeo. A sostenere la posizione, è stata un’ampia maggioranza – con 431 voti favorevoli, 161 contrari e 70 astensioni. Tra i partiti italiani, si registra l’ordine sparso delle forze di maggioranza: a sostenere il documento sono stati Partito democratico, Forza Italia e Verdi; a bocciarlo, Lega e Movimento 5 stelle; ad astenersi Fratelli d’Italia.

Nel dettaglio, il progetto di regolamento definisce le modalità con cui l’Ue potrebbe sospendere temporaneamente le preferenze tariffarie sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli considerati sensibili – come pollame o carne bovina – provenienti da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay nel caso in cui creassero un danno ai produttori dell’Ue. Di fatto, Bruxelles metterebbe in pausa i vantaggi concessi nell’ambito dell’accordo e riscatterebbero i dazi all’importazione. Per farlo, la Commissione dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità di attivare queste misure di protezione. E, per il Parlamento, tali azioni vanno adottate quando le importazioni di prodotti agricoli sensibili aumentano in media del 5% su un periodo di tre anni, ritoccando al ribasso la soglia di allarme proposta dalla Commissione del 10% annuo. I deputati chiedono, inoltre, indagini più rapide, da sei a tre mesi in generale e da quattro a due mesi nel caso di prodotti sensibili, affinché le misure di salvaguardia possano essere introdotte più rapidamente. In aggiunta, i deputati propongono anche l’introduzione di un meccanismo di reciprocità in base al quale la Commissione avvierà un’indagine e adotterà misure di salvaguardia nel caso ci siano prove credibili che le importazioni che beneficiano di preferenze tariffarie non rispettino requisiti equivalenti in materia di ambiente, benessere animale, salute, sicurezza alimentare o tutela del lavoro applicabili ai produttori dell’Ue.

Questa mattina presto, in conferenza stampa, il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, ha sottolineato che “è la prima volta nella storia dell’Unione europea in cui facciamo una legislazione specifica per le garanzie nell’applicazione di un accordo commerciale” ed “è una grande prova del fatto che facciamo il massimo per proteggere il settore agricolo”. Per la Lega al Parlamento europeo, invece, si tratta di “misure cosmetiche, senza soluzioni concrete”. Inoltre, “non ci sono tutele adeguate per il settore agricolo e i nostri produttori, italiani ed europei. In particolare, mancano garanzie sulla reciprocità degli standard, nonché un meccanismo per l’attivazione automatica della clausola”. Mentre il M5s, oltre a rilevare che “Forza Italia ha votato a favore e Fratelli d’Italia si è astenuta sulle strampalate clausole di salvaguardia dell’accordo Mercosur approvate oggi dal Parlamento europeo”, ha sottolineato che “le clausole di salvaguardia, approvate oggi, non bastano a tutelare i settori più colpiti – zucchero, miele, ortofrutta, quello della carne e del riso – e l’esperienza passata dimostra che vengono attivate troppo tardi quando si è già fatta tabula rasa di interi settori produttivi”.

Di tutt’altro avviso il Pd: “Grazie al nostro lavoro, come Parlamento abbiamo proposto di rafforzare il sistema di monitoraggio e di intervento, intensificando la cooperazione e lo scambio di dati tra Stati membri e riducendo la frequenza delle relazioni a cadenza trimestrale. Allo stesso tempo, il Parlamento chiede maggiore attenzione alla qualità dei prodotti importati tramite un criterio di reciprocità per quanto riguarda i prodotti e le norme di produzione, si dimezzando le soglie per avviare indagini e si accelerano tempi e procedure, consentendo di attivare più rapidamente indagini e misure di salvaguardia provvisorie a tutela dei settori sensibili”, ha specificato il Pd in una nota.

Anche i Verdi, seppur critici, hanno per ora sostenuto il regolamento sulle clausole di salvaguardia. “Come Verdi, abbiamo votato a favore per poter difendere la nostra posizione nel trilogo che si apre già domani, ma sia chiaro: rimaniamo contrari al trattato, queste clausole sono nient’altro che una foglia di fico dietro cui si nascondono la Commissione e i governi che vogliono imporre il Mercosur. Sono difficilissime da attivare e non garantiscono davvero né agricoltori né consumatori europei. Clausola o non clausola, il Mercosur fa male all’Europa e va respinto”, ha affermato Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi eletta nelle liste di Alleanza Verdi Sinistra. Ora si attende la posizione del governo italiano. “Chiediamo che l’Italia faccia come la Francia, ascolti gli agricoltori e dica chiaramente ‘no’ al trattato. La destra deve uscire dall’ambiguità: Fratelli d’Italia e Lega si dichiarano contrari al Mercosur, ma il governo Meloni non ha ancora adottato una posizione ufficiale. Eppure, l’Italia è l’ago della bilancia e può ancora bloccare il trattato”, ha concluso Guarda.

Il voto sulle clausole di salvaguardia bilaterale sono la prima tappa per l’Ue in una settimana delicata per il dossier. La presidente della Commissione europea punta a volare in Brasile sabato prossimo, 20 dicembre, per firmare l’accordo. Ma il sostegno dei Paesi membri è ancora incerto, soprattutto dopo la richiesta di Parigi di posticipare ad anno nuovo la decisione perché al momento mancherebbero le condizioni di tutela dei produttori francesi. È tutto da vedere, quindi, se il voto sulle clausole – e l’introduzione del meccanismo di reciprocità caro, ad esempio, all’Italia e alla Francia – possano smussare alcune posizioni delle capitali. Intanto, tra due giorni, in concomitanza con il Consiglio europeo, gli agricoltori torneranno a Bruxelles, con i trattori, per protestare contro l’impostazione data alla proposta del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034 e al taglio dei fondi per la Politica agricola comune (Pac), ma anche contro l’accordo commerciale Ue-Mercosur. Un accordo che a Bruxelles viene visto come di “massima importanza per l’Unione europea: economicamente, diplomaticamente, geopoliticamente”, ha dichiarato ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill. “Ma anche in termini di credibilità sulla scena globale. E su questa base la nostra aspettativa rimane di portarlo a termine prima della fine di quest’anno”, ha evidenziato.

Ucraina, Mosca non cede su Donbass e truppe Nato. E smentisce Trump: “Non ha sentito Putin”

Nuovo incontro, forse a Miami, nel fine settimane tra Usa e Ucraina, “con gruppi di lavoro e personale militare che esamineranno le mappe”. Ad anticiparlo è Axios citando alcune fonti americane. Le parti hanno fatto progressi sulle garanzie di sicurezza per Kiev ma il nodo dei territori non è stato sciolto. Secondo Axios, i funzionari ucraini e europei sono rimasti “sorpresi” dalla disponibilità degli Stati Uniti a offrire molte garanzie in materia di sicurezza.

Dal canto suo la Russia respinge le richieste di una tregua natalizia, chiude alla presenza di truppe Nato in Ucraina e rifiuta qualsiasi tipo di compromesso sul Donbass. Il giorno dopo il vertice di Berlino che aveva alimentato speranze di pace, cala il gelo da Mosca. “Siamo aperti a discutere possibili soluzioni. Tuttavia, in nessuna circostanza siamo disposti a sostenere, approvare o addirittura tollerare la presenza di truppe Nato sul territorio ucraino”, ha affermato il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov in un’intervista ad ABC News . Alla domanda se la Russia sarebbe disposta a schierare forze europee in Ucraina al di fuori del quadro Nato, Ryabkov ha risposto: “No, no, e ancora no”. “Una ‘coalizione dei volenterosi’ è essenzialmente la stessa cosa. Anzi, potrebbe essere anche peggio, poiché tali accordi potrebbero essere stipulati aggirando le consuete procedure della Nato, che, nonostante tutte le loro carenze, rimangono più o meno stabili”, ha spiegato il viceministro russo.

Intanto, da Berlino, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha lasciato intendere che le proposte negoziate con gli statunitensi su un accordo di pace potrebbero essere finalizzate entro pochi giorni, dopodiché gli inviati americani le presenteranno al Cremlino. Di fatto, il Congresso Usa deve votare sulle garanzie di sicurezza e che si aspettava che una serie di documenti definitivi fosse preparata “oggi o domani”. Dopodiché, ha spiegato Zelensky, gli Usa dovrebbero tenere consultazioni con i russi, seguite da incontri ad alto livello che potrebbero aver luogo già questo fine settimana.

Domenica e lunedì, il presidente ucraino ha negoziato a Berlino con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, genero Trump, nel tentativo di raggiungere un compromesso su un piano per porre fine ai combattimenti. Al centro delle discussioni c’era la protezione che l’Ucraina avrebbe ricevuto dagli americani dopo un potenziale cessate il fuoco, volto a dissuadere Mosca dal lanciare un’altra invasione. Zelensky ha parlato di “progresso”, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha elogiato le “notevoli” proposte americane. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di offrire garanzie di sicurezza “molto solide”, ritenute accettabili dalla Russia. Queste garanzie sarebbero simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, che prevede l’assistenza militare degli alleati. Tuttavia, l’Ucraina non aderirebbe all’Alleanza, in linea con quanto Mosca chiede da anni.

Il documento firmato dalla la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese, Emmanuel Macron e i premier di Danimarca, Mette Frederiksen, Finlandia, Alexander Stubb, Paesi Bassi, Dick Schoof, Polonia, Donald Tusk, Svezia, Ulf Kristersson e Regno Unito, Keir Starmer, e dalla premier italiana Giorgia Meloni menziona poi “un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti” e sottolinea che “ora spetta alla Russia dimostrare la propria volontà di lavorare per una pace duratura”. Questo formato Ucraina-Usa-Europa è il primo dalla presentazione del piano statunitense a novembre, ritenuto troppo favorevole a Mosca nel continente europeo. Rimane tuttavia un disaccordo fondamentale: il tema delle concessioni territoriali all’Ucraina richieste dalla Russia. “Ci sono questioni complesse, in particolare quelle riguardanti i territori (…). Ad essere sinceri, abbiamo ancora posizioni diverse” con gli Stati Uniti, ha affermato Zelensky.

Nel frattempo, l’Ue sta cercando di raggiungere finalmente un accordo sull’utilizzo di decine di miliardi di euro di beni russi congelati, principalmente detenuti in Belgio, per sostenere l’esercito ucraino e gli sforzi di ricostruzione. Dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì prossimi “ci si aspetta una decisione” sull’uso degli asset russi per finanziare il prestito all’Ucraina, ha dichiarato un funzionario Ue. “Spetta ai leader decidere, ma tutti sono pienamente consapevoli della sproporzionata posta in gioco per il Belgio al prestito di riparazione e questo viene ampiamente preso in considerazione”, ha aggiunto. Inoltre, “il negoziato sul prestito di riparazione si è incentrato sulla condivisione di qualsiasi rischio o costo che potrebbe derivare per il Belgio”, ha evidenziato”. La decisione avrà bisogno della maggioranza qualificata. “Sappiamo che a 27 non sarà possibile. Speriamo di rimanere il più vicino possibile a 26”, ha osservato

A Berlino colloqui per Ucraina. Usa: Garanzie forti ma Mosca le accetterà, risolto 90% nodi

“Ci sono progressi concreti”. Così l’Ucraina sintetizza la due giorni di colloqui con gli Stati Uniti a Berlino. Per gli Stati Uniti le garanzie di sicurezza offerte a Kiev sono “molto forti” ma comunque accettabili per la Russia. Ci sono progressi anche sulle difficili questioni territoriali, sebbene il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parli di ”posizioni diverse” sul tema. Questo fine settimana ci saranno delle riunioni negli Stati Uniti, probabilmente a Miami, con gruppi di lavoro e militari, per esaminare le mappe. “Probabilmente abbiamo risolto il 90% delle controversie tra Ucraina e Russia, ma ci sono ancora alcune questioni sul tavolo”, precisa un negoziatore americano.

Intanto, a Bruxelles, i leader dei paesi dell’Unione Europea sono sotto pressione per decidere se utilizzare o meno le decine di miliardi di euro di beni russi congelati per garantire il loro sostegno all’Ucraina. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, senza l’accordo sugli asset l’Ue rischia di essere screditata in modo duraturo: “Se non riusciremo a farlo, la capacità di azione dell’Unione europea sarà gravemente compromessa per anni, e anche più a lungo, e dimostreremo al mondo che siamo incapaci di unirci e agire in un momento così cruciale della nostra storia”, spiega.

Sul fronte delle sanzioni, oggi l’Ue ha annunciato di aver deciso nuove sanzioni contro entità e individui accusati di sostenere Mosca nella sua guerra contro Kiev, aggiungendo 40 navi alla lista delle sanzioni contro la “flotta fantasma” russa. Cinque persone e quattro entità sono state sanzionate per aver favorito l’esportazione di petrolio dalla Russia, anche aiutando la sua “flotta fantasma” di navi che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, ha precisato un comunicato del Consiglio dell’Ue, che rappresenta i 27 Stati membri. Le persone sanzionate sono uomini d’affari legati, direttamente o indirettamente, alle grandi compagnie petrolifere statali russe Rosneft e Lukoil, sanzionate dagli Stati Uniti. Le entità interessate sono società di trasporto marittimo con sede negli Emirati Arabi Uniti, in Vietnam e in Russia, proprietarie o gestrici di petroliere sanzionate dall’UE o da altri paesi, secondo il testo. L’UE ha già preso di mira centinaia di petroliere della “flotta fantasma” russa e ha deciso di aggiungere ogni mese nuove navi per essere più efficace. Ma Bruxelles ha anche deciso di sanzionare 12 persone accusate di disinformazione o diffusione di notizie false.

Bene, per Zelensky, i negoziati sulle garanzie di sicurezza americane: “Abbiamo fatto progressi in questo campo”, dichiara durante una conferenza stampa con Merz. “Ho visto i dettagli” e “sembrano piuttosto buoni, anche se si tratta solo di una prima bozza”, ammette. I colloqui tra Washington-Kiev di Berlino offrono una “vera opportunità per un processo di pace” con la Russia, perché gli Stati Uniti hanno presentato una serie “notevole” di garanzie di sicurezza per Kiev, riferisce il cancelliere tedesco. Dopo due giorni di negoziati, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, partecipano questa sera alla riunione dei leader europei con Zelensky. Gli Stati Uniti hanno offerto “garanzie di sicurezza molto forti” all’Ucraina, simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, afferma un alto funzionario americano. “Tutto ciò di cui gli ucraini hanno bisogno, secondo noi, per sentirsi al sicuro è incluso” nella parte relativa alla sicurezza del progetto di accordo, insiste durante un colloquio con la stampa. Un negoziatore americano che ha partecipato alla conversazione telefonica avverte tuttavia che queste garanzie di sicurezza “non saranno sul tavolo a tempo indeterminato”.

Secondo queste due fonti, oggi il presidente americano Trump dovrebbe chiamare il suo omologo ucraino e i leader europei durante la cena a cui parteciperanno nella capitale tedesca. L’alto funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo come il negoziatore, ritiene che la Russia “accetterà” queste garanzie. La questione delle garanzie di sicurezza è un punto estremamente delicato per Mosca, che ha sempre categoricamente rifiutato l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Le discussioni condotte con l’Ucraina domenica e lunedì sono state “davvero, davvero positive”, assicura l’alto funzionario americano, che riferisce che Witkoff e Kushner hanno avuto in totale quasi otto ore di discussioni in due giorni con Zelensky. “Abbiamo la speranza di essere sulla strada della pace”, ribadisce. Secondo queste due fonti americane, i colloqui con gli ucraini avrebbero anche permesso di avvicinare le posizioni sulla centrale nucleare di Zaporijjia, occupata da Mosca nel sud dell’Ucraina. Per quanto riguarda le questioni territoriali, gli americani propongono a Zelensky quelle che l’alto funzionario definisce “proposte intellettualmente stimolanti”. “Deve tornare da noi (su questo argomento). Una volta che sarà tornato da noi, avremo l’obbligo, prima o poi, di parlarne con i russi e con i nostri partner europei”, dichiara, aggiungendo: “Siamo molto soddisfatti dei progressi che abbiamo compiuto, anche sui territori”.

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Ucraina, al via settimana decisiva. Oggi nuovi colloqui di pace a Berlino

Si apre oggi una “settimana decisiva” per la questione Ucraina, sia sul fronte dei finanziamenti europei a Kiev – su cui i leader dell’Ue dovranno prendere una decisione durante il vertice di giovedì e venerdì – sia per quanto riguarda i negoziati di pace. Arrivando al Consiglio Esteri e Bruxelles, l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha ricordato che sull’uso degli asset russi il confronto “è sempre più difficile”, ma “l’opzione più credibile è il prestito di riparazione”.

Oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i negoziatori americani si incontrano a Berlino, dopo cinque ore di colloqui domenica, con Kiev che spera di convincere Washington che in Ucraina deve essere raggiunto un cessate il fuoco senza concessioni territoriali preliminari alla Russia. L’inviato americano Steve Witkoff è stato avaro di dettagli, ma ha assicurato su X che sono stati compiuti “molti progressi” durante “le discussioni approfondite sul piano in 20 punti per la pace, i programmi economici e altro ancora”. Un nuovo round è previsto questa mattina.

Il serata è previsto anche un incontro al vertice tra Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte. Come Kiev, molti leader europei si oppongono all’idea di cedere alle richieste massimaliste del Cremlino. Temono che il presidente americano Donald Trump abbandoni l’Ucraina e che l’Europa venga esclusa dai dibattiti sulla sicurezza del continente, proprio mentre Mosca viene percepita come una grave minaccia.

Volodymyr Zelensky è stato accolto domenica pomeriggio a Berlino alla Cancelleria dal padrone di casa, Friedrich Merz. Per l’occasione sono state esposte bandiere americane, ucraine ed europee. Le foto diffuse dalla presidenza ucraina mostrano i due leader in compagnia di Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump. Zelensky e Witkoff si abbracciano sorridendo.

Su X, Merz ha affermato che erano in discussione “questioni difficili” e che “gli interessi ucraini (erano) anche gli interessi europei”. Prima dell’incontro, Zelensky ha dichiarato di voler convincere gli Stati Uniti a sostenere un cessate il fuoco che preveda il congelamento della linea del fronte e non la cessione dell’intero Donbass (est), come richiesto dal Cremlino e proposto da Washington: “Mi piacerebbe che gli americani ci sostenessero su questo punto”. Kiev e l’Europa hanno sempre rifiutato questa concessione, che premerebbe l’aggressore. Zelensky ha anche dichiarato domenica, prima dei negoziati, che Washington non aveva ancora risposto alla versione del piano per porre fine al conflitto, emendata da Kiev e dagli europei.

Intervistato dalla televisione di Stato russa, il consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, ha respinto questi emendamenti, prevedendo “forti obiezioni”. Zelensky ha anche ribadito di volere garanzie di sicurezza europee e americane per scoraggiare qualsiasi nuovo attacco. Si tratterebbe di un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato che prevede la protezione reciproca dei paesi membri, senza l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, come richiesto in precedenza da Kiev. “È già un compromesso da parte nostra”, ha affermato Zelensky.

Mentre le ostilità continuano, Donald Trump ha mostrato questa settimana la sua impazienza di fronte alla lentezza delle discussioni sul suo piano di risoluzione del conflitto scatenato dall’invasione russa del febbraio 2022. L’Ucraina è sotto pressione da parte di Washington e Mosca affinché ceda la parte del Donbass che controlla. Si tratterebbe di creare una “zona economica libera” o una “zona smilitarizzata”. In cambio, l’esercito russo si ritirerebbe dalla parte occupata delle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk (nord, nord-est e centro-est), ma rimarrebbe in quelle di Kherson e Zaporizhia (sud), di cui Mosca rivendica l’annessione.

L’Ucraina è particolarmente sotto pressione: la presidenza è indebolita da uno scandalo di corruzione, l’esercito è in ritirata e la popolazione è soggetta a interruzioni di corrente a causa degli attacchi russi.

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Intesa con Ford: Renault costruirà due auto elettriche in Francia

I costruttori Renault e Ford hanno stretto una partnership per lo sviluppo e la produzione, in uno stabilimento del gruppo francese nel nord della Francia, di due auto elettriche Ford destinate al mercato europeo. L’accordo include anche una lettera di intenti per cooperare nel settore dei veicoli commerciali leggeri in Europa, con l’obiettivo di “sviluppare e produrre insieme alcuni Lcv Renault e Ford”, secondo un comunicato pubblicato martedì.

Questa “partnership strategica storica” mira ad “ampliare l’offerta di veicoli elettrici Ford destinati ai clienti europei” e a rafforzare “in modo significativo la competitività delle due aziende in un panorama automobilistico europeo in piena trasformazione”, aggiungono.

I due veicoli Ford, il primo dei quali è atteso nelle concessionarie all’inizio del 2028, saranno “progettati da Ford e sviluppati con il Gruppo Renault”. Saranno “basati sulla piattaforma Ampère”, filiale elettrica di Renault, e prodotti dal costruttore nel nord della Francia, beneficiando così dei “punti di forza e della competitività del Gruppo Renault nel settore dei veicoli elettrici”. Si tratta della “prima tappa di una nuova ambiziosa offensiva di Ford in Europa”.

“Siamo molto orgogliosi che un costruttore così iconico ci abbia scelto. Questo ci conferma che la nostra visione di uno sviluppo su larga scala di veicoli elettrici competitivi in Europa è sulla strada giusta”, ha dichiarato François Provost, direttore generale del costruttore francese, durante una conferenza stampa.

Ford ha scelto Renault perché il gruppo francese “ha una lunga esperienza” in termini di competitività e costi nel segmento delle vetture di segmento B (le auto compatte), “un segmento specifico dell’Europa”, secondo Jim Farley, Ceo del gruppo americano. “A differenza dei nostri concorrenti, siamo impegnati in Europa e riteniamo che Renault abbia dimostrato le sue capacità in termini di scala e costi”, ha sottolineato. E “entrambi siamo fiduciosi nella nostra capacità di differenziare i nostri marchi”.

Questi due veicoli saranno “inevitabilmente Ford” e “lavoreremo con i team di Ampère per renderli compatibili con la piattaforma” su cui saranno prodotti, ha precisato Jim Baumbick, a capo di Ford Europa.

I dirigenti di Ford e Renault lo hanno ribadito: cooperare e condividere le risorse è l’unico modo per ridurre i costi di questo settore ad alta intensità di capitale e affrontare la concorrenza cinese. “La minaccia della concorrenza cinese in Europa è significativa”, ci “obbliga a investire in modo efficiente” e a conoscere “i livelli di costo da raggiungere per produrre veicoli accessibili”, ha sottolineato Jim Baumbick, di Ford Europa.

Jim Farley ha evocato le tensioni che attualmente attraversano il mercato automobilistico europeo, diviso tra le richieste di salvaguardare la produzione sul suolo europeo, le normative di Bruxelles in materia di decarbonizzazione e gli acquisti dei clienti. “Non abbiamo una configurazione che possa continuare così”, secondo lui.

A 10 anni dall’obiettivo fissato dall’Unione Europea per la fine delle vendite di auto nuove con motore termico, l’elettrificazione procede a un ritmo più lento del previsto, in un mercato europeo che non ha ancora recuperato i livelli pre-Covid e vede emergere la concorrenza cinese.

In ogni caso, questa partnership non è in alcun modo un prerequisito per una fusione, hanno precisato all’unisono i dirigenti delle due case automobilistiche. “Siamo un gruppo profondamente indipendente” e “non c’è alcuna discussione su questo argomento”, ha dichiarato il capo del gruppo americano fondato nel 1903 e con sede nella periferia di Detroit (Michigan). “Si possono fare molte cose senza necessariamente pensare a un futuro comune. E noi non abbiamo un progetto del genere”, ha aggiunto Provost.